Save the children, l’Italia non è un paese per mamme: 96mila hanno perso il lavoro con la pandemia, 4 su 5 hanno figli under 5 anni – Il Sole 24 ORE

Corrono tutto il giorno per seguire le esigenze della famiglia, affrontare un mondo del lavoro che le penalizza

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Indagine parlamentare sulle toghe, un colpo a Montesquieu

Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, è nata alla fine degli anni ottanta nel solco della omonima rivista contro l’emergenza promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà e Rossana Rossanda. E’ un’associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale.

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L’immigrazione che crolla – Nigrizia

È da tempo che il saldo migratorio ha smesso di crescere vertiginosamente in Italia, nonostante quello che alcune vulgate politiche e mediatiche vanno diffondendo. I primi dati di un cambio di rotta si segnalavano già all’indomani della crisi economica del 2008. Fino allo scorso anno comunque, il saldo tra chi entrava e usciva dal nostro […]

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GIP di Roma respinge archiviazione: l’indagine su RWM Italia e UAMA deve continuare – Rete Italiana Pace e Disarmo

Responsabilità delle armi europee nella guerra in Yemen: decisione importantissima del Tribunale di Roma a vantaggio delle vittime civili

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Transparency International Italia – Transparency International Italia

Cosa puoi fare InformatiInformati Per essere un cittadino consapevole, informati sul fenomeno della corruzione e su quello che succede in Italia. Tra news, pubblicazioni e mappe ti teniamo informato noi PartecipaPartecipa Resta aggiornato su tutti gli eventi e le iniziative e partecipa. Anche in questo periodo particolare sono numerose le iniziative online che organizziamo Segnala Segnala Se sei stato vittima o testimone di un caso di corruzione e non sai come comportarti, puoi rivolgerti a noi tramite la piattaforma ALAC Sostienici Sostienici Il nostro lavora ha bisogno del tuo contributo. Attraverso il 5×1000 o una donazione liberale puoi aiutarci concretamente Aderisci Aderisci Se senti di voler dare il tuo contributo in maniera più attiva, diventa socio della nostra organizzazione. Pochi e semplici passaggi ed entrerai a far parte del network

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“Il Vaticano da noi ormai è un alibi, politica codarda sull’eutanasia” | L’HuffPost

Intervista a Luigi Manconi sulla legge sul fine vita nella cattolica Spagna: “La religione c’entra fino a un certo punto, è un problema di integralismo”. Regeni? “L’Italia non ha mai fatto nulla”

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La Ue condanna l’Italia: “Pm10 fuori norma per 10 anni e non è stato preso alcun provvedimento” — Brescia Anticapitalista

Di Giuliano Balestrieri L’aria italiana è troppo inquinata. Per la Corte Ue non ci sono dubbi: l’Italia non ha rispettato le direttive comunitario e non ha fatto nulla per porre rimedio al problema. Peggio, per i giudici di Lussemburgo l’approccio dell’Italia al problema si risolverebbe con “una proroga generale, eventualmente sine die, del termine per […]

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QUELL’ONDA NERA CHE ASPETTA DA ANNI — Speradisole’s Blog

QUELL’ONDA NERA CHE ASPETTA DA ANNI Dieci anni fa, fu un comico, Grillo, a voler mandare al macero tutti, indifferentemente, tutta la classe dirigente, tutti i partiti, tutti i dirigenti, col suo grido scurrile. E in parte c’è riuscito, facendo in modo che quella casta, attaccata alle famose poltrone, fosse sostituita dalla sua di casta, […]

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FATE SUBITO! ANZI FACCIAMO PRESTO! — Brescia Anticapitalista

di Franco Turigliatto “Fate presto!”, titolava a caratteri cubitali il Sole 24 ore dell’11 novembre 2011 per chiedere misure economiche d’urgenza di fronte alla crisi finanziaria e alla passività del governo Berlusconi. “Fate presto, anzi subito perché siete già troppo in ritardo” è quanto chiedono da giorni con appelli e interventi accorati gli scienziati e […]

