Salerno vs Catanzaro: telecronaca di una partita persa dal paese.

La guerra è “finita”, con un armistizio firmato tra i due protagonisti davanti al procuratore generale della Cassazione, armistizio salutato come il ritorno alla ragione. Al termine della “guerra” tra le Procure di Salerno e Catanzaro, possiamo cercare di spiegare che cosa è successo e quali sono i retroscena. Il quadro che ne emerge è sconvolgente e l’ennesima dimostrazione che una parte del paese è in via di definitiva putrefazione.

Prologo

Luigi De Magistris è un sostituto procuratore della Repubblica, di origini napoletane (capirete presto il motivo di questa precisazione), in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro. Egli si occupa di fattispecie di reato particolarmente delicate quali i reati contro la pubblica amministrazione.

Nell’anno 2005 inizia un’indagine denominata “Poseidone”, finalizzata alla ricostruzione della destinazione degli ingenti fiumi di denaro che confluiscono in Calabria sotto forma di finanziamenti pubblici destinati allo sviluppo ed alla riqualificazione del territorio. Dall’indagine risulta che i finanziamenti deliberati finivano a diverse società nelle cui compagini sociali comparivano soggetti vicini a determinati partiti politici (da destra a sinistra) o addirittura direttamente imparentati con i vertici locali dei partiti stessi. Le società erogavano a questi “amministratori” ed a consulenti lauti compensi, per poi scomparire, esaurito il denaro del pubblico finanziamento. In questa indagine viene coinvolto anche l’ex presidente della giunta regionale, il quale, in precedenza, era stato un alto magistrato che aveva prestato servizio presso diversi uffici giudiziari calabresi e la cui figlia operava anch’essa negli uffici giudiziari di Catanzaro.

Nel contempo, De Magistris si occupa di una parallela indagine denominata “Whynot”. Questa seconda indagine ruota intorno ad una persona che è un esponente di primo piano di Comunione e Liberazione e della sua diramazione imprenditoriale, la Compagnia delle Opere, in Calabria e gode di ottime entrature sia presso l’establishment calabrese, sia presso gli uffici di alcuni Ministeri romani, tra cui quello della giustizia, all’epoca presieduto dal Sen. Clemente Mastella. Tra le molteplici attività di cui la persona in questione si occupa, c’è anche quella della gestione di società i cui dipendenti vengono a prestare servizi di vigilanza, segreteria e quant’altro per diversi enti locali quali la regione o il comune di Catanzaro. In sostanza, il manager in questione, crea diverse imprese che captano pubblici finanziamenti o operano per conto di enti pubblici sotto forma di outsourcing procurando e distribuendo posti di lavoro. Molti di questi posti di lavoro sono destinati a persone segnalate dal locale establishment politico, a prescindere dal colore e secondo una chiara logica di spartizione, dai vertici della curia (emblematiche alcune telefonate con un alto esponente ecclesiastico in cui il personaggio riferisce che, qualora una tale società non ne avesse assunto la nipote, egli avrebbe fatto in modo di impedire che venisse erogato un finanziamento in favore della società medesima), ma anche, apparentemente, a parenti di ed a persone segnalate da esponenti della magistratura di Catanzaro.

È bene, a questo punto, fissare un primo importante paletto. Tutto ciò che ho appena riferito e che emerge dal decreto di perquisizione, costituisce solamente la descrizione di un contesto ambientale nel quale De Magistris operava. Non per questo, necessariamente, sono stati commessi dei reati da nessuna delle persone in questione. Si tratta, tuttavia, di un contesto indubbiamente molto incrostato. La sua descrizione è necessaria a chiarire gli sviluppi ulteriori della vicenda.

Sempre in quel periodo De Magistris si occupa di una terza indagine delicata denominata “Toghe lucane” e cioè un’indagine su abusi d’ufficio ed altre fattispecie commesse da magistrati che operavano nel distretto della Corte di appello di Potenza. In Basilicata c’è una Procura della Repubblica dove l’astio tra colleghi è talmente grave che sono pronti a denunciarsi e spiarsi a vicenda, dove l’Arma dei Carabinieri ha presentato una denuncia contro la Procura della Repubblica di Potenza. C’è il presidente di un Tribunale che gestisce diversi procedimenti civili di una banca locale, nonostante la medesima banca gli abbia concesso un fido di € 500.000,00 piú un mutuo di € 620.000,00 con una garanzia ed un tasso pressoché inesistenti. C’è, poi, il Procuratore della Repubblica del medesimo Tribunale che non apre un procedimento penale e non sequestra un villaggio turistico, segnalato come abusivo, in costruzione, in quanto è interessato ad acquistarvi un immobile. Uno dei magistrati indagati è un sostituto procuratore che indaga contro la giunta regionale in relazione alla gestione della sanità, il cui marito, subito dopo l’archiviazione non accolta dal GIP, diventa direttore generale di un’azienda ospedaliera su nomina della giunta poco prima indagata e con i membri della quale risulta avere avuto rapporti extraprofessionali prima dell’indagine. Il medesimo magistrato si occupa anche di un’indagine per presunti brogli elettorali che lambisce un senatore, nonché ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura, nonché sindaco di una delle province lucane. Nel periodo oggetto dell’indagine il magistrato in questione viene proposto a Roma come “consulente” della commissione parlamentare antimafia, su indicazione del medesimo senatore, ovviamente in virtù della “stima professionale” che questi ha per lei …

Arriviamo al secondo punto fisso. Come tutti sanno, ma, evidentemente, non certi magistrati coinvolti in questa vicenda, l’art. 25 della Costituzione prevede che: “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Nel settore penale, generalmente, il giudice naturale è quello del luogo in cui si è commesso il reato che, quasi sempre, è quello dove si vive o si lavora. Questa regola, per evidenti ragioni di opportunità, non vale per i magistrati, per i quali, fino al 1998, valeva il principio per cui era competente la Procura del distretto della Corte di Appello più vicina. Sennonché questo criterio aveva dato degli scarsi risultati poiché si verificavano paradossali situazioni in cui le Procure si indagavano a vicenda. Storiche erano le “guerre dello stretto” tra Messina e Reggio Calabria. Nel 1998 il legislatore ci mise una pezza e, con legge n. 420, stabilì un meccanismo rotatorio. Nello specifico caso, la Procura di Catanzaro è competente ad indagare i magistrati del distretto della Corte d’appello di Potenza. Per i magistrati del distretto di Catanzaro è competente la Procura di Salerno. Per quelli di Salerno, è competente la Procura di Napoli.

Dunque, De Magistris, legittimamente, perché il suo ufficio era stato destinatario di apposite notizie di reato, tra cui quelle sopra indicate, si occupa di presunti reati commessi dai magistrati lucani. È chiaro che anche questa è un’indagine estremamente delicata.

