Toddler-in-Chief: Resisters, You MUST Read This…

This New York Times opinion piece by David Brooks is a must-read for Resisters, if only because it contains this classic and perfect description of the truculent child Trump really is:

He is thus the all-time record-holder of the Dunning-Kruger effect, the phenomenon in which the incompetent person is too incompetent to understand his own incompetence.

Brooks labels Trump an “ infantalist,” who has yet to master the “ three tasks that most mature adults have sort of figured out by the time they hit 25.” And from there…well, the whole piece is just pure genius.

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A child is a child: Protecting children on the move from violence, abuse and exploitation.

Among the millions of children on the move worldwide, many – including hundreds of thousands of unaccompanied children and adolescents – undertake dangerous journeys. This report shows how the lack of safe and legal pathways for refugee and migrant children feeds a booming market for human smuggling and puts them at risk of violence, abuse and exploitation. Building on recent UNICEF policy proposals, it sets out ways that governments can better protect these vulnerable children.

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Palestina: chi passerà alla storia, il carceriere o chi fa lo sciopero della fame?

Comincia la quarta settimana di sciopero della fame di più di 1.200 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Viene mantenuta l’incomunicabilità e l’isolamento dei prigionieri, mentre in tutto il mondo ci sono manifestazioni di solidarietà, in particolare in israele e nei Territori Occupati della Palestina.

L’aneddoto della settimana è stato il tentativo di screditare Marwan Barghouti, con un video nella cella dove è incarcerato senza contatti in cui lo si vede mangiare una galletta salata.

Il video è stato diffuso nell’ora di maggiore audience dalla TV israeliana, che si è fatta beffe della “serietà” del suo sciopero della fame. Questo primitivo e basso esercizio di “verità alternativa” ha avuto la reazione contraria a quanto ci si aspettava, come ha messo in rilievo il comico israeliano Assaf Harel in un video.

Qui sotto riproduciamo la giusta indignazione di Gideon Levy, editorialista politico del quotidiano Haaretz.

Trump e lo spettro dell’impeachment

di Michele Paris

L’ondata di guai che sta investendo Donald Trump a partire dal suo insediamento alla Casa Bianca rischia di travolgere un’amministrazione Repubblicana sempre più sotto assedio da parte di sezioni della classe dirigente americana che cominciano ormai a discutere apertamente di un possibile procedimento di impeachment.

Con l’eco del licenziamento del direttore dell’FBI, James Comey, non ancora spento, la nuova settimana a Washington si è aperta con due nuove rivelazioni “bomba”, o quanto meno considerate tali dalla stampa ufficiale, pubblicate a distanza di un giorno dai due giornali maggiormente impegnati nella campagna anti-russa diretta contro il presidente Trump.

Lunedì il Washington Post aveva scritto che quest’ultimo si era lasciato sfuggire alcune informazioni di intelligence riservate sulle attività dello Stato Islamico (ISIS), con ogni probabilità passate dai servizi di Israele, durante il discusso incontro della scorsa settimana alla Casa Bianca con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, e l’ambasciatore di Mosca a Washington, Sergey Kislyak.

La presunta gaffe di Trump non ha avuto confermate e, in ogni caso, il contenuto della conversazione del presidente con i rappresentanti del governo russo non è sembrata sollevare particolari preoccupazioni, sia dal punto di vista legale sia da quello della “sicurezza nazionale”.

Ciononostante, la notizia del Post ha scatenato un nuovo polverone politico a Washington, intensificatosi il giorno dopo in seguito all’esclusiva del New York Times su un “memorandum” dello stesso Comey. L’ormai ex numero uno dell’FBI sarebbe cioè in possesso di un appunto scritto da suo pugno relativo a un incontro alla Casa Bianca con Trump a febbraio, durante il quale il presidente gli avrebbe chiesto di chiudere l’indagine in corso ai danni del suo ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn.

L’ex generale americano è al centro della caccia alle streghe anti-russa negli Stati Uniti e il giorno prima del faccia a faccia tra Trump e Comey era stato rimosso dal suo incarico per avere mentito al presidente e al vice-presidente sulla natura di alcune conversazioni che aveva intrattenuto con l’ambasciatore russo Kislyak.