FATE SUBITO! ANZI FACCIAMO PRESTO! — Brescia Anticapitalista

I danni invisibili del web (prima e durante il Covid) — Cat Reporter79

Secondo il rapporto “Infosfera” sugli italiani e internet realizzato dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, il 95% del campione usa quotidianamente internet, il 70% lo fa per più di tre ore al giorno e il 32% per più di cinque ore, mentre la metà assoluta di questo tempo è dedicata ai social. Ancora, l’82% degli […]

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Lo scrutinio degli orrori — gli opliti di Aristotele

Siamo in cinque. I quattro docenti della seconda effe e il Dirigente, che presiede lo scrutinio perché gli tocca la scocciatura di dover superare in qualche modo l’anomalia del maestro che rifiuta di mettere i voti ai bambini. Il che non sarebbe un accidente neanche tanto rilevante se non fosse che rischia di portarsi dietro […]

Lo scrutinio degli orrori — gli opliti di Aristotele

FRANCO LORENZONI Contro la pigra e ingiusta pretesa di dare voti a distanza — oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

[Internazionale, 18 maggio 2020] Il diavolo si nasconde nel dettaglio e così, a conclusione di un anno scolastico drammatico, Lucia Azzolina, ministra dell’istruzione italiana, ha scelto e comunicato sabato 16 maggio che i voti in tutte le discipline andranno dati a ogni costo fin dalla prima elementare, nonostante i numerosissimi pronunciamenti contrari. È un’assurdità pretendere di dare […]

FRANCO LORENZONI Contro la pigra e ingiusta pretesa di dare voti a distanza — oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

Festa della Repubblica, Mattarella: “Crisi non finita, serve coesione”

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Festa della Repubblica questa mattina si è recato all’Altare della Patria onorando la tomba del Milite ignoto con la deposizione di una corona d’alloro. Al contrario di quanto avvenne il 25 aprile, insieme a Mattarella sono presenti anche altre autorità istituzionali tra cui il presidente del…

Festa della Repubblica, Mattarella: “Crisi non finita, serve coesione” — Notiziedi

Test sierologici, l’appello della Croce Rossa ai cittadini: “Rispondete al telefono, non è una truffa” 

Su 5 persone contattate dalla centrale operativa della Croce Rossa, solo una accetta immediatamente l’appuntamento per il prelievo, le altre 4 ci devono pensare e dicono di richiamare. La mappatura virologica del #Covid19 è una cosa importante che riguarda tutti noi. Le persone scelte per i test sono un campione indicativo che sarà in grado di far capire agli epidemiologi come sta la salute del Paese.  #restiamoumani #noegoismo #nessunosisalvadasolo

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CARLO SCOGNAMIGLIO La questione del federalismo (Lezioni sulla Costituzione 9) — oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

[MicroMega, 10 febbraio 2020] L’Italia ha una tradizione comunale, non regionale. Il Risorgimento aveva condotto all’agognato e difficile obiettivo del superamento di una frammentazione territoriale tradizionalmente percepita come il principale fattore di debolezza dell’Italia. Lo Stato unitario aveva certamente aggregato all’antica istituzione comunale l’amministrazione periferica prefettizia, le Province, con funzioni prevalentemente tecniche. Nel 1865 Minghetti […]

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Quanta segatura nella lotta alla nuova peste… — Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Il D.P.C.M. 10 aprile 2020, avviando timidamente la riapertura di qualche attività lavorativa nel bel mezzo della difficile lotta alla tragica pandemia di conoravirus COVID 19, ha disposto (Allegato 3) la ripresa delle attività di “silvicoltura ed utilizzo aree forestali” (codice ATECO 2).

