MAFIA. Percorsi di conoscenza

Mafia: percorsi di conoscenza. Da presunto residuo feudale a effetto perverso della modernizzazione

6 agosto 2008 – Antonino Criscione

1. Mafia e amnesia sociale

Nel corso degli ultimi dieci anni il fenomeno mafioso si è imposto all’attenzione dell’ opinione pubblica come emergenza oscura e indecifrabile. Collocata per molto tempo fuori dal cono di luce che illuminava la società italiana negli anni di sviluppo e modernizzazione, la mafia ha poi occupato la ribalta dei media producendo informazioni ed emozioni che hanno investito milioni di persone. Di essa e dei fenomeni similari (camorra, ‘ndrangheta) oggi sappiamo molto ma comprendiamo poco, sia per la difficoltà a trovare criteri di selezione e uso della massa di notizie trasmesse dai media, sia per l’assenza di prospettiva e per il deficit di conoscenze storiche che caratterizzano buona parte dei giudizi e delle analisi in circolazione su questo tema. L’assenza di memoria storica, la labilità nella percezione dello spessore temporale dei problemi dell’oggi, l’amnesia sociale costituiscono d’altronde i tratti distintivi di questo presente e possono spiegare la facilità e la velocità di diffusione di luoghi comuni e stereotipi. A determinare questa situazione hanno contribuito anche le incertezze e i ritardi della ricerca e del dibattito negli ambiti disciplinari della storiografia e delle scienze sociali.

2. La rilevanza storiografica

Ad una rilevanza storica oggi sempre più evidente fino a diventare emergenza sociale e politica, non ha sempre corrisposto un’adeguata rilevanza storiografica del problema della mafia. Ciò non significa che su questo tema non si sia accumulata nel tempo una mole notevole di scritti e di tentativi di analisi, significa piuttosto che il contributo specifico della storiografia italiana alla conoscenza del fenomeno mafioso non è stato sempre all’altezza delle domande di conoscenza che nel corso del tempo si sono poste a vari livelli di complessità.

La “letteratura” sulla questione della mafia è ampia e sovrabbondante ma rimane caratterizzata da forte eterogeneità e notevole discordanza di approcci e risultati. Per quanto riguarda il versante storiografico è possibile osservare come la storiografia di orientamento liberale abbia preferito mettere tra parentesi una realtà che avrebbe potuto intaccare la mitologia risorgimentale, mentre la storiografia di sinistra non sempre è riuscita in passato a produrre conoscenze e modelli interpretativi soddisfacenti. Al di là delle opzioni ideologiche di fondo resta il fatto che di fronte ad un fenomeno come quello mafioso sono emerse carenze e vizi di fondo della nostra tradizione storiografica (PEZZINO 1990 a): a) forte impronta ideologica; b) chiusura verso la storia sociale; c) chiusura e/o ignoranza nei confronti dei contributi provenienti dall’area delle scienze sociali. Gli studi storici più significativi si sono addensati attorno alla fine degli anni 50-inizio anni 60, nel periodo cioè in cui è stata istituita la prima Commissione Parlamentare antimafia (1963). Negli anni successivi si è assistito ad una caduta di interesse, per poi ritrovare, a partire dall’inizio degli anni 80, una ripresa del lavoro degli storici sul tema ( SPAMPINATO 1987). Una caratteristica di fondo di buona parte della letteratura sulla mafia è stata l’uso di fonti limitate alla pubblicistica ottocentesca e del primo Novecento, mentre scarsa attenzione è stata portata, salvo alcune eccezioni ( come ROMANO 1963), alle fonti d’archivio e alle fonti ufficiali edite (relazioni di Commissioni parlamentari, etc.).
Componente importante della “letteratura” sulla mafia è la tradizione di ricerche sociologiche e antropologiche, prevalentemente ad opera di studiosi stranieri, che ha fatto della Sicilia un terreno privilegiato di indagine. A partire dallo studio condotto da Charlotte Gower Chapman sul paese di Milena (CL) negli anni 30 ( CHAPMAN 1985) per arrivare ai lavori degli Schneider e dell’antropologo olandese A. Blok ( HESS 1973, BLOK 1986, SCHNEIDER 1989) , questa tradizione ha prodotto, insieme ai lavori di scienziati sociali italiani (FERRAROTTI 1978, ARLACCHI 1980, ARLACCHI 1983), conoscenze, schemi interpretativi e concettualizzazioni di grande interesse. Molti di questi scienziati sociali si sono serviti di materiali storiografici già pubblicati o hanno lavorato direttamente in archivio, e la loro opera ha per certi versi riempito lo spazio lasciato vuoto dall’indagine specificamente storiografica con il risultato che spesso gli schemi di storia sociale della Sicilia che circolano a livello di divulgazione provengono da queste fonti e non dagli storici.