Come ognuno può immaginare, si tratta di indagini oltre che delicate, decisamente complesse, e così De Magistris viene affiancato da una collega con la quale pare aver operato in piena sintonia. Sennonché questa collega si allontana dalla Procura di Catanzaro per un periodo di maternità e De Magistris chiede che gli venga affiancato un altro sostituto. Il Procuratore della Repubblica decide, invece, di coassegnare i procedimenti a sé stesso ed al Procuratore aggiunto, il tutto non certo al fine di agevolare il lavoro del sostituto o di coprirgli le spalle, bensì, con tutta evidenza, al fine di controllarlo. La decisione, in sé, oltre ad essere del tutto legittima, poteva essere anche opportuna, atteso che le iniziative intraprese da De Magistris erano, quanto meno, clamorose e, nell’ottica del Procuratore, potevano dare adito a qualche dubbio sul suo equilibrio. Certo è altrettanto chiaro come, in quella situazione, fosse necessario sia per ragioni di opportunità, sia per ragioni organizzative, la coassegnazione del procedimento a più sostituti. Ciò anche al fine di evitare una sovraesposizione del singolo magistrato titolare delle indagini, bersaglio di iniziative sempre più pressanti da parte del potere politico attraverso interrogazioni parlamentari e continue ispezioni ministeriali presso la Procura di Catanzaro. Da queste ispezioni emerge, tra le tante cose, la figura di un Procuratore della Repubblica che si disinteressa completamente dell’Ufficio. Nel contempo, nell’ufficio operano due Procuratori aggiunti, di cui uno che viene criticato dagli ispettori perché supplisce alle carenze del Procuratore capo, mentre l’altro, coassegnatario dei procedimenti di De Magistris, viene sfiduciato per iscritto dai sostituti dell’ufficio per i suoi metodi burocratici. Né il Ministro né il CSM ritengono opportuno intervenire. Intanto De Magistris non viene affiancato da nessun collega, deve condurre queste inchieste da solo ed aumenta i suoi ritmi di lavoro, giungendo a lavorare anche di notte. Egli, così come la collega andata in maternità, percepisce una certa ostilità verso le sue indagini all’interno del suo ufficio, tanto che, entrambi, decidono di scrivere una sorta di promemoria, in cui danno atto della situazione.

Ritornando al contesto ambientale nel quale operava De Magistris, risultava come fatto notorio in tutta Catanzaro che il Procuratore della Repubblica era in ottimi ed intimi rapporti di amicizia con un noto avvocato catanzarese, nonché senatore della Repubblica. Questi era il difensore di numerosi indagati in tutti e tre i delicati procedimenti descritti in precedenza, tra cui l’ex presidente della regione Calabria, nonché ex magistrato, ed uno dei magistrati indagati a Potenza. Nel contempo, il medesimo senatore risulta avere partecipazioni in diverse società di capitali ed ha associato, nel suo studio, nonché in una delle sue società il figliastro del Procuratore.

Nel procedimento c.d. Poseidone – in cui, si ricorda, era indagato anche l’ex presidente della regione ed ex magistrato – De Magistris decide di procedere ad una perquisizione contro quest’ultimo. Informa di ciò il Procuratore della Repubblica ed il Procuratore aggiunto suoi superiori gerarchici, nonché coassegnatari del procedimento. Entrambi cercano di dissuaderlo, segnalando l’inutilità e/o l’impatto clamoroso dell’iniziativa e non firmano il provvedimento. Pochi giorni prima della esecuzione dell’atto, un giornalista chiama De Magistris e gli chiede se c’erano in programma “iniziativa clamorose” nell’inchiesta. Il giornalista riferisce al magistrato di essere stato contattato dall’avvocato, nonché senatore, nonché amico, nonché datore di lavoro e socio del figliastro del Procuratore, nonché, infine, difensore dell’ex presidente regionale, il quale gli avrebbe chiesto se aveva informazioni sulle prossime iniziative della Procura in relazione all’indagine. Non si sa come il senatore possa essere venuto in possesso di tali informazioni, certo è, secondo quanto De Magistris riferisce alla Procura di Salerno, che, dall’analisi incrociata dei tabulati telefonici, viene fuori che, poco prima che il Senatore chiamasse il giornalista, vi erano stati dei colloqui tra il Procuratore della Repubblica ed il medesimo senatore, fatto, questo, che potrebbe, comunque, essere innocente, ma che spiega il perché dei successivi comportamenti del magistrato. Ci sono continue fughe di notizie sulle sue indagini, nel contempo percepisce la sfiducia dei vertici dell’ufficio e, dopo l’uscita della collega, opera completamente solo. De Magistris comincia a temere sempre di più che i suoi vertici, così come diversi altri magistrati del Tribunale di Catanzaro, siano collusi al sistema.

Crescendo moderato

In questo contesto lavorativo, stress estremo ed isolamento totale all’interno dell’ufficio, De Magistris perde di lucidità. Quando cominciano ad emergere il coinvolgimento, tramite le società di cui è titolare, a carico del senatore, avvocato ed amico del Procuratore, nel procedimento “Poseidone”, decide di iscriverlo nel registro delle notizie di reato in forma inusuale, in quanto, per timore che ne vengano a conoscenza il Procuratore e l’aggiunto, coassegnatari del procedimento, non inserisce l’iscrizione nel registro informatico dell’Ufficio. Allorché procede ad una perquisizione del senatore, il Procuratore viene a sapere dell’iscrizione e decide di togliere la delega al magistrato, assegnando il procedimento esclusivamente al Procuratore aggiunto, per poi, subito dopo, dichiarare la propria astensione in virtù dei notori rapporti di amicizia tra lui e l’avvocato senatore. De Magistris, informato dell’atto, ritenendolo illegittimo e penalmente rilevante, prende il fascicolo e lo trasmette alla Procura di Salerno, si ricorda, ufficio competente ad indagare sui magistrati di Catanzaro. A questo punto, il Procuratore reagisce, segnalando la vicenda agli organi competenti per l’azione disciplinare, tra cui il Ministro della Giustizia, retto all’epoca, dal Sen. Mastella, politico che è in buoni rapporti con il principale indagato dell’indagine c.d. “Whynot” e sul quale De Magistris ha iniziato ad indagare, fra l’altro, per la “personalizzata” gestione del giornale del suo partito. Scattano ulteriori ispezioni, mentre procedono le indagini nei due procedimenti ancora in mano al magistrato.

Intanto, i magistrati lucani si sentono vittime di un complotto mediatico a loro danno e presentano diverse denunce per diffamazione contro De Magistris presso la competente Procura di Salerno. Faccio presente che la competenza di Catanzaro vale anche nel caso in cui il magistrato sia persona offesa, mentre quella di Salerno varrebbe per gli eventuali reati commessi da De Magistris. Nel contempo, la Procura della Repubblica lucana, retta dal Procuratore indagato da De Magistris apre un procedimento penale ravvisando l´esistenza di un’“associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, ovviamente, per la forma, non a danno di magistrati né capeggiata da De Magistris, visto che, altrimenti, il procedimento andava immediatamente trasmesso a Catanzaro o Salerno. La persona offesa è il senatore nonché ex membro del CSM, nonché sindaco di Matera, nonché estimatore del magistrato che ha indagato sui suoi sodali politici, nonché, a giudicare da quanto si legge nel provvedimento di perquisizione, mentore e relatore della nomina a procuratore aggiunto del superiore di De Magistris coassegnatario dei suoi procedimenti. Gli indagati sono solo i giornalisti che scrivono delle inchieste condotte da De Magistris, nonché un capitano dei Carabinieri che sta indagando su delega dello stesso magistrato. Dov’è la “criminalità organizzata”? Non bastava una semplice indagine per diffamazione e divulgazione del segreto istruttorio? No, ci voleva l’associazione a delinquere perché, altrimenti, non si poteva procedere ad intercettazioni, e, così essendovi “gravi indizi” dell’esistenza di questa “pericolosissima organizzazione”, la Procura in questione ascolta i colloqui del capitano dei Carabinieri e dei giornalisti che, rispettivamente, indagano su di loro o scrivono sulle vicende che li riguardano. Dalle intercettazioni, contrariamente alle speranze recondite, non emerge nessun colloquio in cui De Magistris fornisce ai giornalisti notizie relative a sue indagini, emerge solamente un rapporto informale con alcuni di essi. I magistrati lucani formulano ripetute denunce nei confronti del magistrato per violazione del segreto istruttorio e/o diffamazione presso la Procura di Salerno, allegando, come elemento di prova, le intercettazioni relative alla famosa organizzazione criminale.