Quanta segatura nella lotta alla nuova peste… — Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

#ForzaItaliaViva

Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due stili ma un solo melmoso destino

Slide contro pochette, mossa del cavallo contro trionfo del cavillo. L’ex rottamatore e l’ex avvocato del popolo sembrano diversi, invece sono appaiati dalla stessa condanna al trasformismo. Pronti a tutto per agguantare il mitologico centro, dal medesimo cilindro.

di Susanna Turco.

leggi su l’Espresso

 

Naufraghi

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di Fulvio Vassallo Paleologo*

Alla fine, dopo una settimana di attesa in mare, ostaggio delle politiche europee di appoggio alla Guardia costiera libica, Malta ha accettato di trasbordare su un mezzo della sua marina militare i cinquantotto naufraghi soccorsi una settimana fa dalla nave Aquarius di SOS Mediterraneè a nord delle coste libiche e quindi di concedere il transito nel porto de La Valletta, verso i pochi paesi europei che si sono assunti la responsabilità di accoglierli (Portogallo, Spagna, Francia e Germania). Una soluzione raggiunta su iniziativa del Portogallo e della Spagna, dopo l’iniziale diniego dei francesi. Non si placano invece le intimidazioni del ministro dell’interno italiano contro le ONG che continuano a operare attività di monitoraggio nel Mediterraneo centrale.

Armed Forces of MALTA (AFM) declaration

A total of 58 migrants, who were on board the AQUARIUS, will be brought to Malta by the Armed Forces of Malta, as part of the transfer of migrants on humanitarian basis. The P52 vessel will be entering Hay Wharf Base at noon. Members of the Press will be provided with an area in the Marina di Valletta, Yacht Marina parking for media coverage.

Una soluzione che dal premier maltese viene definita “umanitaria”, ma che si inquadra in una politica disumana che viene adottata da oltre un anno, con il consenso dell’Unione europea a scapito dei migranti da soccorrere in acque internazionali e di chi continua ostinatamente ad assisterli. La salvaguardia del diritto alla vita non può cedere di fronte alle scelte strumentali di chi costruisce sul respingimento dei migranti le sue fortune elettorali. Come se le Convenzioni internazionali e i principi costituzionali, e perfino le leggi dello stato fossero disapplicabili sulla base dei sondaggi, magari con qualche tweet o con una canea di followers che infamano chi riesce ancora a salvare vite in alto mare.

https://comune-info.net/2018/09/cosa-prevede-il-decreto-sicurezza/embed/#?secret=5JG2As0u5d

Si alimenta una falsa contrapposizione con l’Unione Europea, quando invece le politiche decise a Bruxelles (come è emerso nel vertice di Malta del 3 febbraio 2017, all’indomani degli accordi tra il governo Gentiloni e le autorità di Tripoli) combaciano perfettamente con quelle dei governi che più dichiaratamente si schierano contro il soccorso in acque internazionali. Si impone alle ONG di non “interferire” con le attività di intercettazione in alto mare operate dalle motovedette libiche, adducendo l’esistenza di una zona SAR (area di ricerca  e salvataggio) “libica” in acque internazionali, oltre il limite di dodici miglia delle acque territoriali, e dunque l’obbligo di lasciare alle autorità “libiche” (di quale Libia?) tutti i poteri di intervento e di intercettazione, con il fine esclusivo di riportare a terra il maggior numero di persone. Anche se a seguito dei ritardi e della inefficienza della Guardia costiera “libica” le persone fanno naufragio. Vedremo adesso che inchiesta sapranno fare a Tripoli sugli abusi denunciati dalla BBC commessi ai danni delle persone intercettate in alto mare dalle motovedette libiche. Per molti dei miliziani imbarcati a bordo di quelle motovedette sembra che i corsi di formazione in Europa non siano stati particolarmente utili, almeno dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Non si comprende come le autorità di Tripoli possano garantire i diritti fondamentali delle pesone intercettate in mare, e adesso degli stessi libici. La Libia, in tutte le sue diverse articolazioni territoriali e militari, non può essere ritenuta un paese che garantisce “porti sicuri di sbarco”, place of safety, che dovrebbero essere garantiti dalle autorità che coordinano gli interventi di soccorso. Anche per non violare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che impone a tutti gli stati firmatari (tra cui non c’è il governo di Tripoli) il rispetto assoluto del principio di non respingimento.