I risultati più evidenti di tutto questo possono essere così sintetizzati: a) più che ad una storia della mafia ci troviamo spesso di fronte ad una storia delle idee sulla mafia che presenta rischi di riproduzione incontrollata di stereotipi. Questa situazione presenta forti analogie con quanto è accaduto a proposito della “Questione meridionale” : sappiamo tutto sul dibattito a proposito dello sviluppo che doveva esserci (la “Questione meridionale”, appunto), ma sappiamo molto meno sul sottosviluppo che c’è stato (la storia del mezzogiorno nelle sue varie e diverse articolazioni territoriali) (BARONE 1989): b) l’approccio allo studio e alla conoscenza del fenomeno mafioso ha di fatto privilegiato il momento della rottura su quello della continuità, producendo la convinzione diffusa che le trasformazioni da esso subite siano tali da rendere poco utile l’approfondimento della sua conoscenza in sede storica.
A partire dagli anni ’80 si è aperta una nuova fase del lavoro storiografico sul fenomeno mafioso, con il rinnovamento di criteri e indirizzi della ricerca. Ciò è stato possibile nel momento in cui veniva rivisitata criticamente la tradizionale impostazione dell’analisi del ruolo e della collocazione del Mezzogiorno nella storia italiana. La tradizione elaborata dal pensiero meridionalistico ha infatti fondato l’immagine di un Sud immobile, caratterizzato da campagne dominate da rapporti di produzione “semifeudali” e dall’assenza di iniziative imprenditoriali, condannato al sottosviluppo dalla politica economica dello Stato italiano e dal dominio coloniale della borghesia industriale del Nord. Questa lettura del rapporto tra Nord e Sud è nata alla fine del secolo XIX all’interno del liberalismo conservatore in crisi (Franchetti, Sonnino, Villari, Fortunato) ed è stata poi rielaborata sul versante democratico nei primi decenni del nostro secolo (Salvemini, Sturzo, Gramsci, Dorso). A partire dalla “Questione Meridionale” si sono costituite le armi culturali usate per compattare attorno alle classi dominanti del Mezzogiorno un blocco sociale che vedeva nello Stato nazionale e nel binomio industriali-operai del Nord i responsabili del mancato sviluppo del Sud. Il conflitto e lo scontro di interessi venivano così proiettati all’esterno e si proponeva l’unità dei meridionali contro le forze politiche ed economiche “settentrionali”. (BARONE 1989).
Nel dibattito storiografico è emersa in anni recenti la spinta a ridefinire i termini del problema (BARONE 1986; CAFAGNA 1989; DONZELLI 1990; BEVILACQUA, PLACANICA 1985; AYMARD, GIARRIZZO 1987; MASELLA, SALVEMINI 1989; BEVILACQUA 1993). Sono stati messi in evidenza i caratteri di dualismo ma non di complementarità tra le economie del Sud e del Nord Italia almeno fino agli anni ’30 del nostro secolo; è stata sottolineata la presenza, al vertice del sistema politico italiano e negli apparati amministrativi, di consistenti rappresentanze di vecchie e nuove élites del Mezzogiorno a partire dall’avvento al potere della Sinistra storica (1876); è infine emersa la necessità di riportare l’attenzione e l’analisi sulle condizioni reali e sui processi di trasformazione avvenuti nel Sud per cogliere l’intreccio di permanenze e di mutamenti che ha caratterizzato la modernizzazione rallentata e difficile del Mezzogiorno.
Nel passaggio dalla “Questione Meridionale” alla “storia del Mezzogiorno” il problema della mafia siciliana si è posto in termini nuovi e la ricerca storiografica si è orientata (RECUPERO 1987, PEZZINO 1990 a ) verso:
a) l’attenzione alla storia sociale, alle trasformazioni dei soggetti sociali e dei loro rapporti;
b) la più attenta considerazione delle fonti edite e inedite accumulate in più di un secolo di “emergenza” mafiosa;
c) l’analisi dei codici di lettura utilizzati nel corso del tempo per decifrare il fenomeno mafioso e la contestualizzazione del loro affermarsi;
d) il confronto con le metodologie, i temi, i risultati di studi e ricerche delle scienze sociali.

3. Un campo di controversie

L’analisi del fenomeno mafioso è di fatto un campo di studio in cui si incrociano e si confrontano ipotesi e proposte di interpretazione a volte molto distanti tra loro. Si tenterà qui di aggregare sui temi e sui problemi più dibattuti alcune delle ipotesi di interpretazione emerse dalla ricerca e dal confronto tra storici e scienziati sociali.

a) La definizione del fatto: non è un mistero per nessuno che la stessa esistenza della mafia è stata in vari momenti negata o affermata a partire da presupposti o interessi di natura politico-ideologica. Non è un caso che la stessa definizione del significato del termine “mafia” sia stata per molto tempo oggetto del confronto e conservi tuttora elementi di problematicità. Le difficoltà insite nella delimitazione del campo di indagine e nella individuazione dei significati da attribuire al termine “mafia” hanno giocato a favore di un uso strumentale della lotta contro la mafia in funzione delle battaglie politiche svoltesi nei momenti cruciali di svolta del sistema politico italiano (LUPO 1993). Lo stesso cammino travagliato che ha portato all’istituzione della 1^ Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia (1963) dimostra quanti equivoci e difficoltà si siano incontrati su questo terreno (NOVACCO 1959, RECUPERO 1987, TRANFAGLIA 1992).

b) La periodizzazione: due sono le questioni che si pongono, e cioè:
1.la collocazione nel tempo della genesi del fenomeno mafioso;
2.la scansione in periodi della sua storia .
Per quanto riguarda la questione delle origini alcuni studiosi (come TRANFAGLIA 1991) hanno avanzato l’ipotesi che già nel corso della dominazione spagnola (1504- 1707) si siano formati sia il contesto di relazioni sociali e di potere sia la mentalità propri del fenomeno mafioso. A questo proposito è stato obiettato (BEVILACQUA 1992) che in altri territori sottoposti alla dominazione spagnola in Italia, come la Lombardia (1535-1706) o regioni del Sud diverse dalla Sicilia occidentale, non è stata registrata fino a tempi recenti una presenza della mafia in forme paragonabili a quelle assunte nella Sicilia occidentale. A ciò si aggiunga l’osservazione che il fenomeno mafioso è cosa ben diversa dai casi di uso extraistituzionale della violenza tipici delle società di ancien regime (briganti, “bravi”, etc.). La questione del passaggio da una società “feudale” ad una società “moderna” con l’abolizione nel 1812 in Sicilia di diritti e privilegi feudali, sembrò d’altronde importante a Franchetti (FRANCHETTI 1974), il quale vide nella “democratizzazione” dell’uso della violenza che ne seguì e nella crescita di una autonoma “industria della violenza”
le condizioni di partenza della genesi della mafia. A queste considerazioni di Franchetti si rifà Gambetta (GAMBETTA 1992) per sostenere che nel 1860-1861 erano già saldamente presenti nella Sicilia centro-occidentale le fondamenta della mafia intesa come “industria della protezione privata”. Questa “industria” sarebbe nata dall’incontro tra una domanda di protezione, proveniente da una società in cui era scomparsa ogni fiducia “pubblica” e si andavano modificando rapidamente i diritti di proprietà sulla terra, e un’offerta di protezione, proveniente dallo scioglimento dei legami feudali e dalla fine del controllo dei baroni sulla gestione della violenza. Altre ipotesi infine, a partire dalla considerazione della mafia come fenomeno legato allo sviluppo della sfera della politica e dei circuiti di potere, individuano nel periodo successivo alla nascita dello Stato nazionale italiano la fase di incubazione e di sviluppo della mafia (HOBSBAWM 1966; ROMANO 1963; PEZZINO 1990 a).