Procedono le ispezioni ministeriali che giungono alla conclusione che De Magistris ha commesso una serie di illeciti disciplinari tra cui quello di aver mandato gli atti del fascicolo “Poseidone” a Salerno. L’Ispettorato propone al Ministro di avviare l’azione disciplinare con richiesta di trasferimento immediato del magistrato. Questi, nel medesimo periodo, dispone l’iscrizione nel registro degli indagati del Ministro nel procedimento c.d. “Why not”. A questo punto, interviene il Procuratore generale FF, che avoca il fascicolo. L’avocazione, atto estremamente grave, può essere disposta solamente nei casi espressamente previsti dalla legge che sono quelli dell’inerzia investigativa ovvero quello della presentazione di una richiesta di archiviazione infondata. Nessuna di queste due ipotesi sussisteva.

Andante con brio

Su iniziativa del Ministro e del Procuratore generale della Cassazione viene esercitata l’azione disciplinare nei confronti di De Magistris, nel contempo, la Procura di Salerno indaga sia nei confronti di De Magistris, per una serie di denunce palesemente infondate presentate dai magistrati lucani nei suoi confronti e nei confronti dei magistrati di Catanzaro per le denunce presentate dallo stesso magistrato. Un membro laico del CSM, prima della decisione, riferisce ai giornalisti che De Magistris è un “cattivo magistrato”. Il CSM condanna il magistrato con una severissima sanzione, disponendone il trasferimento ad altro ufficio e stabilendo che è inidoneo a fare il Pubblico Ministero e, incredibilmente, ritiene, con ciò, chiusa la vicenda, mettendo un bel coperchio sul verminaio di Catanzaro. Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, emette trionfali comunicati sulla magistratura che sa “fare pulizia” al suo interno, sennonché, poco dopo si deve dimettere perché viene fuori che, anche lui, è un membro di CL, che ha prestato attività lavorativa presso la Procura di Catanzaro ed era, guarda un po’, in buoni rapporti con il principale indagato della vicenda “Why not”.

Intanto, tutte e tre le indagini di De Magistris, si fermano. Per legge, dopo l’avocazione del procedimento “Why not”, la Procura generale di Catanzaro avrebbe dovuto esercitare l’azione penale in 30 giorni. È passato più di un anno. È di questi giorni la notizia della chiusura delle indagini (sul punto torneremo nella prossima puntata). L’indagine c.d. “Toghe lucane” era conclusa, De Magistris aveva già formulato le imputazioni, bisognava solo firmare la richiesta di rinvio a giudizio, ma viene trasferito prima. È passato quasi un anno e non risulta stata firmata la richiesta. Dell’indagine c.d. “Poseidone” nulla si sa.

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Prima di continuare il racconto sono doverose due precisazioni. Come dicevo, uno dei procedimenti è stato avocato dal Procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, dopo che De Magistris aveva indagato il ministro. Oltre all’inerzia investigativa esiste anche un altro motivo per cui il Procuratore generale può avocare l’indagine e cioè quando il magistrato inquirente non si sia astenuto in presenza di un interesse proprio. Se si considera la sequenza temporale degli eventi, esercizio dell’azione disciplinare da parte del Ministro e successiva iscrizione dello stesso nel registro degli indagati da parte di De Magistris, il provvedimento potrebbe essere giustificato sotto il profilo della violazione del dovere di astensione da parte del magistrato. La legittimità del provvedimento rimane oltremodo dubbia, ma su di esso tornerò in seguito. Sempre per la precisione, specifico che la sottrazione del procedimento “Poseidone” da parte del Procuratore capo non avvenne a seguito di un atto di perquisizione nei confronti del senatore, bensì, allorché divenne pubblica l’emissione di un avviso di garanzia nei suoi confronti.

Veniamo, ora, agli ultimi sviluppi della vicenda.

Crescendo furioso

Dunque, De Magistris viene condannato in sede disciplinare e trasferito, non so esattamente che fine abbia fatto il Procuratore di Catanzaro, CSM ed ANM sono soddisfatti, tutte e tre le inchieste “Poseidone”, “Whynot” e “Toghe lucane” sono ferme e/o rimaste ferme per un anno almeno.

La Procura di Salerno, competente, si ricorda, per i magistrati di Catanzaro, continua ad indagare. Archivia, per infondatezza manifesta, i procedimenti aperti contro De Magistris ed invita i magistrati di Catanzaro, con appositi ordini di esibizione, ai sensi dell’art. 256 CPP a trasmettere copia degli atti in relazione ai presunti reati oggetto delle segnalazione di De Magistris. L’art. 256 CPP così recita: “1. Le persone indicate negli artt. 200 e 201 (pubblici ufficiali) devono consegnare immediatamente all’autorità giudiziaria, che ne faccia richiesta, gli atti e i documenti, anche in originale se così è ordinato, e ogni altra cosa esistente presso di esse per ragioni del loro ufficio, incarico, ministero, professione o arte, salvo che dichiarino per iscritto che si tratti di segreti di Stato ovvero di segreto inerente al loro ufficio o professione”. Si ricorda, infatti, come, mentre De Magistris aveva mandato l’originale del procedimento denominato “Poseidone” a Salerno, gli atti del procedimento “Why not”, avocati dal Procuratore generale FF erano finiti presso la Procura generale di Catanzaro.

Stando a quanto si legge nel decreto di perquisizione, i magistrati della Procura generale di Catanzaro rifiutano la trasmissione degli atti a Salerno con la seguente risposta “specificare le sottese esigenze di natura investigativa proprie della Procura richiedente, onde evitare di incorrere nel divieto di cui all’art. 329 C.P.P.”. Si tratta di una motivazione che, se non fosse stata scritta da magistrati sarebbe degna della pagina di barzellette su Topolino. Qui, invece c’è, decisamente, poco da ridere. In sostanza, questi magistrati si trincerano dietro il segreto istruttorio. Però, bontà loro, sono disposti a collaborare con la Procura di Salerno e, pertanto, dicono alla Procura che sta indagando: “specifica quali reati vuoi dimostrare ed allora io ti do gli atti relativi a quel fatto”. Provate un po’ voi ad immaginare una obiezione del genere in una qualsiasi indagine. Il PM và da in una grande azienda in cui parte dei manager sono indagati per bancarotta fraudolenta, e dice: “mi può dare, per favore, questo bilancio e quest’altro, oltre ai contratti, alle delibere sociali ecc.?” Altri manager della medesima azienda rspondono: “Certamente, ci mancherebbe altro, solo che dovreste specificare esattamente quale atto di sottrazione del patrimonio hanno commesso i nostri collaboratori, così vi diamo la relativa documentazione, tutto il resto ce lo teniamo per noi, sa com’è, lo spionaggio industriale”.