Rispetto al forte calo delle partenze dalla Libia, derivante dalle condizioni di conflitto civile che rallentano gli spostamenti a terra, o li impediscono del tutto, è infatti aumentato il numero delle vittime, quest’anno già oltre 1.300 persone, in maggior parte naufragate in mare a partire dal 28 giugno di quest’anno, da quando il governo di Tripoli ha proclamato unilateralmente una zona SAR “libica”, e le autorità italiane hanno abbandonato alle motovedette libiche e al centro di coordinamento di Tripoli (variamente supportato dalla marina militare italiana con la missione Nauras) il compito di intercettare in mare i migranti e riportarli nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti. Tra questi rimane centrale lo snodo del centro di detenzione di Zawia, ubicato in una zona fortemente interessata dal contrabbando di petrolio dalla vicina raffineria, come è provato da indagini della magistratura italiana, che è diventato il punto principale di sbarco (point of disembarkation) dei migranti soccorsi/intercettati in mare dai libici, dopo che la situazione a Tripoli è precipitata. Ma chi finisce nelle mani della Guardia costiera “libica” è comunque destinato a subire abusi, ovunque venga sbarcato.

https://comune-info.net/2018/07/pedagogie-critiche-roma-e-il-mondo-scuola-senza-mura/embed/#?secret=xCQdGcEkDg

Le condizioni del centro di Zawia sono note da tempo, e adesso sono confermate dalle testimonianze di migranti che sono riusciti ad essere evacuati verso i paesi di origine grazie ai progetti di rimpatrio volontario gestiti dall’OIM. Ma quelle stesse condizioni disumane sono confermate anche negli altri centri, anche in quelli che vengono definiti “governativi”, sia dai rapporti internazionali che dalle testimonianze dei migranti che riescono ad arrivare ancora nel nostro paese. Eppure si continua a parlare di rinforzo delle missioni Frontex nella prospettiva di una maggiore collaborazione con la Guardia costiera “libica”, quando la prospettiva corretta dovrebbe essere quella del lancio di una grande missione di soccorso umanitario gestita a livello europeo. Una prospettiva certo impopolare, ma l’unica che potrebbe garantire la salvaguardia effettiva della vita umana in mare, in quella che si continua a ritenere come la zona SAR “libica”. Ed anche in quella maltese nella quale il governo de La Valletta non interviene, o interviene con grande ritardo.

Tutti i politici europei, e soprattutto i rappresentanti del nuovo governo italiano, si riempiono la bocca con l’esigenza prioritaria di combattere il traffico di “clandestini” e con l’obiettivo dichiarato  di impedire che gli operatori umanitari delle ONG possano diventare facilitatori, se non addirittura favoreggiatori, di chi specula sull’immigrazione che definiscono “illegale”. Anche il ministro della difesa Trenta rimane sulla stessa posizione. Nei fatti non si distingue neppure tra scafisti e trafficanti, le indagini nazionali si arenano presto davanti alla mancata collaborazione di quegli stessi governi con i quali si collabora per intercettare i migranti in mare, e alla fine aumentano soltanto le persone condannate ad un naufragio, o destinate a subire ogni sorta di abusi nei centri di detenzione a terra.

Si arriva persino a ricattare i paesi di bandiera delle navi umanitarie perchè revochino l’immatricolazione della nave e impediscano così, su commissione diretta che nessuno può negare, la prosecuzione delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Un completamento di quella strategia di elusione della portata della sentenza Hirsi, di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che si sta completando, dopo i sequestri delle navi umanitarie, con il loro blocco attraverso espedienti burocratici. Come quelli adottati anche da Malta per tenere ferme nel porto de La Valletta tre navi umanitarie di Lifeline, Seefuchs e Seawatch che in questi mesi avrebbero potuto soccorrere migliaia di persone, come avveniva fino allo  scorso anno, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana.