Per quanto riguarda la periodizzazione vera e propria varie proposte sono state avanzate in rapporto alle definizioni e ai modelli interpretativi adottati. In questo senso chi, come il sociologo Hess (HESS 1973), ritiene che la mafia sia non un’organizzazione ma una cultura diffusa e un insieme di reticoli informali afferma che non si dà storia della mafia. E’ possibile soltanto osservare il comportamento dei mafiosi nelle varie situazioni e quindi cogliere i momenti in cui il loro ruolo nella società siciliana è cambiato (dall’unità al fascismo, il periodo fascista, dal dopoguerra agli anni ’60, dagli anni ’60 ad oggi). Altri ritengono che, oltre a individuare tempi e modi del rapporto tra fenomeno mafioso e diverse fasi della storia siciliana e nazionale, occorra considerare la dinamica delle relazioni interne agli aggregati mafiosi più o meno consolidati. Da ciò nascono periodizzazioni più attente alle vicende del conflitto ricorrente tra “vecchia” e “nuova” mafia (ROMANO 1963; RECUPERO 1987;CHINNICI, SANTINO 1989; SANTINO 1992).

c) Continuità/discontinuità: al di là dei problemi di periodizzazione si pone la questione dell’intreccio mutamento/persistenza, continuità/discontinuità. Sul versante delle scienze sociali c’è chi sostiene la tesi della netta rottura, situata all’inizio degli anni 70 di questo secolo, tra mafia “tradizionale” e mafia “imprenditrice” (ARLACCHI 1983): alla crisi di legittimazione e alla subalternità al potere politico degli anni ’50 e ’60, i mafiosi reagiscono con la concentrazione di energie nell’accumulazione di capitale e con la loro trasformazione in operatori economici, in imprenditori schumpeteriani portatori di innovazione che riconvertono sul mercato legale capitali di provenienza illegale e adottano metodi mafiosi nella conduzione delle aziende. Dopo la “grande trasformazione” dell’Italia postbellica, nei nuovi scenari degli anni ’70 si colloca un nuovo tipo di impresa: l’impresa mafiosa.
Gli anni ’50 e ’60 vengono considerati come momento di svolta anche da chi, pur sottolineando il momento della discontinuità, non la identifica con la nascita della mafia imprenditrice (CATANZARO 1984, CATANZARO 1988) : in quegli anni la fine del latifondo, l’intervento dello Stato, l’affermarsi dei partiti di massa e di nuove forme di clientelismo, hanno fatto venir meno il ruolo svolto dai mafiosi nell’area del controllo sociale portando all’estinzione la figura del mafioso come “power broker”, mediatore sociale. A queste novità i gruppi mafiosi reagiscono attraverso: a) la penetrazione nei partiti di governo e nell’amministrazione, b) l’imprenditorialità assistita, c) lo sfruttamento di occasioni di lucro nel settore illecito dell’economia. La novità sta nel fatto che le attività imprenditoriali mafiose si collocano ora fuori della cornice che prima dava a loro funzioni politiche e di controllo sociale. L’autonomia politica del potere mafioso è certo una novità rispetto agli anni ’50 e ’60, ma non rispetto alla storia precedente della mafia.
Più orientati a mettere in evidenza gli aspetti di continuità sono quegli storici che rifiutano la contrapposizione tra “vecchia” e “nuova” mafia. Per Pezzino (PEZZINO 1990 a) l’aspetto centrale è la particolare configurazione assunta in Sicilia dal rapporto tra Stato, società, classi dirigenti: a partire dalla nascita dello Stato nazionale si è realizzata in questa regione una saldatura tra forme organizzate di delinquenza, strati sociali più ampi, circuiti del potere politico. Un grande potenziale di violenza extraistituzionale è stato utilizzato per scopi che si sono mantenuti identici nel corso del tempo: a) sostegno e protezione di fortune imprenditoriali; b) processi di mobilità sociale; c) connivenza tra gruppi di potere e gruppi delinquenziali.
Per Lupo e Mangiameli (LUPO 1988; LUPO-MANGIAMELI 1990) la realtà storica smentisce lo stereotipo di una mafia prodotto di una società tradizionale di tipo rurale, statica e non soggetta a trasformazioni interne. Fin dall’inizio la mafia è presente sia nel latifondo sia nelle zone urbane e nelle zone di agricoltura intensiva della Sicilia occidentale. Elemento centrale e costante è il controllo esercitato su tutte le attività, legali o non, praticate su un determinato territorio. Gestione degli appalti e racket delle estorsioni costituiscono il segno di questo potere territoriale, allo stesso modo del monopolio delle gabelle nei latifondi. In questo contesto si colloca il rapporto con il potere politico. In tempi recenti sono infine emersi due elementi di discontinuità: a) la crescita delle funzioni dello Stato assistenziale, l’allargamento della spesa pubblica, le nuove forme di clientelismo, il ruolo dei partiti di massa; b) il dilagare del fenomeno mafioso in aree geografiche dalle quali era prima assente, il suo movimento dalla periferia al centro del sistema politico.
La continuità storica, a volte fondata nelle genealogie di famiglie e cosche radicate da generazioni nello stesso territorio, e la permanenza nel tempo di strutture di coordinamento e riti di affiliazione emergono con forza nella ricostruzione della storia della mafia operata da Salvatore Lupo (LUPO 1993).
La discussione su continuità/discontinuità ha un peso non solo sul versante del dibattito scientifico : considerare la mafia per le sue origini e per buona parte della sua storia come un fenomeno tipico di una società tradizionale, destinato a scomparire o a trasformarsi radicalmente con la modernizzazione, ha comportato conseguenze negative sia sul piano della possibilità di conoscere e capire, sia sul piano delle contromisure proposte. Si veda il caso dei provvedimenti di confino che avrebbero dovuto neutralizzare la pericolosità sociale del mafioso trasportandolo fuori del suo ambiente “tradizionale” in contesti sociali e culturali diversi, cioè “moderni”. Il risultato è stato spesso quello di facilitare il trapianto di attività e interessi mafiosi in altre aree del territorio nazionale.
La tesi della discontinuità è stata adottata dalla 1^ Commissione Antimafia in una sua versione di tipo evoluzionistico: negli anni ’50 si sarebbe realizzata una evoluzione dalla mafia rurale alla mafia urbana con il trapianto dei mafiosi dal latifondo (ormai inesistente in conseguenza della riforma agraria del 1950) alla città e con l’avvio della speculazione edilizia (cfr. TRANFAGLIA 1992). Tale tesi è diventata nel corso del tempo un dato scontato ed è stata riproposta meccanicamente nei documenti delle successive Commissioni Antimafia.
L’indagine storica ha in realtà dimostrato l’ inconsistenza di questa tesi e ha individuato i segni di una presenza mafiosa nella città di Palermo e nelle sue borgate, dove le cosche mafiose sono radicate e operano da più di un secolo con modalità di azione e caratteristiche strutturali costanti nel tempo (LUPO 1993).