Il doppio colpo assestato dal Post e dal Times contro la Casa Bianca fa sempre parte di un’offensiva in atto da mesi e dietro alla quale vi sono poteri allineati alla galassia “neo-con” e all’apparato militare e dell’intelligence americano che cercano in tutti i modi di delegittimare un’amministrazione impegnata, sia pure in maniera limitata, a ripianare le tensioni tra gli USA e la Russia.

Che Trump abbia effettivamente sollevato la questione dell’indagine di Flynn con Comey è del tutto possibile. Tuttavia, l’attendibilità di un giornale come il New York Times, o il Washington Post, è a dir poco discutibile sulla vicenda del cosiddetto “Russiagate”, vista la natura politica del suo operato.

Come praticamente tutte le notizie pubblicate finora sul caso, anche l’ultima rivelazione è basata sulle dichiarazioni di fonti anonime all’interno del governo americano, evidentemente interessate a screditare l’amministrazione Trump.

L’articolo di martedì del Times non è nemmeno basato sull’analisi del “memorandum” di Comey, già di per sé parziale e non considerabile come una prova inconfutabile del comportamento del presidente. Bensì si tratta di un resoconto di terza mano, riportato da una non meglio identificata persona vicina a Comey che sarebbe a conoscenza di quanto scritto da quest’ultimo dopo il suo faccia a faccia con Trump.

Quest’ultimo attacco a Trump sembra rappresentare un salto qualitativo nella campagna in corso relativa ai presunti legami tra la nuova amministrazione e il governo di Mosca. A dimostrarlo è il linguaggio utilizzato dall’articolo del Times e le reazioni di analisti, commentatori e politici che sono da tempo sul carro degli accusatori del presidente o che hanno deciso di salirvi dopo i recenti sviluppi.

L’imbeccata per la linea d’attacco contro Trump è chiaramente rintracciabile in un passaggio dell’articolo di martedì, nel quale si afferma che “la richiesta di Trump [a Comey] è la prova più chiara che il presidente abbia cercato di influenzare il Dipartimento di Giustizia e l’indagine dell’FBI sui legami tra i suoi uomini e la Russia”.

Questa frase solleva cioè l’ipotesi di una possibile incriminazione di Trump per “ostruzione alla giustizia”, un capo d’accusa che potrebbe giustificare un procedimento di impeachment, come accadde proprio al presidente Nixon nel 1974 nell’ambito dello scandalo “Watergate”.

Anche prendendo per vero il contenuto dell’appunto di James Comey sulle pressioni di Trump, qualche commentatore ha fatto notare come per il momento non ci siano prove di azioni concrete del presidente volte a ostacolare lo svolgimento dell’inchiesta dell’FBI sul “Russiagate”. Tutt’al più, le parole di Trump rivelerebbero un non sorprendente atteggiamento inopportuno del presidente.

Se, poi, il comportamento del presidente fosse stato realmente così grave, c’è da chiedersi la ragione per la quale Comey non abbia sollevato la questione con il dipartimento di Giustizia, da cui l’FBI dipende, o con il team che conduce l’indagine su Flynn e il “Russiagate”. Comey, piuttosto, come ha spiegato il New York Times, si è limitato a informare alcuni colleghi e a tenere traccia delle presunte interferenze di Trump, raccogliendole in un dossier con l’intenzione di passarlo alla stampa in caso di un suo licenziamento, com’è puntualmente avvenuto nei giorni scorsi.

L’assenza di prove non è comunque un particolare che ha finora contenuto le accuse e le polemiche verso la Casa Bianca. Infatti, esponenti Democratici e molti Repubblicani hanno subito attaccato Trump e in più di un’occasione è stato appunto sollevato il fantasma dell’impeachment.

L’intervento potenzialmente di maggiore rilievo è stato quello del presidente della commissione Sorveglianza della Camera dei Rappresentanti, il deputato Repubblicano Jason Chaffetz, il quale nella serata di martedì ha fatto sapere di avere indirizzato una lettera al direttore ad interim dell’FBI, Andrew McCabe, per chiedere la consegna di tutti i documenti o le registrazioni relativi alle discussioni tra Trump e Comey.

L’iniziativa di Chaffetz, presa molto probabilmente in seguito a pressioni degli ambienti che intendono colpire Trump, è stata definita particolarmente significativa, visto che il deputato dello Utah era stato finora molto cauto sulla vicenda “Russiagate”.