Non sono bastate neppure le richieste di archiviazione dei procedimenti penali contro le ONG. Si continua a diffondere il messaggio secondo cui queste organizzazioni approfitterebbero delle emergenze in mare e costituirebbero fattori di attrazione delle partenze. In realtà i veri speculatori sull’immigrazione illegale sono coloro i quali negano l’evidenza delle torture e degli abusi subiti dai migranti in Libia dopo essere stati riportati a terra dalla sedicente guardia costiera “libica”, non aprono alcun canale legale di ingresso e arrivano, di fatto, a sbarrare i porti, senza avere neppure il coraggio di emettere un provvedimento formale che possa essere impugnato davanti ai tribunali internazionali o ai giudici nazionali. Gli stessi che intervengono sui paesi di bandiera delle navi umanitarie per bloccarne l’attività di soccorso, speculano sulla paura della popolazione, una paura costruita su una emergenza sbarchi che ormai non esiste più. Ma che rimane sempre utile per garantirsi il consenso,malgrado alimentando una falsa contrapposizione con Bruxelles, magari in nome del sovranismo, in tempi nei quali persino l’Unione Europea, e alcuni stati in particolare, denunciano l’inadempienza da parte dell’Italia degli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

Per quanto stiano ancora cercando di fermare in tutti i modi le attività di ricerca e salvataggio delle Organizzazioni non governative, attività che spetterebbero agli stati, ma che gli stati non assolvono più, le imbarcazioni e gli operatori umanitari, anche a rischio di subire altri sequestri e altri arresti, continueranno la loro attività di monitoraggio e di denuncia nelle acque del Mediterraneo centrale e a terra, ovunque sia possibile contrastare l’abbandono in mare e la comunicazione tossica che lo sostiene. La vita delle persone vale più della propaganda elettorale di qualche ministro dell’interno. Salvare vite umane è un obbligo, non una scelta.

 

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif (con il titolo originale completo Naufraghi in transito a Malta, ma ancora intimidazioni contro le ONG)
*Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. È componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo

https://comune-info.net/2018/09/naufraghi/

Caso OPL 245, Eni e Shell rinviate a giudizio per la tangente del secolo

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Eni e Shell e 13 tra manager, politici e intermediari sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale per l’acquisizione del blocco petrolifero offshore nigeriano OPL 245, per cui le due società nel 2011 hanno pagato 1,1 miliardi di dollari.

A salire sul banco degli imputati saranno, tra gli altri, l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, il Chief Operation and Technology Officer della multinazionale italiana Roberto Casula, quattro top manager Royal Dutch Shell tra cui Malcolm Brinded, ex direttore esecutivo per Upstream International, e l’intermediario Luigi Bisignani. Nessuna società di grandi dimensioni come la Royal Dutch Shell o suoi dirigenti hanno mai subito un processo per reati di corruzione. È stato rinviato a giudizio anche l’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete.

Questa decisione storica fa seguito al sorprendente cambio di posizione della Shell dello scorso aprile, allorché la corporation ha ammesso di essere stata a conoscenza di come il pagamento di oltre un miliardo di dollari per la transazione fosse destinato a Dan Etete, già condannato per riciclaggio di denaro.

Le indagini dell’ufficio del pubblico ministero milanese sono state innescate da una denuncia presentata nell’autunno del 2013 da Re:Common e della organizzazioni britanniche Global Witness e The Corner House. Esposti analoghi sono stati presentati in Nigeria e negli Stati Uniti. Sul caso stanno indagando anche i magistrati olandesi.

