L’esplosione creativa del ’77

di Valerio Evangelisti

Bologna1977.jpg[Questo articolo è stato pubblicato sul n. 1 della rivista Loop, attualmernte in distribuzione. In precedenza era apparso in AA. VV., Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia-Romagna, 1968-2007, a cura di Piero Pieri e Chiara Cretella, vol. III, CLUEB, Bologna, 2007.]

Le rivolte e gli scontri accaduti a più riprese a Bologna nel 1977, e soprattutto dopo l’uccisione, l’11 marzo, di Francesco Lorusso, non possono essere ricondotti a soggetti tra loro omogenei. Di conseguenza, non espressero una sola cultura, ma tante e non sempre compatibili.
Nella memoria collettiva, rinfrescata di recente dal film Lavorare con lentezza, è rimasta soprattutto, tra chi guardò con simpatia quel movimento, la variegata produzione (giornalistica, radiofonica, di costume ecc.) di quella che fu chiamata l’ “ala creativa”; mentre chi il movimento lo avversò tende ancor oggi ad appiattire il tutto sulla propaganda e le azioni dei gruppi armati, e dunque a negare al ’77 ogni dignità culturale.

In realtà i filoni erano molteplici e variegati. Per individuarli, però, bisogna iniziare la riflessione da lontano, e cioè dalla composizione anzitutto sociale, e poi politico-ideologica, di chi allora si impadronì delle piazze bolognesi. Solo dopo sarà possibile leggerne le espressioni di cultura note e meno note.
Tenterò la difficile sintesi da un punto di vista niente affatto obiettivo. Feci infatti parte di quel movimento. Per di più, tengo molto a precisare, non ne fui un leader ma una semplice comparsa. Quel che scriverò non nasce da una ricerca, bensì dalle sensazioni di chi fu sì presente, però non partecipò a tutto e non lesse tutto.