d) Residuo feudale?: terreno fecondo di controversie è quello dell’analisi del contesto sociale ed economico in cui il fenomeno mafioso si è sviluppato. Una tesi per molto tempo largamente condivisa ha sottolineato il carattere feudale o “semifeudale” della società siciliana del secolo XIX e ha portato alla considerazione della mafia come espressione di una situazione di arretratezza, residuo feudale essa stessa. Il latifondo diventava così il dato caratterizzante di una intera struttura sociale ed economica e ad esso venivano collegati la genesi e lo sviluppo della mafia. Questa veniva considerata il frutto di un mondo chiuso e isolato e di una società scarsamente stratificata al suo interno. A queste coordinate interpretative è possibile ricondurre buona parte della pubblicistica ottocentesca nonché le analisi di storici e scienziati sociali in tempi più recenti (SERENI 1968, HESS 1973, DALLA CHIESA 1976, FERRAROTTI 1978). Nel dibattito tra storici e scienziati sociali sono emerse, in anni più recenti, posizioni e analisi di taglio diverso. E’ stato messo in discussione l’appiattimento sul latifondo di una realtà economica e sociale caratterizzata dalla compresenza di strutture produttive, sistemi sociali, circuiti di potere molto diversificati (BARONE 1977, ASTUTO 1981, LUPO 1990). E’ stata ridimensionata l’affermazione dei caratteri feudali del latifondo e delle strutture sociali ad esso legate. E’ stato messo in discussione il ricorso alla categoria del feudalesimo , che ha rappresentato una via d’uscita nei momenti in cui l’intreccio tra passato e presente, che caratterizza lo sviluppo della società siciliana e italiana, non ha consentito di applicare ad esse il modello classico (inglese) dello sviluppo economico e sociale (PEZZINO 1990 a). Ed inoltre, se il latifondo siciliano e calabrese sono certamente diversi dall’azienda agricola capitalistica, ciò non significa che possano perciò essere assimilati alla tenuta feudale (ARLACCHI 1983). Quanto alla mafia come prodotto del latifondo si è messo in rilievo come in realtà fin dall’inizio, accanto alla mafia dell’interno, sia sempre esistita una mafia delle zone ad agricoltura intensiva della Sicilia Occidentale e ci sia stata una consistente presenza mafiosa nei centri urbani (LUPO 1984 b, PEZZINO 1990 a). L’identificazione del latifondo come causa tutti i mali e la conseguente sopravvalutazione della mafia dell’interno possono essere fatte risalire alla situazione contingente del secondo dopoguerra quando, a fronte della paralisi dei settori più moderni dell’agricoltura costiera e dei problemi del periodo bellico e postbellico, l’area cerealicola della Sicilia centro-occidentale assunse maggiore importanza economica e politica (MANGIAMELI 1987).