Antonio Tricarico di Re:Common ha così commentato la notizia del rinvio a giudizio. “L’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi si sbagliava, quando nel 2014 difese a spada tratta l’amministratore delegato dell’Eni, appena nominato dal governo, avvertendo che ‘non avrebbe consentito che tanti posti di lavoro fossero messi in pericolo da un mezzo scoop, né che un avviso di indagine pubblicato sui quotidiani potesse cambiare la politica commerciale di un Paese’. Se quanto sembra sia accaduto accaduto con l’affare OPL 245 rappresentasse la linea di condotta standard della più grande multinazionale italiana controllata dal governo, i magistrati hanno tutto il diritto di svelare la verità e di assicurare alla giustizia i responsabili, mentre Renzi dovrebbe chiedere scusa ai cittadini italiani e nigeriani”.

“Il popolo nigeriano ha perso più di un miliardo di dollari a causa di questo affare corrotto, l’equivalente dell’intero bilancio annuale della sanità del Paese. I nigeriani meritano di sapere la verità su che cosa è successo a questi fondi. Ci congratuliamo con i pubblici ministeri di Milano per il loro esaustivo lavoro di indagine, che ha portato a questo processo. Sarà il più grande nella storia delle multinazionali e un monito chiaro a chi vede la corruzione come una scorciatoia per guadagni facili”, ha dichiarato Simon Taylor, co-fondatore di Global Witness.

Secondo il Wall Street Journal, i magistrati italiani ritengono che “Claudio Descalzi, allora capo del dipartimento esplorazione, e Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, sapevano che il conto di deposito di garanzia intestato al governo nigeriano era solo di passaggio per poi far transitare il denaro su un conto controllato da Dan Etete, il quale era il reale destinatario della maxi-tangente. Le relazioni sulla due diligence commissionate da Eni durante il processo di negoziazione confermano che la società sapeva sin dalle prime fasi del coinvolgimento di Etete. Una relazione del 2010 afferma esplicitamente che: “qualunque sia la struttura formale di proprietà di Malabu, tutte le fonti con cui abbiamo parlato sono del parere che Dan Etete sia il reale proprietario della società”. Ad oggi Eni continua a negare di aver saputo del coinvolgimento di Etete. I pm milanesi sostengono inoltre che del denaro sia stato fatto pervenire a dirigenti di Eni e Shell, dal momento che 50 milioni di dollari sono stati consegnati all’allora capo delle attività per l’Africa sub-sahariana dell’Eni, Roberto Casula.

“Non è un semplice caso che riguarda poche mele marce”, ha dichiarato Nicholas Hildyard di The Corner House. “Le prove mostrano una corruzione sistemica a partire dai vertici delle società. L’Italia ha dato l’esempio nell’applicare lo stato di diritto contro gli abusi di potere delle multinazionali. Il mondo aspetta di vedere se il Regno Unito e i Paesi Bassi, dove ha sede la Shell, avranno il coraggio di fare lo stesso”.

Nel dicembre 2016, la Procura di Milano ha affermato che 520 milioni di dollari relativi al pagamento dell’affare Opl 245 sono stati poi girati al presidente nigeriano Goodluck Jonathan e a esponenti e alti funzionari dell’esecutivo nigeriano.

Le autorità nigeriane hanno mosso accuse contro le sussidiarie locali di Shell e l’Eni nonché nei confronti di alcuni loro dipendenti. Lo scorso gennaio anche Mohammed Adoke, l’ex ministro della Giustizia nigeriano, è stato accusato di aver riciclato una somma di denaro di oltre 2,2 milioni di dollari, somma sempre collegata alla transazione incriminata.

“Questo caso rappresenta l’alba dell’età della responsabilità, in un mondo in cui anche le società più potenti non possono più nascondere le loro malefatte ed evitare il giusto corso della giustizia”, ha commentato Lanre Sujaru, presidente dell’organizzazione nigeriana Human Development Agenda.

fonte: https://www.recommon.org/caso-opl-245-eni-shell-rinviate-giudizio-la-tangente-del-secolo/