Anche i leader Repubblicani di Camera e Senato hanno iniziato a esprimere impazienza nei confronti della Casa Bianca. Altri colleghi di Trump hanno invece fatto riferimento in maniera diretta alle reali implicazioni della vicenda. Il deputato del Wisconsin, Mike Gallagher, ha inviato ad esempio l’amministrazione Trump ad “abbandonare la fantasia di relazioni migliori con la Russia”.

Le accuse più esplicite sono arrivate però dalla stampa, in particolare da quella “liberal”. Il Washington Post già nel fine settimana aveva pubblicato un pezzo di opinione del docente di diritto costituzionale di Harvard, Laurence Tribe, che chiedeva apertamente l’impeachment di Trump senza nemmeno attendere l’esito delle indagini in corso sul “Russiagate”.

Il magazine Slate ha a sua volta elencato una serie di articoli della Costituzione americana che Trump avrebbe violato e che giustificherebbero la sua messa in stato d’accusa. Mercoledì, il comitato editoriale del New York Times ha invece mascherato a malapena un appello all’impeachment dietro alla richiesta di far luce una volta per tutte sui legami della Casa Bianca con la Russia.

L’isteria che sta attraversando gli ambienti politici e dei media negli Stati Uniti in seguito all’esplosione del “Russiagate” ha un carattere del tutto reazionario. La guerra in atto contro l’amministrazione Trump è infatti motivata da ragioni che hanno a che fare con gli orientamenti strategici americani e la necessità di mantenere una situazione conflittuale con Mosca.

Questi attacchi da destra nei confronti di Trump finiscono inoltre per far passare in secondo piano le inclinazioni anti-democratiche del nuovo governo Repubblicano, impegnato in un assalto frontale e senza precedenti a ciò che resta del welfare americano, ai diritti degli immigrati, alle regolamentazioni del business e a quelle ambientali.

Le crescenti richieste di impeachment tendono anche a oscurare le ragioni dell’emergere del fenomeno Trump e della sua ascesa alla presidenza degli Stati Uniti, presentata come un inconveniente più o meno casuale all’interno di un sistema politico e sociale altrimenti esemplare e perfettamente funzionante.

L’eventuale rimozione di Trump in questi termini, al contrario, non rappresenterebbe nessun ritorno a un inesistente eden democratico ma sarebbe una nuova tappa nello smantellamento delle norme democratiche negli Stati Uniti, determinando un riallineamento della classe dirigente americana attorno a un’agenda non meno reazionaria e segnata ancora di più dal rischio di un conflitto nucleare.

fonte:http://www.altrenotizie.org/esteri/7481-trump-e-lo-spettro-dellimpeachment.html

Ecco la legge truffa sulla tortura

noidelladiaz

Il Senato ha approvato con 194 sì, 8 no e 34 astenuti un progetto di legge sulla tortura completamente cambiato rispetto al testo iniziale che aveva come primo firmatario Luigi Manconi, che infatti non ha partecipato al voto.

Un gruppo di “addetti ai lavori”, che la tortura per vari motivi l’hanno conosciuta da vicino (fra cui il sottoscritto), ha commentato così la notizia:

TORTURA: E’ UNA LEGGE TRUFFA E CONTRO LE VITTIME, TORNIAMO AL TESTO ONU

Il Senato ha approvato una legge truffa sulla tortura, scritta in modo da renderla inapplicabile e in totale contraddizione con la convenzione Onu sulla tortura e con le indicazioni contenute nella sentenza di condanna contro l’Italia della Corte europea per i diritti umani del 7 aprile 2015 (Cestaro vs Italia per il caso Diaz). E’ un testo provocatorio e inaccettabile, che il parlamento non può approvare, se l’Italia intende rimanere nel perimetro delle…

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Il prete-boss, i volontari e i mafiosi nel paese che sfrutta l’accoglienza

Pubblicato il 16/05/2017
francesco grignetti
inviato a isola capo rizzuto

Il primo impatto è da urlo: lungo il corso, tre ragazzotti su un motorino scalcagnato, rigorosamente senza targa, e senza casco, fanno lo slalom tra le auto. E poi i soliti vecchietti, seduti sulle panchine in ombra. Infine, e questa è la nota nuova, a trotterellare lungo la strada ci sono tantissimi giovani immigrati, per lo più dell’Africa nera. Benvenuti a Isola di Capo Rizzuto. «Comune del sole e dell’accoglienza», recita il cartellone all’ingresso del paese, appena usciti dalla statale ionica. Un paese dove, secondo l’ultima inchiesta della magistratura, s’era formata un’immonda alleanza tra il parroco, il sindaco, il volontariato e la ’ndrangheta. Tutti assieme voluttuosamente ad abbuffarsi con i soldi che lo Stato spende per accogliere i richiedenti asilo, trasformando la cassa del Centro nel bancomat (la «bacinella») per la cosca.