e) Mafia e classi sociali: il dibattito sul rapporto tra mafia e classi sociali ha focalizzato due problemi: a) quale sia stata e sia tuttora l’estrazione sociale dei mafiosi, b) in funzione di quali interessi e di quali classi sociali abbiano operato le organizzazioni mafiose.
Se vi è generale accordo nel collocare i mafiosi nella classe media rurale (HESS 1973) mettendo in rilievo come la funzione da essi svolta nell’area della mediazione sociale abbia costituito la base del loro potere (BLOK 1986), diverse accentuazioni e sottolineature emergono nel confronto tra le varie posizioni.
Da una parte il fenomeno mafioso viene considerato tale da potere definire come “classe mafiosa” una classe dominante che rifiuta la trasformazione capitalistica e continua ad esercitare un potere violento dentro gli schemi istituzionali che caratterizzano il sistema democratico-borghese (DALLA CHIESA 1976). Dall’altra viene accentuata la caratterizzazione plebea e popolare di un potere violento ed extralegale esercitato da organizzazioni più o meno strutturate: questa violenza nella Sicilia occidentale del XIX sec. è componente essenziale dei processi di accumulazione e di mobilità sociale, e viene utilizzata per la difesa degli interessi dei grandi proprietari o al servizio di una classe media rurale e urbana in cerca di affermazione o come strumento di arricchimento rapido per le classi subalterne (PEZZINO 1990 a).
Nelle trasformazioni del XIX sec. e nell’insieme di tensioni che le accompagna la mafia può essere considerata come una manifestazione del trasferimento del potere dalla classe feudale al ceto medio rurale, ad una nuova borghesia di proprietari terrieri (HOBSBAWM 1966, ROMANO 1963). La rappresentazione dei nuovi ceti medi agrari, i gabelloti, e dei loro uomini armati come mafiosi fu uno dei motivi conduttori della campagna antimafia condotta in Sicilia dal prefetto Mori negli anni 1925-1929 (DUGGAN 1989). In quel contesto l’dentificazione gabelloti/mafiosi era interna all’operazione politica tesa ad allacciare rapporti diretti tra il nascente regime fascista e l’aristocrazia fondiaria siciliana attraverso la rivalutazione della rendita agraria e l’eliminazione di centri di potere autonomi dallo Stato fascista (LUPO 1987). L’identificazione gabelloti/mafiosi è altresì presente nell’analisi svolta dallo storico Emilio Sereni (SERENI 1968), che amplia tesi e indicazioni presenti fin dal 1925 nell’elaborazione del PCI (GENTILE 1973): i gabelloti, animati da una logica capitalistica e quindi interessati a porre fine ai rapporti di produzione feudali del latifondo, esercitavano una costante azione corrosiva nei confronti della grande proprietà; nell’attività della mafia si riflettevano gli interessi dei gabelloti. La traduzione operativa di questa analisi intravedeva la possibilità concreta di utilizzare l’alleanza con il gabelloto/mafioso all’interno del fronte contadino in lotta contro la rendita latifondistica e i residui feudali nelle campagne (GENTILE 1973). Nello stesso tempo si affermava però che la mafia era connessa alle strutture feudali ancora presenti nelle campagne siciliane ed era espressione essa stessa del modo di vita di una società fondata su rapporti semifeudali (SERENI 1968; RENDA 1970).
Nel secondo dopoguerra, in un periodo di grande conflittualità tra movimento contadino e grande proprietà, gabelloti, mafiosi, si affermò un’altra rappresentazione della mafia : essa veniva considerata l’alleata dei latifondisti nella difesa dei loro interessi, guardia bianca della reazione contro il movimento contadino. Ma questa generalizzazione a tutto il fenomeno mafioso dei caratteri da esso assunti in alcuni luoghi ed in determinati momenti viene contestata da diversi studiosi (GAMBETTA 1992; LUPO 1993), e ha comunque dovuto fare i conti con la persistenza della mafia dopo la fine del latifondo e delle strutture cosiddette “feudali” o “semifeudali” .
Alcuni storici ( tra cui RECUPERO 1987) hanno messo in rilievo la struttura interclassista e clientelare dei gruppi mafiosi o altri contesti e finalità della loro azione. Nelle zone di agricoltura intensiva della Conca d’Oro, a partire dal XIX sec., la mafia svolge funzioni di controllo sociale, di monopolio dei rapporti di intermediazione, di solidificazione delle gerarchie commerciali. Nei centri rurali dell’interno, oltre al latifondo, diventa importante fin dall’inizio il controllo delle amministrazioni locali per le possibilità di gestione ed usurpazione delle terre demaniali e dei beni ecclesiastici. Dove si creano risorse nuove, si aprono spazi di intermediazione, si coagulano interessi in vista della gestione monopolistica delle risorse, là si trova il terreno più fertile per la nascita e il rafforzamento del fenomeno mafioso. Non ha molto senso quindi una distinzione tra mafia “popolare” di tipo giustizialista e mafia di dominio: si tratta in realtà dell’egemonia sociale e politica esercitata da un progetto interclassista, che propone un linguaggio per la comunicazione e l’interazione sociali e gestisce una delega offerta dallo Stato nel primo periodo dopo l’Unità per la “controrivoluzione preventiva” (RECUPERO 1987).