Insomma, secondo questi magistrati di Catanzaro, quelli di Salerno dovevano sapere esattamente quali reati dimostrare e, soprattutto, con quali carte perché loro solo quelle intendevano mandare, tutto questo, in quanto, asseritamente, temevano la violazione del segreto istruttorio, come se quegli atti li avesse chiesti Novella 2000 e non un ufficio giudiziario tenuto al segreto istruttorio esattamente come quelli di Catanzaro. Non so di preciso quante volte sono stati mandati infruttuosamente questi decreti di esibizione, pare che, comunque i tentativi siano stati molteplici. Di certo, se un ufficio pubblico o privato dà una risposta come quella data dalla Procura generale di Catanzaro ad un PM, questi ha il diritto/dovere di acquisire gli atti con un provvedimento di imperio e cioè con un decreto di sequestro. Poiché, per far ciò, è necessario accedere ad uffici e/o abitazioni private, ci vuole anche un decreto di perquisizione. Entrambi gli atti vengono fusi in un unico provvedimento e devono essere motivati. La Procura di Salerno si rende conto della gravità dell’atto che sta per compiere e delle polemiche che avrebbe suscitato e, di conseguenza, decide di “scrivere” un provvedimento lungo circa 1500 pagine. È alquanto inusuale che per una perquisizione si rediga una motivazione così ampia, non trattandosi di una richiesta di misura cautelare o di una sentenza. Tuttavia, un provvedimento non può essere criticato perché è troppo lungo, semmai, al contrario, perché non è sufficientemente motivato. Qui, almeno in linea teorica, il provvedimento sarebbe addirittura affetto da ipermotivazione.

Il problema, dunque, non è la sua lunghezza, ma la sua tecnica di redazione ed i suoi contenuti. La motivazione di un provvedimento giudiziario consiste in un ragionamento logico deduttivo che analizza gli elementi del fatto e li elabora. Nel caso di questo decreto tutti gli elementi a disposizione, dalle intercettazioni, ai verbali delle audizioni dei De Magistris ed altre persone informate, non vengono analizzati e valutati, ma, semplicemente, trasfusi nell’atto, secondo la tecnica del copia e incolla. L’evidenza di ciò vi risulta chiaramente se comparate il decreto di perquisizione con la richiesta di archiviazione formulata dai medesimi magistrati, questa sì, ben motivata (trovate i link nella prima puntata). La tecnica di redazione delle motivazioni secondo il sistema del copia e incolla è un modo di procedere poco professionale ormai molto diffuso specie negli uffici inquirenti e presso gli uffici GIP. In assenza della necessaria elaborazione degli elementi probatori, essa conduce a risultati spesso sconfortanti; di fatto, capita che PM e GIP finiscano con l’appiattirsi sulle posizioni della polizia, con conseguenze per ognuno facilmente immaginabili. Dunque, nel momento in cui la Procura di Salerno decide di procedere alla perquisizione di un altro ufficio giudiziario, per di più in una vicenda sotto i riflettori dell’opinione pubblica, avrebbe dovuto scrivere un atto elaborato e ragionato sugli elementi indiziari a disposizione ed a giustificazione del provvedimento. Questo è il primo grosso errore che questi colleghi hanno commesso e che potremmo definire metodologico.

Il secondo grosso errore deriva da questa metodologia errata ed è costituito dal contenuto dell’atto. Difatti, avendo, apparentemente, trasfuso in esso tutti gli elementi presenti nel fascicolo, dicono cose che non hanno alcuna attinenza con l’oggetto del procedimento (i presunti reati commessi dai magistrati di Catanzaro nell’ostacolare le indagini di De Magistris, così come quelli commessi da quelli della Procura generale di Catanzaro nell’ostacolare le indagini della Procura di Salerno) ed ancor meno con lo scopo dello specifico provvedimento (acquisizione degli atti dell’indagine Why not). Invece, nel provvedimento c’è di tutto, dalle intercettazioni del famoso membro di CL con il vescovo, ai suoi rapporti con esponenti del ministero, ai rapporti che sempre quest’ultimo aveva con il Vicepresidente del CSM, al voto di castità dell’ex presidente dell’ANM. Molte di queste cose sono frutto delle elaborazioni di De Magistris, il quale, a torto o a ragione, si sente vittima di una specie di grande complotto per fermare le sue indagini ordito dai “poteri forti”, non ultima l’immancabile massoneria (della quale, peraltro, risultano essere stati membri molti degli indagati nei procedimenti istruiti dal magistrato). Così, in questo grande complotto, non sarebbero coinvolti solo i magistrati di Catanzaro. Ne sarebbero responsabili anche i vertici dell’Associazione Magistrati, in quanto molti di essi inseriti, in posti apicali, nel ministero presieduto dal Sen. Mastella, indagato da De Magistris. Vi sarebbe coinvolto anche il Procuratore generale della Cassazione, che aveva esercitato l’azione disciplinare nonostante il figlio avesse svolto degli incarichi per conto di una delle società lambite dalle indagini di De Magistris, e quant’altro ancora. Ora, il fatto che De Magistris sia giunto a queste conclusioni è sicuramente comprensibile, visto come si è svolta la vicenda e come è stato trattato. Non comprensibile è il fatto che la Procura di Salerno gli sia andata dietro in tutto e per tutto e non abbia fatto un adeguato filtro tra ciò che potrebbe essere di interesse nell’ambito di ricostruzioni giornalistiche e ciò che, invece, è rilevante in un accertamento penale.

Pertanto, è evidente come la Procura di Salerno abbia commesso una serie di errori, per i quali è stata criticata dall’opinione pubblica in generale ed anche dall’ANM con questo duro comunicato‘.

All’ufficio in questione si contestano anche altre mancanze. In primo luogo vi sarebbe stata una errata gestione di tutta la vicenda sotto il profilo strettamente, chiamiamolo così, “diplomatico”, in secondo luogo si contesta l’acquisizione in originale dell’intero fascicolo processuale, con ciò determinando un’interruzione delle indagini condotte dalla Procura generale di Catanzaro. Infatti, sotto il primo profilo, si dice che l’ufficio inquirente avrebbe potuto rivolgersi al Procuratore generale presso la Corte di cassazione affinché componesse il conflitto tra loro e la Procura generale di Catanzaro ed imponesse la consegna degli atti rilevanti. Perché ciò non sia avvenuto non mi è noto, comunque, secondo me, non è particolarmente rilevante. Anche la contestazione di aver disposto il sequestro dell’intero fascicolo in originale è fuori luogo. Sembrerebbe essere un atto abnorme, ed invece, non è affatto raro. È capitato, a mero titolo esemplificativo, che siano state falsificate cartelle cliniche al fine di occultare eventuali errori commessi da medici oppure degli atti di pubbliche amministrazioni i cui responsabili erano indagati. Per impedire inquinamenti probatori, si procede al sequestro degli originali, fotocopiatura e restituzione all’avente diritto. Nulla di strano o eccezionale, né si vede perché l’atto sarebbe normale quando si procede contro dei medici o una qualsiasi pubblica amministrazione ed, invece, grave quando si procede presso un ufficio giudiziario.