 Il Centro per richiedenti asilo è un grande spazio recintato, con i soldati al cancello, poco fuori dal paese, dirimpetto a un aeroporto che esiste solo sulla carta e sulle note spese di qualche ente locale. Dentro, ci sono appartamentini prefabbricati e una grande sala per la mensa. Millecinquecento posti per migranti e quasi mai un letto vuoto. L’ingresso è sbarrato agli estranei. Ogni tanto si sente una voce dagli altoparlanti. È come nei camping, ma qui chiamano qualcuno alla visita medica, oppure a un colloquio, o perché lo trasferiscono da qualche altra parte.

Ecco, il cartello dice bene: Isola di Capo Rizzuto è uno di quei paesi che hanno scoperto l’industria dell’accoglienza. Al popolo dei gommoni serve tutto, dai pasti alla biancheria pulita, all’assistenza sanitaria, ai vestiti. E qui a gestire le cose c’è una Misericordia, benemerita associazione di volontariato che in Italia esiste dal Medioevo, ma che a Isola di Capo Rizzuto pare avere assunto le vesti di un’arcigna ’ndrina.

Nel 2014, il Centro è costato 14 milioni di euro. Quasi 100 milioni in otto anni. E su questi soldi si sono buttati in tanti. Il principale accusato si chiama Leonardo Sacco ed è il gestore da una decina di anni. La «sua» Misericordia nel frattempo è diventata il motore economico del paese: non soltanto fa lavorare 300 famiglie per i servizi accessori al Centro, ma gestisce il poliambulatorio, il centro anziani, un ex cinema che stanno trasformando in bar-ristorante, la polisportiva annessa al santuario della Madonna greca.

La Misericordia era il braccio esecutivo del parroco, don Edoardo Scordio, il motore immobile che da quarant’anni tutto può e tutto muove a Isola di Capo Rizzuto. Bene lo sa l’ex sindaco, Carolina Girasole, schiantata per essere entrata in conflitto con don Edoardo quella volta che osò affidare alcune terre confiscate al clan Arena a una cooperativa di «Libera» e non ai soliti noti. Lei si mise di traverso. Ed è finita che fu arrestata e infangata con l’accusa di voto di scambio, salvo essere assolta al processo (ma ora pende l’appello).

Gli Arena, poi, sono i potentissimi capimafia. Se si guarda agli spelacchiati prati del Centro di accoglienza, tutt’intorno si notano soltanto le immense pale di un parco eolico che loro, quelli del clan, avevano creato sui propri terreni e certo non per spirito di ecologismo. A ben guardare, poi, quei terreni sono coltivati con pregiati finocchi, melanzane, pomodori. È una terra ricca, quella di Isola Capo Rizzuto. Ma state sicuri che a rompersi la schiena c’è qualche immigrato.

Loro, ultimo gradino della società, entrano ed escono dal Centro ad occhi bassi. Racconta Djabati Alassane, 23 anni, della Costa d’Avorio, in un francese stentato: «Nel mio paese, lavoravo come meccanico. Ora sono qui dal 24 dicembre. Non faccio nulla, non c’è nulla da fare: mangio e dormo, e poi di nuovo mangio. E poi dormo». Kibron Tsesuly, 29 anni, eritreo, parla inglese: «Non c’è lavoro per noi, io ho chiesto asilo politico e ho indicato come possibili destinazioni la Svizzera, la Germania e l’Olanda». La sua storia è come quella di mille altri. «Ho pagato in tutto 3 mila e quattrocento dollari per passare dall’Eritrea all’Etiopia, poi al Sudan, ho attraversato il Sahara, ho aspettato 4 mesi in Libia e finalmente mi hanno fatto imbarcare su una barca piccolissima di legno. Come mi trovo? Bene. Il cibo italiano è buono, mi piace. Mangio molto pollo».