f) Mafia e sistema culturale: uno dei terreni di dibattito più aperti e interessanti riguarda i rapporti tra il fenomeno mafioso e l’insieme di valori, mentalità, atteggiamenti, comportamenti caratteristici della società in cui esso nasce e si sviluppa. La concezione dell’onore, l’omertà, l’amicizia strumentale, il clientelismo, possono essere considerati elementi integranti sia della “cultura” che sostanzia e orienta l’agire mafioso sia del contesto sociale e culturale in cui esso si colloca. Già nelle analisi di Franchetti sulla società siciliana della fine del XIX sec. è possibile ritrovare questa impostazione del problema (FRANCHETTI 1974). Nelle ricerche degli antropologi che hanno indagato sulle culture dell’area mediterranea l’onore viene considerato come un idioma sociale che fonda la stratificazione , e cioè quella costruzione di gerarchie in cui il divario esistente nella distribuzione delle risorse tra le classi viene rappresentato e trova giustificazione (DAVIS 1980). L’onore è la capacità di adempiere a ruoli sessuali definiti in rapporto alle esigenze economiche e alla gestione del nucleo familiare, e le gerarchie fondate su di esso regolamentano l’accesso alle risorse(SCHNEIDER 1987, DAVIS 1980). Esisterebbero quindi una concezione statica dell’onore come status ascritto, connesso alle condizioni di disuguaglianza, e una concezione dell’onore come status acquisito attraverso un comportamento onorifico nella competizione per l’onore e l’accesso alle risorse (SCHNEIDER 1989, CATANZARO 1984). Gli “uomini d’onore” sono coloro che, dimostrando capacità individuali straordinarie, riescono a farsi strada nella vita e ottengono successo con tutti i mezzi, non escluso l’uso della violenza. L’onore, come codice morale che ordina una gerarchia e mette in rilievo una interdipendenza, è direttamente connesso con il clientelismo, che diventa così la forma della rappresentanza politica e dell’aggregazione degli interessi specifica di una determinata società (DAVIS 1980). All’interno di queste coordinate la mafia non viene considerata un fenomeno estraneo incuneatosi in un tessuto sociale altrimenti sano, essa rappresenterebbe piuttosto l’estremizzazione e la deformazione di comportamenti sociali e atteggiamenti culturali largamente diffusi in Sicilia (BALISTRERI 1990). Si tratterebbe della reazione di una subcultura locale alla modernità e cioè alla penetrazione dello Stato e del mercato. Tutto questo spiegherebbe non solo la persistenza e le capacità di adattamento della mafia, ma anche le forme di legittimazione ottenute attraverso la manipolazione dei codici culturali diffusi (CATANZARO 1984, CATANZARO 1988).
A queste ipotesi si contrappongono frontalmente quegli studiosi che sottolineano come in realtà la mafia e la camorra, in quanto organizzazioni criminali strutturate, debbano essere considerate “altre” rispetto alla società (LUPO 1988, MARMO 1989, MARMO 1990). Onore e omertà, aspetti centrali dell’ideologia mafiosa, sarebbero soltanto regole e principi importanti per il funzionamento interno delle organizzazioni mafiose e utili per confermare e rafforzare le funzioni di intimidazione verso l’esterno. L’identificazione tra mafia e codici d’onore avrebbe un’origine storica e politica: il “paradigma mafioso” elaborato dalle classi dirigenti siciliane nella seconda metà del XIX sec. all’interno dell’ideologia sicilianista. Questo “paradigma” , fondato sulla riduzione del fenomeno mafioso a pura delinquenza e sull’affermazione del carattere culturale della mafia intesa come “spirito” di orgoglio e difesa dell’onore, è stato utile alle classi dirigenti siciliane per allontanare da sé ogni responsabilità, allo Stato italiano per addossare ad una presunta specificità etnica le colpe della situazione esistente, ai mafiosi per conquistare una legittimazione nella “cultura popolare”. Lo stereotipo del mafioso come “uomo d’onore” consentirebbe l’estensione arbitraria a tutti i siciliani della qualifica di “mafiosi” secondo l’equazione: mafioso=uomo d’onore / onore=codice culturale siciliano / siciliano=mafioso, consolidando così quell’immagine di una Sicilia sfruttata e vilipesa dalle forze economiche e politiche “settentrionali” che sta alla base dell’ideologia sicilianista (PEZZINO 1990 a). A questa critica radicale delle interpretazioni “culturali” del fenomeno mafioso si obietta però di abolire del tutto la dimensione importante dei miti e delle rappresentazioni, di negare la loro influenza sulla realtà e di appiattire così sul livello politico-economico la spiegazione dei comportamenti sociali (GRIBAUDI 1990). La considerazione del codice d’onore come ideologia dei gruppi criminali non può escludere a priori né la ricerca delle affinità che esso ha con i valori di altri gruppi sociali né la sua capacità di proiettarsi all’esterno come mito e di fornire così legittimazione e possibilità di “mimetizzazione” nel contesto sociale in cui la criminalità organizzata opera (LYTTELTON 1990).

g) L’organizzazione: la questione delle forme organizzative proprie del fenomeno mafioso ha assunto grande rilevanza non solo nel dibattito tra gli studiosi ma anche sul piano giuridico, soprattutto per le sue ripercussioni in sede processuale di accertamento delle responsabilità personali e/o collettive. La mafia è un’organizzazione centralizzata o l’insieme di reticoli informali, di pratiche sociali, di gruppi locali privi di collegamento? Le strutture organizzative forti caratterizzano questo fenomeno fin dagli inizi o soltanto nel periodo più recente?
Su questo terreno si rivela molto netta, nel dibattito più recente, la divaricazione tra le posizioni diffuse nel campo degli storici e le tesi sostenute da sociologi e antropologi. Questi ultimi, al di là delle differenze esistenti tra le varie impostazioni teoriche, considerano il fenomeno mafioso come caratterizzato da piccole strutture informali compattate da vincoli parentali o di conoscenza personale e non coordinate tra loro, accomunate dal riferimento ad una subcultura e legate ad un determinato territorio (HESS 1973; BLOK 1986; SCHNEIDER 1989). Coloro che, sul versante delle scienze sociali, accettano la tesi delle strutture organizzative stabili tendono a circoscrivere la portata di questa affermazione limitando la sua validità al periodo più recente (a partire dagli anni ’60) e caratterizzando l’organizzazione mafiosa come una “repubblica confederale” e cioè un sistema di rapporti instabili tra sovranità concorrenti (CATANZARO 1988; CHINNICI, SANTINO 1989). All’analogia tra gruppi mafiosi e Stati Gambetta (GAMBETTA 1992) contrappone il paragone tra mafia e industria: la mafia sarebbe formata da un insieme di “imprese” distinte, ma accomunate dal fatto di vendere la stessa merce, e cioè la protezione privata. Queste “imprese”, come le imprese industriali, possono talora essere collegate attraverso degli accordi in un “cartello” ma ciò non comporta l’esistenza di un’organizzazione centralizzata.
Tra gli storici che si sono occupati di questo problema emerge con forza la convinzione che la mafia è stata ed è un’organizzazione criminale formalizzata e centralizzata, nata nel quarantennio postunitario dalle reti di legami sorte attorno alle bande di fuorilegge e poi sopravvissute alla repressione del banditismo (LUPO 1988; LUPO, MANGIAMELI 1990; MANGIAMELI 1990; PEZZINO 1990 a; PEZZINO 1990 b). La ricerca viene quindi orientata sia verso l’analisi del modo di configurarsi e di affermarsi del modello organizzativo della “cosca” mafiosa, del quale si sottolinea la centralità (BEVILACQUA 1992), sia verso la verifica dell’esistenza, già nel XIX sec., di strutture organizzative che in certi momenti coordinano le attività mafiose mentre in altri momenti vanno incontro a rotture e conflitti (LUPO 1993).