1. La composizione sociale.

E’ lecito trovare un comune denominatore sociale alla massa eterogenea dei ribelli del ’77? Sì, è lecito, ma arrischiato. L’operazione, a quanto mi consta, fu tentata solo da Salvatore Sechi, un professore di Storia contemporanea allora legato al PCI (sia pure in posizione di dissidenza), in un saggio apparso sulla rivista Unità Proletaria nel 1978. Mentre i giovani “settantasettini” si erano limitati a definirsi “non garantiti” (salvo l’ala dell’Autonomia Operaia che faceva capo al collettivo romano di Via dei Volsci, poco presente a Bologna, che li inscriveva grosso modo nelle classi subalterne tradizionali), e mentre il suo partito insisteva a contrapporli ai lavoratori di fabbrica, Sechi cercò di inquadrare il fenomeno nella crisi del “modello emiliano” fondato sulla piccola azienda e sulla cooperazione. I contestatori che avevano riempito le strade reagivano, secondo lui, a un sistema produttivo regionale, creato dalla sinistra, divenuto incapace di soddisfare le aspirazioni giovanili e attardato su una figura di lavoratore ormai inesistente.
Sulle tracce di Sechi si misero Franco Piro, ex leader di Potere Operaio divenuto socialista craxiano, la rivista Inchiesta, Camillo Daneo e pochi altri. Però la connessione tra ribelli “non garantiti” e “modello emiliano” più o meno in declino rimaneva più che altro un postulato. Dava ragione solo dell’ostilità dei manifestanti del ’77 nei confronti dei “bottegai”, cioè della classe media, commerciale ma anche industriale, che il PCI aveva aiutato a formarsi spostandovi i suoi militanti, dopo i licenziamenti punitivi seguiti alle lotte sindacali di fabbrica degli anni Cinquanta.
La contraddizione insita in questi spunti, peraltro fecondi, stava nel fatto che i protagonisti del ’77 erano (o parevano) principalmente studenti. Sì, ma quali studenti? Questa era la domanda che nessuno si poneva, e che nessuno si è posto in seguito, dopo che l’intero periodo storico è stato collocato in toto nella storia giudiziaria e lì cristallizzato (sia notato en passant: ben pochi ex “settantasettini” hanno raggiunto posizioni sociali di rilievo, a differenza dei loro presunti progenitori del ’68; salvo completa abiura, non così frequente).
Per chi visse il ’77 dall’interno, la risposta non è tanto difficile. L’università di Bologna, polo d’attrazione per la sua fama, ha sempre visto una maggioranza di studenti fuorisede, provenienti in larga misura dal meridione. Alla fine degli anni Settanta, si mantenevano agli studi con ogni sorta di lavoro precario, e anche la laurea non garantiva loro un automatico sbocco professionale di prestigio. Ciò del resto valeva per ogni universitario, sebbene l’accesso alle professioni fosse, per chi era nato e viveva a Bologna, meno lento e problematico.
Gli studenti finivano per alimentare il meccanismo del lavoro precario che l’assetto produttivo emiliano-romagnolo, legato all’altalenanza delle commesse nel caso della piccola industria subalterna, alla stagionalità nel caso dei servizi privati, aveva quale naturale modus vivendi. Ciò valeva anche per gli studenti medi. Non furono quelli dei licei classici o scientifici a unirsi alla protesta universitaria, bensì quelli degli istituti tecnici e commerciali, abituati, la sera, a fare qualche turno in officina. O gli allievi del Liceo Artistico, privi più degli altri di prospettive.
A ciò devono aggiungersi quelli che erano detti i “proletari di quartiere”. Tipo i ragazzi del Collettivo San Ruffillo, quasi tutti operai in fabbrichette in cui, data l’esiguità della manodopera, i diritti di rappresentanza previsti dallo Statuto dei Lavoratori non si applicavano. O quelli del Collettivo di Borgo Panigale, operai de facto, però non pagati, nell’Istituto Aldini o negli altri istituti tecnici da loro frequentati.
Appartenevano invece alla fascia di coloro che Asor Rosa definiva “i garantiti” altre componenti, come il Coordinamento Lavoratori Enti Pubblici, il Comitato Operaio Berretta Rossa, il Coordinamento Operaio Cittadino, ecc. Solo che costoro non si riconoscevano nella tradizionale “ideologia del lavoro”, non rivendicavano la qualità della mansione svolta quale fondamento delle loro istanze. La loro concezione del ruolo sociale rivestito non differiva per nulla da quella dei precari, a cui si sentivano vicini. Ne sarebbe nato, anni dopo, il “sindacalismo di base” tuttora attivo.
E poi c’erano i marginali, i freaks, i piccoli malviventi. Una quantità, in un movimento che accoglieva nelle proprie fila il “proletariato extralegale”. Se il ’77 non ha prodotto una nuova classe dominante, lo si deve anche alla sua, negletta, composizione sociale.
Sì, ma quale ideologia teneva assieme tutti costoro?