È su questi disgraziati che la ’ndrangheta faceva affari, spacciando pasti che non esistevano o comunque erano di qualità infima. E chi doveva controllare, era complice. Anche il parroco? «Noi non ci crediamo», dicono risolute Elisabetta, Pina e le altre signore del paese, all’entrata del Duomo. Al pomeriggio si sono riunite in fretta per pregare. «Lo facciamo per don Edoardo».

fonte:http://www.lastampa.it/2017/05/16/italia/cronache/il-preteboss-i-volontari-e-i-mafiosi-nel-paese-che-sfrutta-laccoglienza-l1ZwKEsbQ8fdr5ujUL5X0H/pagina.html

Brasile: Accampamento Terra Libera 2017

l'America Latina

Acampamento-Terra-Livre-2017-720x480[di Loretta Emiri, da Pressenza] Dal 24 al 28 aprile si è svolto a Brasilia il 14º Accampamento Terra Libera. L’iniziativa si è trasformata nella maggior mobilitazione indigena degli ultimi anni; da tutto il Brasile e appartenenti a varie etnie, sono intervenuti più di tremila indios. Momenti significativi ed eventi importanti hanno caratterizzato la manifestazione. La nota dolente si è verificata nel pomeriggio del 25 aprile. Gli indigeni sono usciti dall’accampamento, montato a fianco del Teatro Nazionale, trasportando circa 200 bare e uno striscione con la scritta “Demarcazione subito”. Le bare ricordavano i leader assassinati nella difesa delle proprie terre; secondo il Consiglio Indigenista Missionario, solo nel 2015 ne sono stati ammazzati 54.  Formando una gigantesca marcia  funebre gli indios hanno percorso la Spianata dei Ministeri; tra di loro centinaia di bambini, anziani e donne. Per quaranta minuti tutto si è svolto pacificamente, fino al momento in…

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Povertà, emergenza nazionale.

Povertà, emergenza nazionale
Domenica 07 Maggio 2017 23:00
di Tania Careddu
Un italiano su tredici non riesce a soddisfare i bisogni essenziali: un’alimentazione adeguata, la disponibilità di una casa, consona alle dimensioni del nucleo famigliare, riscaldata e dotata dei principali servizi, il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute. Sono condizioni di cui fanno a meno circa quattro milioni e mezzo di concittadini, il 7,6 per cento dell’intera popolazione.
E non basta: il 13,7 per cento è in uno stato di povertà relativa, ossia con un reddito inferiore al 60 per cento di quello medio e il 28,7 per cento è a rischio povertà, cioè sull’orlo di una grave deprivazione materiale e tendente a una bassa intensità di lavoro. Sebbene piuttosto stabile negli anni post crisi, l’impoverimento degli italiani, negli ultimi anni, si è però ampliato ai minori, colpendone uno su dieci e incidendo pesantemente sulle giovani generazioni alle quali, sempre più spesso, è precluso il mondo del lavoro. E, per quelli che il lavoro ce l’hanno, lo scotto da pagare è la precarietà occupazionale, soprattutto per le categorie meno qualificate, esposti al rischio povertà per il basso livello di stabilità della propria condizione lavorativa, dando così origine alla formazione di una nuova schiera di poveri, i working poors.
A fare le spese dell’essere indigente nel Belpaese, sono soprattutto le famiglie numerose, quelle che abitano nelle aree metropolitane e le periferie delle grandi città del Nord e del Centro e il Sud Italia. Nel 2017, stando a quanto riporta il dossier Italiani, povera gente, redatto da Oxfam, l’Italia si colloca al ventisettesimo posto fra le ventinove economie avanzate, penalizzata, sopra ogni cosa, dall’iniquità intergenerazionale e di genere che non permettonoun soddisfacente livello di mobilità sociale.

Si genera una condizione di disuguaglianza che rompe “quel contratto sociale di progressiva ripartizione dei costi e di equo accesso ai servizi pubblici alla base del buon funzionamento di ogni sana democrazia”, rallentando la crescita economica e sociale, già di per sé, poco inclusiva. Ci si trova in una morsa che la disuguaglianza estrema, frutto di scelte politiche orientate da e per l’interesse di pochi e non di un destino ineluttabile, rende più difficile l’uscita dalla povertà, pregiudica lo sviluppo economico, spinge al ribasso la domanda interna di beni e servizi, crea condizioni economiche per l’aumento della criminalità e della corruzione ed costituisce l’origine di molti conflitti.