h) Mafia e politica: il tema dei rapporti tra mafia e politica ha attirato molto più di altri temi l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica e delle forze politiche. Le varie Commissioni Antimafia sono più volte ritornate su questo argomento fino alla relazione sui rapporti tra mafia e politica approvata il 6 aprile 1993 dalla Commissione Antimafia costituita nel Parlamento eletto il 5 aprile 1992 e presieduta dall’on. L. Violante (PdS) (cfr. ANTIMAFIA 1993). A ciò si aggiunga la grande risonanza che hanno avuto le richieste di autorizzazione a procedere formulate dai magistrati della Procura di Palermo contro alcuni deputati e senatori in relazione all’accertamento dei loro presunti rapporti con le cosche mafiose, e concesse dal Parlamento. Ci troviamo così, affrontando questo tema, su un terreno nel quale indagine giudiziaria, giudizio politico, ricerca e proposta di modelli interpretativi si sovrappongono determinando a volte situazioni di corto circuito della comprensione e difficoltà a distinguere i rispettivi percorsi di conoscenza. Per consentire una lettura più agevole dei contributi su questo tema provenienti dalla storiografia e dalle scienze sociali è opportuno individuare almeno due diversi piani di indagine e di confronto:

1. il rapporto tra presenza della mafia e sovranità dello stato, intesa come monopolio della coercizione in un determinato ambito territoriale : la mafia come “antistato” ?
2. il rapporto tra mafia e sfera politica: istituzioni, partiti politici e loro trasformazione nel tempo, formazione del ceto politico, meccanismi di organizzazione del consenso e di gestione del conflitto sociale, clientelismo e sue trasformazioni, voti e flussi elettorali.

1. Per certi aspetti il fenomeno mafioso si manifesta in forme che spingono a stabilire una certa analogia con i modi di espressione della sovranità dello stato: prelievo fiscale, legittimità fondata su un intreccio di consenso e di repressione, monopolio dell’uso della violenza, mantenimento dell’ordine sociale, fornitura di sicurezza e protezione, potere di emanare sentenze e di farle eseguire in applicazione di norme condivise.
E’ stato osservato (PEZZINO 1990 a; GAMBETTA 1992) come sia possibile rintracciare nella tradizione del pensiero giuridico italiano (ROMANO 1951) posizioni legate ad un punto di vista relativista sulle relazioni tra lo stato e il diritto: lo stato non sarebbe condizione necessaria dell’esistenza del diritto; esiste una pluralità di ordinamenti giuridici, alcuni dei quali si contrappongono allo stato; lo stato (nella fattispecie: lo stato corporativo) opera come mediatore tra le istanze di “corpi” organicamente costituiti e da esso indipendenti. La “politicità” della mafia consisterebbe così nel suo “farsi stato” o, ancora più radicalmente, nel suo essere “l’antistato”.
A questa prospettiva di analisi si obietta mettendo in discussione l’indipendenza e l’estraneità della mafia nei confronti dello stato italiano fin dal momento della sua formazione, negli anni immediatamente successivi all’unificazione nazionale (PEZZINO 1990 a, MASTROPAOLO 1993). Gambetta (GAMBETTA 1992) sottolinea inoltre i limiti insiti nell’analogia mafia-stato, derivanti sia dal fatto che la mafia non è un’entità centralizzata sia dal fatto che, pur avendo a che fare con un bene tradizionalmente riservato allo stato come la protezione, la mafia vende questo bene su basi private e non lo amministra secondo criteri di universalità e di eguaglianza. Nell’intreccio tra analisi antropologica e storia sociale proposto dalla ricerca di A. Blok (BLOK 1986) emerge con particolare evidenza come la genesi e la persistenza del fenomeno mafioso siano un aspetto importante della formazione dello stato italiano: nel momento in cui uno stato moderno si sovrappone ad una società contadina tradizionale si dà luogo ad un processo di incapsulamento e nello spazio segnato dalla distanza politica e culturale tra centro e periferia si installano dei brokers, cioè dei mediatori che colmano i vuoti esistenti nella comunicazione e approfittano della loro posizione con l’uso della violenza. Secondo questo approccio la mafia rappresenta un caso particolare dei processi di incapsulamento riscontrabili in varie parti del mondo e l’analisi del fenomeno mafioso ripropone la questione dei modi di formazione dello stato nazionale in epoca moderna e contemporanea (TILLY 1986). Il fenomeno mafioso acquisterebbe così le caratteristiche di un’infrastruttura dello stato, sviluppatasi in determinate realtà sociali, economiche e culturali della Sicilia centro-occidentale. Non di antistato pertanto si dovrebbe parlare, bensì di infrastato. Fin dall’inizio i mafiosi non si sostituiscono allo stato, né costituiscono uno stato nello stato; essi dipendono dallo stato in quanto i loro ambiti di potere esistono in relazione alla possibilità di accedere alla sfera del potere centrale attraverso legami con uomini politici e autorità pubbliche (BLOK 1986).