2. L’ideologia.

Anche su questo tema è difficile generalizzare, visto che settori tutt’altro che marginali si rifacevano a una lettura più o meno tradizionale del marxismo, al maoismo reinterpretato (è il caso di Lotta proletaria, del collettivo Molly Maguires, che partecipava a Radio Alice, e così via), a molteplici varianti dell’anarchismo (Comunismo libertario, Contropotere poi divenuto Autonomia proletaria, ecc.). Il filtro ideologico predominante si richiamava comunque all’ “operaismo” nato con i Quaderni Rossi del socialista dissidente Raniero Panieri e transitato in gruppi e riviste quali Classe Operaia, Potere Operaio, in parte Lotta Continua e i Quaderni Piacentini. Un filone di questa corrente di pensiero, facente capo al filosofo Toni Negri, aveva partorito, in via più teorica che sociologica, una figura idonea a descrivere la composizione di classe del ’77: l’operaio sociale, tipo sociologico del tutto astratto che, senza essere avulso dalla fabbrica, acquistava la propria fisionomia a livello territoriale, dove si erano espansi (per via del decentramento produttivo, della diffusione delle attività di servizio, del proliferare di forme fasulle di lavoro autonomo) i meccanismi dell’accumulazione capitalistica.
L’ “operaio sociale” teneva assieme figure tanto diverse quanto il precario, lo studente senza prospettive, il marginale ecc., senza escludere il proletariato di fabbrica. Come l’ “operaio massa” degli anni Sessanta, l’ “operaio sociale” non aveva radici nel ciclo produttivo di un tempo, e condivideva col suo antesignano il “rifiuto del lavoro” (salariato, s’intende). Dava dunque oggettivamente vita a un movimento operaio alternativo (l’altro movimento operaio, lo chiamò lo storico tedesco Karl Heinz Roth) che fondava le proprie rivendicazioni non sulla competenza professionale, bensì su bisogni dettati dalla vita in società, senza alcuna connessione tra questi e il lavoro erogato.
Ciò si fondeva con la “teoria dei bisogni” formulata dalla pensatrice ungherese Agnes Heller, a quei tempi marxista, e divulgata da testate come Ombre rosse (una rivista di cinema fondata da Goffredo Fofi e transitata, sotto la direzione di Luigi Manconi, a rassegna dell’ideario radicale). Senza cercare di riassumere o semplificare tesi complesse, esistevano secondo la Heller bisogni non primari del proletariato che esigevano soddisfazione immediata, e su di essi andava modellato l’antagonismo. Ciò che fu interpretato, dal movimento del ’77, come complemento all’invito, formulato da Toni Negri e propagandato dal periodico da lui ispirato, Rosso, a riappropriarsi della ricchezza prodotta dall’operaio sociale.
Di qui il diffondersi a Bologna, ben prima dell’11 marzo 1977, della pratica della “autoriduzione” oppure dell’esproprio. Essendo la cultura uno dei bisogni teorizzati dalla Heller, furono svuotati negozi di dischi, si assalirono librerie, si invasero sedi di concerti, si fece irruzione nei cinema senza pagare il biglietto (ne fece le spese, tra l’altro, il film King Kong di John Guillermin). Quanto ai bisogni primari, si moltiplicarono le incursioni nei ristoranti, in cui, in cambio del pasto, si lasciava una cifra simbolica.
Oggi tutto ciò può apparire bizzarro (e lo era già allora, agli occhi di chi coltivava una visione meno eterodossa del pensiero antagonista), però credo evidenti due cose. Il movimento del ’77 non agiva casualmente, ma rifletteva su se stesso e sui propri compiti persino di più di quanto avessero fatto i suoi progenitori del ’68. In secondo luogo, le idee che lo percorrevano avevano poco o nulla in comune con le teorizzazioni delle Brigate Rosse.
Poi, che quelle idee fossero fragili e contraddittorie è altro discorso. Si adattavano, almeno in quel momento, alla composizione variegata che ho cercato di delineare.