In definitiva, il dato essenziale è costituito dal fatto che la Procura di Salerno ha agito in piena legittimità, nell’ambito dei suoi poteri e delle sue prerogative previste dal codice di procedura penale, ma che ha commesso degli evidenti e, direi, gravi errori nella modalità di redazione e nel contenuto dell’atto.

In data 3 dicembre 2008 la Procura di Salerno procede alla perquisizione. L’atto è, sicuramente, clamoroso. Viene immediatamente battuto su tutte le agenzie, pare che sia stata messa sotto assedio la Procura generale di Catanzaro, sono state perquisite le abitazioni di alcuni dei magistrati indagati ecc. ecc. Fin qui, però, nulla di eversivo, tutto nell’ambito di un procedimento penale anche se, evidentemente, nient’affatto normale. I magistrati della Procura generale di Catanzaro apprendono di essere indagati per il reato di favoreggiamento personale a causa del reiterato rifiuto di trasmettere gli atti del procedimento. In questa situazione perdono completamente la testa. Sostengono che il sequestro del fascicolo impedisce loro di concludere l’indagine. Certo è, quanto meno, curiosa questa improvvisa urgenza di concludere il fascicolo che avevano in mano da più di un anno senza che avesse prodotto alcun esito. Ma anche fosse come narrato, avevano a disposizione tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento. Potevano fare una denuncia alla competente (sui magistrati di Salerno) Procura di Napoli e chiedere il controsequestro. Potevano anche rivolgersi, come indagati, al Tribunale della libertà di Salerno. Ed, ancora, semplicemente, presentare una formale istanza di dissequestro alla Procura di Salerno previa acquisizione in copia degli atti. Il procedimento sarebbe rimasto bloccato non più di alcune settimane, dopo essere stato fermo per più di un anno. Invece, nulla di tutto ciò. I magistrati di Catanzaro decidono di aprire un procedimento penale contro i magistrati della Procura di Salerno che li stavano indagando. Il tutto, nonostante sussistesse un evidente obbligo di astensione ed oltretutto senza che vi fosse la competenza territoriale, considerato che, come abbiamo visto nella precedente puntata, contro i magistrati di Salerno deve procedere la Procura della Repubblica di Napoli. Solo a completamento del quadro si aggiunge che le Procure generali, uffici di secondo grado, non procedono ad avviare indagini, attività di competenza delle Procure presso i Tribunali… Dopo aver aperto il procedimento penale in questione, provvedono all’immediato controsequestro del medesimo fascicolo, con il risultato, giustamente definito grottesco da alcuni giornali e stando alle loro cronache, di due Carabinieri chiamati per conto di due distinti uffici giudiziari a vigilarsi l’un l’altro affinché il fascicolo non sparisca. Che tristezza…

Questa, riassunta in poche parole, è la “guerra” tra Procure. Non c’è affatto la guerra per bande di magistrati descritta dai giornali, bensì una Procura che procede ad un atto legittimo, per quanto pasticciato, ed un gruppo di magistrati che, in spregio ai più elementari principi di diritto, prima ancora che di opportunità, approfittano della loro funzione per bloccare un’indagine in corso anche su di loro. Questo è il dato ed è un dato che nessuno ha spiegato alla, giustamente attonita, opinione pubblica.

Ricapitolando, di fronte ad un atto sicuramente legittimo, per quanto, mal motivato e, forse, ma solo forse, inopportuno, commesso dalla Procura di Salerno, i magistrati di Catanzaro, commettono un palese, gigantesco abuso, un atto illegittimo sotto tutti i profili, con ciò avallando i sospetti, più o meno giustificati sulle gravi anomalie esistenti negli uffici giudiziari di quel distretto.

Il Presidente della Repubblica chiede copia degli atti alle due Procure con un atto non previsto da nessuna norma, giustificato solo dalla gravità della situazione e dal fatto che riveste anche l’incarico di Presidente del CSM. Il CSM convoca immediatamente i due Procuratori coinvolti e decide di aprire un’anomala procedura di trasferimento di entrambi, come se le colpe fossero le stesse. È un po’ come paragonare, in termini di pena, un omicidio colposo (automobilista distratto che ha investito una persona) ad uno doloso. Se uno và trasferito gli altri devono essere destituiti dalla loro funzione. Alcuni membri del CSM preannunciano anche un procedimento di trasferimento per i due sostituti di Salerno titolari dell’indagine. Ciò in virtù di due profili di colpa che definire ridicoli è poco. Gli si contesta due cose: quella di non aver specificato nel decreto che gli atti sarebbero stati restituiti dopo la loro fotocopiatura e quella di non aver definito chiaramente i poteri della polizia operante, la quale, a detta di uno dei magistrati perquisiti, lo avrebbe, addirittura, costretto a denudarsi. Per entrambi questi profili di presunta violazione disciplinare devono trasferire non solo i colleghi di Salerno, ma tutti i PM italiani, compreso lo scrivente. Non esiste nessuna norma che imponga di specificare nel provvedimento che gli atti sequestrati saranno restituiti immediatamente dopo la loro acquisizione in copia. Ancora più divertente è l’altro profilo di colpa. Beata ingenuità! Quando vengono perquisiti i magistrati, i consiglieri scoprono i poteri invasivi del PM… Peccato che questi poteri li abbia, in certi casi, autonomamente la Polizia. Un mio amico, con i capelli lunghi e gli jeans, durante un normale controllo antidroga in stazione, è stato fermato perché il cane aveva “reagito”. Lo hanno portato nella posto di polizia, costretto a spogliarsi fino alle mutande ed, alla fine, mandato via senza troppe scuse. Oltretutto, nel caso di Catanzaro, non c’era bisogno di regolamentare un bel nulla, in quanto, era presente un PM appositamente designato per garantire la regolarità dell’atto, il quale, fra l’altro, smentisce il magistrato indagato.