2. L’esistenza di un legame organico tra cosche mafiose e uomini/partiti politici è in larga misura un dato costitutivo del fenomeno mafioso a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo. Con l’allargamento del suffragio politico e amministrativo il potere reale esercitato dalle cosche nella Sicilia centro-occidentale si trasformò in potere legale attraverso la conquista degli enti locali, il collegamento con le élites politiche regionali, il rapporto con lo schieramento politico di governo a livello nazionale (ROMANO 1963; LUPO, MANGIAMELI 1990; MASTROPAOLO 1993). L’assassinio Notarbartolo (1893) e il ruolo in esso svolto dall’on. Palizzolo (esponente politico dello schieramento di governo, collegato con alcune cosche mafiose, condannato in un primo momento come mandante del delitto e poi assolto per insufficienza di prove) segnalano come già allora si assistesse al tentativo operato dai gruppi mafiosi di giocare un ruolo decisivo nella gestione del sistema bancario siciliano (BARONE 1987; LUPO 1990 b).
L’intervento della mafia nella vita politica e nelle “svolte” che hanno caratterizzato la storia siciliana appare evidente ed è stato più volte sottolineato. Ciò che appare meno evidente e scontato è l’insieme dei meccanismi che nel concreto hanno “prodotto” e segnato il rapporto tra mafia e politica. Il clientelismo e i fenomeni ad esso collegati (distribuzione mirata di risorse, voto di scambio, etc.) sono stati spesso indicati come gli snodi fondamentali di questo rapporto. Questa tesi, che individua un legame di necessità tra clientelismo e presenza della mafia, viene contestata da chi (ad esempio BEVILACQUA 1992) sostiene che l’area di emergenza del fenomeno mafioso è stata e resta tuttora circoscritta rispetto alla più vasta area territoriale caratterizzata da fenomeni di tipo clientelare. Molti autori hanno sottolineato (primo tra tutti FRANCHETTI 1974) come il sistema delle clientele abbia reso più facile ed efficace l’inserimento dei gruppi mafiosi nei circuiti del potere politico; ciò non toglie che lo stesso sistema di relazioni personali e le sue trasformazioni possano aver costituito, in zone diverse dalle aree classiche di radicamento mafioso, un ostacolo e non un incentivo allo sviluppo della presenza mafiosa (FRANCHETTI 1974; PISELLI, ARRIGHI 1985).
Se è vero che le relazioni di tipo mafioso e i rapporti clientelari hanno molti elementi in comune (CATANZARO 1988), appartenenza mafiosa e appartenenza clientelare restano differenti, non separabili ma neanche sovrapponibili quanto ai rispettivi modi di legittimazione (FANTOZZI 1990). E’ stato inoltre rilevato (CATANZARO 1988) come i mafiosi siano riusciti a superare la crisi della lore funzione politica determinata dalle trasformazioni del sistema clientelare avvenute a partire dagli anni’ 50 di questo secolo. Il tradizionale clientelismo dei notabili, caratterizzato da relazioni asimmetriche e stabili nonché dall’uso di risorse private, venne infatti sostituito in Sicilia come nel resto del Mezzogiorno dal clientelismo burocratico del personale politico dei partiti e delle loro organizzazioni di massa, caratterizzato da relazioni asimmetriche e instabili, nonché dalla disponibilità di risorse pubbliche legate all’intervento dello stato (GRIBAUDI 1993; TARROW 1972; GRAZIANO 1974; CACIAGLI 1977). I gruppi mafiosi reagirono a questo attacco alla lore funzione di power brokers riversandosi nella DC e occupando posizioni chiave nella burocrazia della Regione Sicilia, negli enti pubblici regionali, negli enti locali. A Palermo prese corpo nella seconda metà degli anni ’50 un blocco di potere radicato nel controllo del municipio, nell’incremento della rendita urbana, nella speculazione edilizia; un singolare parallelismo si verificò tra il rafforzamento delle cosche mafiose e l’affermazione della nuova élite politico-amministrativa di Lima, Gioa, Ciancimino (CHUBB 1981; CHUBB 1982; CRISANTINO 1990; MASTROPAOLO 1993). Lo sviluppo e l’estensione della presenza mafiosa si intrecciano in Sicilia, a partire dagli anni ’70, con la crisi dell’intervento pubblico e la conseguente crisi degli apparati politici di controllo e di mediazione (GRIBAUDI 1993; CACIAGLI 1977). Nello stesso tempo alcuni grandi gruppi finanziari e affaristici politicamente protetti e collegati o in contatto con le principali cosche mafiose (i Salvo, i “cavalieri del lavoro” catanesi) si trasformano in grandi potentati economici. Contrariamente alle previsioni di chi lega la vitalità del clientelismo alla sempre maggiore disponibilità di risorse pubbliche da distribuire (come CACIAGLI 1977), il sistema di potere locale non subisce un crollo rapido e definitivo. Il crollo non avviene sia perché probabilmente il sistema clientelare si fonda più sulla manipolazione della scarsità e dei legami personali nonché delle istituzioni che non sulla disponibilità continua di risorse crescenti (CHUBB 1981; FANTOZZI 1990), sia perché lo scontro politico assume in Sicilia sempre più il carattere di lotta tra fazioni e gruppi di interesse “trasversali”, capaci di aggregare settori dell’opposizione (RIOLO 1993) e di rallentare o impedire le possibilità di crescita di un’alternativa credibile.
Riguardo al periodo più recente, all’ipotesi della “contiguità” tra mafiosi e politici (LUPO, MANGIAMELI 1990), si è affiancata l’ipotesi che assegna agli imprenditori legati alle cosche mafiose un ruolo importante nel curare e garantire un rapporto organico tra queste ultime e la classe politica (MASTROPAOLO 1993). Al di là di queste ipotesi resta comunque aperta la questione della consistenza e dei limiti della capacità dei mafiosi di controllare e indirizzare rilevanti quote di consensi elettorali verso questo o quel partito e/o candidato.
Questo controllo del voto, che vari autori (tra cui GAMBETTA 1992) danno per scontato, risulta secondo altri (D’AMICO 1993) di difficile definizione e verifica nell’analisi dei risultati delle elezioni regionali siciliane del 1986 e del 1991. Si tratta di difficoltà oggettive di accertare i risultati della capacità mafiosa di manipolazione del voto, ancje con i più raffinati strumenti di analisi dei flussi elettorali, o si assiste all’attenuazione del controllo mafioso sui reticoli clientelari (MASTROPAOLO 1993) ? Rimane valida, come categoria interpretativa dei comportamenti di voto in Sicilia, la categoria del “voto di scambio” (MORISI, FELTRIN 1993; D’AMICO 1993) ? L’istituzione del collegio uninominale e di un sistema elettorale maggioritario bloccherà ogni possibilità di controllo del voto o, piuttosto, accentuerà il localismo e il particolarismo (AGOSTA 1993) e darà più forza a chi, come le cosche mafiose, controlla già il territorio ?

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http://www.peacelink.it/index.html

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