Aveva ragione Nelson Mandela quando diceva che “sconfiggere la povertà non è un gesto di carità. E’ un gesto di giustizia. E’ la protezione di un diritto umano fondamentale”.

Prediche d’odio e reclutamento a scuola, il doppio volto della nuova ultradestra

O capitano! Mio capitano!...

Le indagini e le chat di propaganda svelano il progetto di legarsi ai populisti europei

In mille. Con il braccio alzato. A commemorare i soldati fascisti al Campo 10 del Cimitero Maggiore. Hanno persino pubblicato le foto in rete, sfidando la Stato. Cosa sta succedendo in Italia? Il capo della Digos di Milano si chiama Claudio Ciccimarra: «Negli ultimi anni l’area dell’estrema destra si è rafforzata, seppur non di molto. A Milano parliamo di 500 militanti.

Stanno cercando di fare un lavoro di reclutamento nelle scuole, cosa che fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile. E se da un lato organizzano manifestazioni simboliche di richiamo per quelli che credono in questo genere di cose, dall’altro provano a presentarsi sotto una nuova veste. Come dimostrano i primi candidati di casapound». In Italia c’è un piccolo blocco nero che vive fuori da ogni perimetro costituzionale. Fuori anche dalla Storia. Predica l’odio…

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«Non vogliono le Ong davanti alla Libia»

O capitano! Mio capitano!...

«Ci vogliono cacciare da quelle acque, toglierci di mezzo come testimoni scomodi di ciò che succede in Libia, l’ho intuito non appena è scoppiata questa campagna denigratoria e ogni giorno ne sono più convinto perché nonostante le smentite la campagna continua».

Riccardo Gatti italiano trapiantato a Barcellona, è capo missione dell’ong spagnola Proactiva OpenArms nelle operazioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo centrale e comandante del motovascello Astral. Accetta di parlare faccia a faccia dal festival Sabir dopo aver rifiutato altre interviste con altre testate arrivate all’indomani della sua audizione davanti alla commissione Difesa del Senato. ProactivaOpenArms è nata dall’indignazione di due bagnini spagnoli per la foto del corpicino senza vita di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel 2015, cresciuta con donazioni piccole e grandi come quelle dell’allenatore Pepe Guardiola e ora che si è trasferita dall’Egeo al Mediterraneo è stata la prima ong a…

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Migranti e ladri in casa se la politica offre solo il diritto alla vendetta (Roberto Saviano)

Triskel182

Alla paura delle rapine si risponde con una legge spot sulla legittima difesa. Sull’immigrazione si assecondano i peggiori umori della piazza Caro Minniti, non c’è più un barlume di progressismo nel governo.

Il Forum con il ministro dell’Interno Minniti nella redazione di Repubblica è un documento che offre spunti preziosi di riflessione oltre a sancire l’esaurirsi di ogni barlume progressista nella compagine di governo. “Il lavoro che ho cominciato quattro mesi fa al Viminale – dice Minniti – può piacere o meno. Ma è figlio di un metodo, di un disegno, e di una certezza. Che sulle questioni della nostra sicurezza, si chiamino emergenza migranti, terrorismo, reati predatori, incolumità e decoro urbano, legittima difesa, non si giocano le prossime elezioni politiche. Ma il futuro e la qualità della nostra democrazia”.

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La strage e l’eletto

Il simplicissimus

MACRON-E-HOLLANDE-300x215Oggi voglio uscire dalla cronaca e dalla tristezza che mi fanno i perdenti che dopo Macron ( vedi qui) non hanno ancora capito di essere tali, per raccontarvi una storia che forse pochissimi conoscono, ma che in qualche modo ricorda benissimo quanto sta accadendo, ne segue logiche e perversioni. Dunque è il gennaio 1919, il cielo sopra Berlino è grigio, l’aria è gelisa tra le spolverate di neve, ma questo  non scoraggia le centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che da ormai quattro giorni occupano le strade della città. Guidati dalla Lega degli Spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, si battono per uno stato socialista che assicuri loro condizioni di vita dignitose. Di fronte all’inaudita minaccia che il popolo faccia qualcosa per il popolo, il socialdemocratico Friedrich Ebert decide di reprimere la rivolta nel sangue, scatenando i Freikorps ovvero i gruppi di paramilitari antenati delle Sa e delle formazioni naziste…

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