Insomma, per come il CSM ma anche l´ANM stanno gestendo la situazione, si ha una sensazione, quanto meno, sgradevole. Nei confronti di questi due sostituti di Salerno viene preannunciato un provvedimento di trasferimento con delle motivazioni decisamente risibili. Facile leggervi una grave forma di intimidazione in stile “chi prova ad andare a fondo a questa vicenda è atteso al varco ed, al primo errore, verrà eliminato” e quindi “mettete un bel coperchio su questa storia imbarazzante che stiamo tutti meglio”. In una recente trasmissione televisiva il segretario dell’ANM ha sostenuto che il trasferimento o la sottrazione di un’indagine ad un PM non determina alcun danno, in quanto l’ufficio è impersonale. La cosa, sul piano formale, è certamente vera, ma, sul piano sostanziale, in procedimenti di questa complessità, l’eliminazione dei titolari determina un’inevitabile grave e, più o meno lunga stasi del procedimento stesso, per non parlare della citata forma di indimidazione. Questi due sostituti conoscono il procedimento a menadito perchè lo hanno istruito personalmente per un anno intero e trasferirli, significa dover ricominciare tutto da capo…

Intanto a BS ed ai politici torma in mente il detto per cui la cosa migliore è sempre sedersi sulla riva del fiume ed aspettare che passi il cadavere del nemico. La magistratura si autoaffonda ed è alle prese con la sua follia. Nel contempo, emergono una serie di procedimenti penali contro amministratori locali di area PD. A BS non gli par vero, tenta di dare l’affondo finale ed imprime un’accelerazione ai suoi propositi di riforma riproponendo la separazione delle carriere, l’abolizione sostanziale delle intercettazioni e l’abolizione del potere di direzione sulla Polizia da parte della magistratura come soluzione dei problemi della giustizia…

_______

Cupio dissolvi

Se dopo questo allucinante racconto voi pensate di aver capito tutto, vi sbagliate di grosso, anche perché sarebbe alquanto strano che qualcuno capisca più di quanto abbia capito colui che spiega. Io, infatti, non ci ho capito niente…

Proverò, comunque, a far finta di aver capito qualcosa. Prima di tutto dobbiamo scindere le due vicende, quella calabrese e quella lucana.

Quella calabrese, così come da me narrata nella prima puntata, si presta ad una lettura completamente diversa rispetto a quella apparentemente glorificante di De Magistris. Vediamola nell’ottica del Procuratore della Repubblica. Questi, nella sua veste di dirigente di un ufficio giudiziario appartenente al terzo potere dello Stato, deve stare attento anche alla salvaguardia degli equilibri con le altre istituzioni. È un suo preciso obbligo, specie di questi tempi. La magistratura è sotto i riflettori, se attacca la politica e sbaglia, i politici ne possono approfittare per tagliargli le unghie.

Presso il suo ufficio arriva Luigi De Magistris, proveniente da Napoli. Il sostituto si mette subito al lavoro, avvia una serie di inchieste anche complesse, che, in sede giudiziaria, si sciolgono come neve al sole. Il Procuratore comincia a non fidarsi di lui e delle sue capacità. Si ritrova con un sostituto che ritiene essere un po’ pasticcione ed avventato e che compie una serie di iniziative clamorose. Di conseguenza, decide di coassegnare i procedimenti più delicati anche ad una collega che, però, dopo un po’, va in maternità. A questo punto pensa di coassegnare il procedimento ad un altro sostituto, ma non trova nessuno. Al fine di impedire che De Magistris combini ulteriori pasticci, opta per la coassegnazione dei procedimenti a sé stesso ed al Procuratore aggiunto, così può controllarne ogni singola mossa prima che produca danni. Il fatto che il suo amico senatore/difensore/datore di lavoro del figliastro difende alcuni degli indagati di De Magistris non significa, di per sé, nulla, se ognuno agisce con coscienza del proprio ruolo. Tutti i magistrati italiani hanno avvocati per amici, ciò non significa che, nelle loro decisioni, favoriscano i clienti di questi ultimi.

Un giorno De Magistris informa il Procuratore e l’aggiunto che intende perquisire l’ufficio del presidente della regione, ex magistrato, cliente del senatore/amico del Procuratore. Questi, conscio della gravità dell’atto, delle polemiche che ne sarebbero derivate, gli chiede se è proprio necessario e perché; lo invita a valutare bene il rapporto costi/benefici, e gli chiede, spalleggiato dall’aggiunto, perché non chiude gli innumerevoli fronti che ha già aperto, al posto di aprine di nuovi. Si tratta di un colloquio perfettamente legittimo e normale. Succede spesso, non ci vedo nulla di male se non ci sono scopi reconditi; non è una violenza. Del resto, la perquisizione non è stata impedita dai vertici dell’ufficio. Poco prima della perquisizione, il Procuratore si sente, come sempre, per telefono con il suo vecchio amico/senatore/ecc (ricordiamoci che sono amici di vecchia data e, quindi, è perfettamente naturale che si sentano con una certa frequenza). Sono entrambi estimatori del bel calcio e commentano l’ultimo goal di Ibrahimovic. Ritengono che sia una vergogna che la Juventus sia stata privata del suo gioiello con intrigo della solita magistratura che non ha altro da fare che intercettare il povero Moggi. Dopo cinque minuti il Procuratore richiama l’amico/senatore e gli dice che su Google ha digitato la parola Inter ed è venuto fuori un sito internet di alcuni professori di economia che si dichiarano dei fan di Milton Friedman. I due si fanno delle grasse risate, lo sanno tutti che Friedman, a differenza di JM, non capiva niente di economia. Siamo nel 2007, non possono sapere che, nel 2008 sarebbe arrivato un magistrato di imprinting keynesiano salvare il sito.

Verso la fine del colloquio, l’amico/senatore chiede al Procuratore come se la passa e questi si sfoga cominciando a lamentarsi. Dice che questo De Magistris gli combina un guaio dietro l’altro, che adesso, in Procura, ci sono gli ispettori ministeriali che gli stanno contestando il suoi metodi di gestione dell’ufficio e rischia di perdere la poltrona. Al senatore/avvocato gli si accende una lampadina, si ricorda che De Magistris sta indagando anche il presidente della regione, suo cliente. Non volendo compromettere l’amico, non gli chiede se sa qualcosa delle prossime mosse del sostituto. Dopo aver chiuso il colloquio, chiama il giornalista e gli chiede se ci sono delle iniziative clamorose in vista. Se avesse avuto le notizie di prima mano dal Procuratore, che necessità c’era di chiedere conferma al giornalista? Direi che questo è un elemento che và a favore della riservatezza del Procuratore. Intanto De Magistris comincia ad indagare anche il senatore/amico del Procuratore ad insaputa di quest’ultimo e del Procuratore aggiunto, entrambi assegnatari del procedimento. Arriva ad omettere di inserire, come di dovere, l’iscrizione nel registro informatico dell’ufficio, chiudendo il provvedimento in un armadio. Improvvisamente, il Procuratore riceve la notizia che De Magistris sta per inviare un avviso di garanzia al senatore/avvocato, senza che lui, contitolare dell’indagine e dirigente dell’ufficio, ne sappia alcunché. Il Procuratore, decide di revocare l’assegnazione a De Magistris e, subito dopo, in considerazione dei rapporti di amicizia con l’indagato, correttamente, si astiene. Si contesta il fatto che il Procuratore, prima di astenersi, abbia revocato la delega al sostituto. La giurisprudenza dice che, se anche l’atto fosse stato emesso in una situazione di conflitto di interessi, ma è perfettamente legale e legittimo, non vi è alcun reato. Se non l’avesse fatta il Procuratore, la revoca avrebbe potuto e dovuto farla il dirigente incaricato di decidere sul punto, stante la grave violazione nel rapporto fiduciario istituzionale commessa da De Magistris. Nel decreto di perquisizione della Procura di Salerno si ipotizza addirittura una forma di corruzione del Procuratore da parte dell’avvocato/amico/senatore sotto forma di assunzione del figliastro nel suo studio e di assistenza legale offerta al medesimo Procuratore in un procedimento legale. È un’ipotesi alquanto peregrina. È un po’ difficile immaginare ed ancor più dimostrare un accordo preventivo per cui, in cambio dell’assunzione del figliastro, il Procuratore avrebbe favorito i clienti del senatore/avvocato/amico. E se il figliastro fosse solo bravo? E se l’avvocato/amico avesse voluto fare un favore all’amico e basta? E se lo avesse assunto in virtù della comune militanza politica? Insomma, da quel provvedimento di perquisizione non emergono dei chiari elementi di reato a carico del Procuratore o del Procuratore aggiunto.

Proseguiamo nella sequenza dei fatti. Abbiamo un ufficio giudiziario in cui gli Ispettori ministeriali concludono che il Procuratore non è un soggetto particolarmente capace, mentre il suo sostituto è un pasticcione, il quale, per di più, ha denunciato il medesimo Procuratore alla Procura della Repubblica di Salerno. Essi propongono al Ministro Mastella il trasferimento di entrambi. Il Ministro si fida dei suoi ispettori e si conforma alle loro proposte, firma l’atto con il quale chiede che venga esercitata l’azione disciplinare nei confronti dei due magistrati. Subito dopo, De Magistris, guarda un po’ che coincidenza, ritiene che siano emersi degli elementi di reato sul conto del medesimo ministro e lo iscrive nel registro delle notizie di reato. Apriti cielo, i giornali si scatenano, polemiche, interrogazioni al Ministro indagato, il Governo che si regge sui voti dello stesso Ministro Mastella, ecc. ecc. Il Procuratore, denunciato da De Magistris, è ormai paralizzato, e non può intervenire. Il Procuratore generale FF, si trova con questa grana tra le mani, pensa che De Magistris, sia, ormai, una variabile impazzita e decide di avocare il procedimento Why not, ritenendo che vi sia stata una violazione dell’obbligo di astensione. Anche il CSM si ritrova a gestire questa brutta grana, questo sostituto procuratore pasticcione che, con le sue iniziative avventate, rischia di innescare una grave crisi politica e, di conseguenza, decide di trasferirlo prima che possa combinare ulteriori guai…

Provate, adesso, a rileggere la prima puntata, vi accorgerete che i fatti sono esattamente gli stessi solamente descritti da un altro punto di vista. La narrazione della prima puntata era, lo ammetto, tendenziosa. Ho fatto un po’ il furbo… Ma quella è l’ipotesi accusatoria emergente dal decreto della Procura di Salerno, la quale pare aver sposato in pieno la versione di De Magistris. Io ho fatto solo finta di averla letta in maniera acritica. Invece, manca nel provvedimento, la versione degli altri protagonisti della vicenda.

Prima che mi prendiate a fischi e mi diate del “cerchiobottista”, posso dire che qualche conclusione la possiamo trarre comunque.

Se il Procuratore di Catanzaro ed il suo vice abbiano commesso o meno dei reati ed abbiano complottato al fine di boicottare le indagini di De Magistris, non si può allo stato attuale dire in alcun modo. È oggetto delle indagini della Procura di Salerno e saranno gli uffici giudiziari di quel distretto a doverlo stabilire. Ciò che possiamo dire con un buon grado di certezza è che la Procura della Repubblica di Catanzaro era mal diretta da un Procuratore, che, al momento del suo allontanamento, aveva retto l’ufficio per 19 anni. L’altra considerazione che possiamo fare è quella per cui De Magistris si trovava ad operare in un ambiente estremamente incrostato e, per di più, sempre per le incapacità dirigenziali dei vertici dell’ufficio, in completa solitudine. Questo ha determinato l’escalation con tutto ciò che ne è seguito e con un gravissimo danno per la credibilità dell’intero sistema giudiziario.

Se la vicenda di Catanzaro si presta a questa duplice, opposta, lettura (complotto o totale incapacità della dirigenza in presenza di un magistrato pasticcione), il vero abisso è costituito dalla vicenda c.d. “Toghe lucane”. Leggere quella richiesta di archiviazione è stata, per me, un’esperienza traumatica. Le vicende in essa narrate, siano esse vere o no, sono terrificanti. I fatti raccontati nella prima puntata sono solo la punta dell’iceberg. Il quadro è quello di magistrati che operano nella piena consapevolezza della propria impunità e, prevalentemente, per i propri privati interessi, che si fanno una guerra spietata tra di loro, arrivando a spiarsi a vicenda, che cercano di ingraziarsi, in tutti i modi, anche coprendone i reati, il potere politico… Da ogni pagina di quella richiesta emergevano sempre più ripugnanti nefandezze. La sua lettura era è stata una specie di discesa agli inferi, dove ogni pagina costituiva l’ingresso in un nuovo girone dantesco. Nessuno può immaginare il senso di orrore e nausea profonda, quasi fisica, che ho provato. Se anche nessuno di quei fatti fosse vero, ma molti purtroppo sono terribilmente veri, voi potete capire quale deve essere la credibilità della magistratura in Basilicata, se possono nascervi anche solo dei sospetti così spaventosi.

Ed allora, prima di abbozzare delle ipotetiche soluzioni, da tutti questi fatti possiamo trarre qualche sconcertante ed, al tempo stesso, sconfortante conclusione:

1) in diverse regioni del Meridione italiano la magistratura, per ragioni familiari, di amicizia o di ambizione, è parte integrante dell’establishment e quindi del sistema di potere politico, amministrativo ed economico, con tutte le conseguenze che da ciò, inevitabilmente, derivano e che sono facilmente immaginabili;

2) il CSM e l’ANM non hanno nessuna intenzione o non sono capaci di mettere mano a questa situazione anche quando sono in possesso di numerosi elementi tali da imporre un intervento, anche perché i dirigenti degli uffici giudiziari vengono scelti secondo criteri correntocratici;

3) i dirigenti degli uffici giudiziari, a prescindere dalla loro eventuale collusione con il potere politico ed economico, scelti non per capacità, ma per i meriti descritti sub 2), sono completamente inadeguati a gestire i loro uffici;

4) quella parte della magistratura che cerca di infilare il bisturi nel bubbone opera, spesso, in maniera poco professionale e velleitaria, fornendo al potere politico gli argomenti necessari per ridurne i poteri di indagine.

In sostanza, la totale sconfitta dello Stato, anzi, in gran parte, la certificazione della sua inesistenza. I rappresentanti dello Stato sono, in parte del territorio nazionale, collusi con il malaffare e/o la delinquenza locale, oppure sono incapaci di combattere efficacemente il malaffare stesso.

Soluzioni?

Certamente le soluzioni ci sarebbero, ne suggerirò qualcuna, tanto per dimostrare che, volendo, qualcosa si potrebbe fare. Dico fin da subito che, tuttavia, si tratta di un mero esercizio intellettual/ipotetico, non credo, infatti, che nessuno (né i politici, ma nemmeno la magistratura) abbia intenzione di fare alcunché.

1) Una delle poche certezze che ho è che se a Catanzaro vi fosse stato un Procuratore capace ed autorevole questo casino non sarebbe scoppiato. Se De Magistris fosse stato un pasticcione, come si vuol far credere, sarebbe stato fermato molto prima che la situazione si avvitasse in quel modo sempre più drammatico. Viceversa, se tale non era, un Procuratore serio avrebbe adottato idonee iniziative ad impedire che finisse nel mirino, come poi è avvenuto. E, quindi, si ritorna a quanto da me detto nella prima puntata della telenovela sulla giustizia e cioè ai perversi sistemi di selezione della classe dirigente, basata, essenzialmente su spartizioni correntizie, raccomandazioni ed anzianità, tutti criteri profondamente sbagliati. Questo è il primo motivo di autocritica che andrebbe fatto e che l’ANM fa finta di abbozzare nella seconda parte del comunicato sulla presunta “guerra” tra le Procure in questi due passaggi

Dobbiamo riconoscere il fatto che per troppi anni si è accettato che alcuni uffici giudiziari fossero gestiti da persone inadeguate, che non hanno esercitato i propri compiti con trasparenza ed impegno responsabile e a volte sono apparse legate a poteri locali; il che ha contribuito a quella crisi della legalità che, purtroppo, è il connotato più preoccupante di quella regione.

Possiamo cambiare solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno: è dovere e responsabilità dell’ANM e degli organi di autogoverno assicurare ai cittadini una magistratura capace, motivata e professionalmente adeguata.

In sostanza, la dirigenza andrebbe selezionata esclusivamente secondo le sue dimostrate capacità. Purtroppo, l’impressione che si ha è che alle deplorazioni formali non seguiranno i fatti.

2) Da questa vicenda si ricava un’ulteriore lezione, lezione che, in realtà, ci aveva già dato quel grande magistrato che era Giovanni Falcone più di venti anni fa. Indagini della delicatezza, vastità e complessità di quelle affidate a De Magistris, non possono essere lasciate in mano ad un solo sostituto. Deve operare un gruppo di magistrati. Se operano più magistrati, nessuno diventa insostituibile e, così, uccidere fisicamente o anche solo professionalmente (come è successo a De Magistris) il singolo magistrato diventa impossibile o inutile. Oltretutto, con ciò si potrebbero prevenire situazioni di stallo derivanti dal normale turn over degli uffici (pensiamo alla collega di De Magistris, allontanatasi per un periodo di maternità e, successivamente, trasferita, ovvero al fatto che i procedimenti di De Magistris, siano rimasti fermi per più di un anno dopo il suo allontanamento). Tuttavia, questo implica anche un radicale cambiamento di mentalità della magistratura. Qui faccio tesoro del mio stage in Germania. Uno dei sostituti anziani, addetti al dipartimento antidroga e criminalità organizzata della Procura dove ero, mi disse che, se un PM non ha spirito di squadra, non è idoneo a fare quel mestiere. Le Procure dovrebbero essere come la Juventus, squadre compatte, unite, decise. Invece, spesso, sono come l’Inter, composte da prime donne leziose rivaleggianti tra di loro. Spirito di squadra significa anche disciplina, dover seguire la tattica dettata dall’allenatore o dalla maggioranza dei giocatori, anche quando non la si ritiene condivisibile. Questo tipo di mentalità è lontana anni luce da quella dei magistrati italiani.

3) Creare una squadra non è sufficiente. Con undici giocatori da terza categoria non si può giocare in serie A. Anche su questo ci è utile un’altra lezione di Falcone. Verso la traumatica fine della sua vita, egli propose la creazione di una specie di superprocura antimafia con sede a Roma chiamata ad avere una visione di insieme del fenomeno, a gestire i rapporti internazionali ed a coordinare l’attività tra le Procure sparse sul territorio. Analogamente, fu creato anche un reparto di polizia speciale, la DIA. Qualcosa di simile andrebbe creato anche per questo tipo di indagini. Pensiamo, ad esempio, a vicende come quella della Parmalat, una bancarotta e truffa globale, indagine per la quale la Procura di Parma, a differenza di quella di Milano, non aveva i necessari strumenti culturali ed operativi, tant’è vero che è affondata e ci metterà anni a riprendersi. Le indagini sulla corruzione politica, quella ad altissimo livello, necessitano di magistrati e poliziotti superspecializzati in diritto amministrativo, indagini societarie, bancarie, internazionali e quant’altro. I Procuratori di questa Superprocura dovrebbero muoversi e dare la direzione giusta alle indagini, guidando quelli degli uffici sparsi sul territorio, i quali, a loro volta, dovrebbero essere disposti a farsi guidare. Inoltre, un procuratore che arriva da Roma è, o dovrebbe essere, al di fuori del sistema di potere, quanto meno locale, e quindi, non colluso. Il presupposto, tuttavia, è che i posti di questa superprocura, inevitabilmente molto ambiti, non vengano assegnati secondo criteri correntocratici, bensì ai migliori magistrati specializzati e, possibilmente provenienti da grandi città. Analogo discorso vale per la polizia. Tutta la magistratura inquirente, me compreso, è chiamata a fare un radicale salto di qualità e mentalità. La recente vicenda di Pescara ne è la più evidente dimostrazione, ma garantisco che è più frequente di quello che si immagini. Incapacità di distinguere il malaffare diffuso dai fatti reato, intercettazioni considerate il punto di arrivo di un’indagine al posto del punto di partenza, creazione di procedimenti ipetrofici ingestibili, in cui gli unici che si raccapezzano sono gli agguerriti difensori nominati dai politici, ecc., ecc. Una vera e propria Caporetto giudiziaria.

Al termine di questo allucinante viaggio negli abissi della magistratura italiana, cui mi hanno costretto i nostri economisti, monetaristi, interisti, torno alla vicenda umana e professionale di De Magistris. Non possiamo sapere se egli sia stato un PM avventato e pasticcione, come ha ritenuto il CSM, oppure la vittima di un complotto ordito se, non a Roma, quanto meno tra Catanzaro, Potenza e Matera, come ritenuto dalla Procura di Salerno. Vedremo quale sarà l’esito dei procedimenti penali in corso. Di certo se verranno trasferiti i sostituti di quella Procura che fino ad oggi hanno gestito l’indagine, rimarrà in tanti il sospetto che non si sia voluta cercare la verità, con ciò dando un ulteriore colpo all’indipendenza della magistratura. Per quel poco che ho capito di questa vicenda, ritengo comunque che De Magistris non sia stato affatto un “cattivo” magistrato, bensì un magistrato lasciato completamente solo ad operare in un contesto estremamente difficile, finito nel tritacarne di una vicenda enormemente più grande di lui ed in cui, con un coraggio veramente fuori dal comune, ha cercato solo di fare il suo dovere. Credo che se fosse stato inserito in una buona squadra sarebbe stato un ottimo centravanti come, tanto per non far nomi, Amauri. Può darsi che abbia commesso degli errori, ma, fin’ora, è stato l’unico a pagare. In ogni caso, ritrovata la meritata serenità, riesce ancora, in questa bella intervista, a manifestare fiducia nella magistratura ordinaria. Beato lui…

di axel bisignano

www.noisefromamerika.org

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Un pensiero riguardo “Salerno vs Catanzaro: telecronaca di una partita persa dal paese.

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