3. Le forme del comunicare.

Il ruolo delle radio, nel movimento del ’77, è ben noto, almeno per quanto riguarda Radio Alice (grazie al citato Lavorare con lentezza e a un fortunato documentario). Quasi altrettanto seguita fu “L’Aradio” Ricerca Aperta, gestita da giovani anarchici, che ospitò la redazione di Radio Alice quando l’emittente fu chiusa dalla polizia, nel corso degli scontri di marzo. Entrambe le radio (ma un qualche ruolo ebbe anche una terza, la storica Radio Bologna, prima “emittente libera”della città, prossima alla sinistra socialista) avevano una gestione assembleare, un palinsesto tutt’altro che ferreo, un legame molto stretto, a livello telefonico, con gli ascoltatori, vera fonte delle principali trasmissioni, e comprendevano programmi interminabili in cui gruppi di redattori semplicemente conversavano informalmente tra loro
Se il funzionamento interno è abbastanza noto, meno indagata è stata la funzione che le radio svolgevano nel divulgare le tesi di un movimento che, a quanti non lo conoscevano dall’interno o non appartenevano a fasce “contigue”, soprattutto giovanili, risultava abbastanza criptico. Mi spingerei infatti ad affermare che, a differenza di ogni raggruppamento ribelle o rivoluzionario precedente, il movimento del ’77 trascurava quasi completamente il proselitismo. Verso l’esterno dimostrava una vivace ostilità. «Gente, gente, / non state lì a guardare , / abbiamo un compagno / da vendicare» fu uno degli slogan più scanditi dopo l’assassinio di Francesco Lorusso. E il libro collettivo che riassunse l’esperienza di un anno di lotta si intitolò Bologna marzo 1977… Fatti nostri.
Fatti nostri, appunto. Cioè non condivisibili con chi non vi fosse stato coinvolto, e nemmeno comprensibili ai puri spettatori. Solo le radio mandavano segnali all’esterno, svelando spudoratamente il funzionamento della micro-società antagonista, e la visione del mondo che vi prevaleva.
Non erano adatte allo scopo testate che si intitolarono A/Traverso, Il dito e la luna, Storie di uomini e di altri animali, e decine di altre, fino al colto Il cerchio di gesso, organo degli intellettuali (non molti, ma agguerriti) vicini al movimento. Sin dall’intestazione, questi precari organi di stampa rompevano con la tradizione del movimento operaio “storico”, i cui giornali avevano da un secolo almeno titoli che erano esortazioni o proposta di ideali. Rompevano in fondo anche col filone “operaista”, che aveva dato ai suoi organi titoli ricavati da slogan (Lotta continua, Potere operaio). Avevano poco o nulla in comune con i giornaletti di ispirazione maoista che proponevano una ricostruzione del vecchio PCI su basi più radicali (Nuova Unità, Il Partito, Servire il popolo ecc.), con i trotzkisti (Bandiera rossa e altri minori), con le molte varianti del bordighismo (Il programma comunista, Lotta comunista e così via).
Del resto, quale dialogo poteva mai esserci tra la “sinistra storica” e una miriade di collettivi che si chiamavano Alter, A/Traverso, Terron Power, Il ruggito del topo, Kindertruppen ecc., oppure si radicavano nei quartieri bolognesi da cui prendevano nome? Un tentativo di dialogo di Bruno Trentin, che avrebbe dovuto corrispondere a quello goffo e disgraziatissimo di Luciano Lama all’università di Roma, si risolse a Bologna anche peggio: nessuna violenza, nel caso bolognese, ma pernacchie e risate. Tra un “neo-dada” che si riconosceva in A/Traverso e propugnava la teoria dei bisogni applicata ai “non garantiti”, e il fautore di un “patto tra produttori”, comprendente operai e capitale, ma escludente marginalità e precariato, quale dialettica poteva mai esistere?
Lo spernacchiare, condensato nel coretto “Scemo, scemo!”, negatore di ogni possibilità di discussione, divenne tipico del movimento. Si lanciavano proposte impossibili, più poetiche che effettive (sistema tipico di A/Traverso, che coltivava il paradosso, e della frangia degli “Indiani metropolitani”). Fu grande lo sconcerto di Nicola Matteucci, a quei tempi preside di Scienze Politiche, quando gli studenti gli sottoposero una piattaforma che prevedeva un viaggio collettivo al Machu Pichu, per assistere alla Danza del Sole, e il trasferimento della caserma dei carabinieri, adiacente alla facoltà, a svariati chilometri di distanza,
Ciò che Matteucci non poteva capire era la particolare ironia del movimento, divulgata da Radio Alice (che spesso, sul piano dell’umorismo, si ispirava al famoso programma di Arbore e Boncompagni Alto gradimento, a sua volta modellato sulle innovazioni comunicative delle primissime “radio libere”), né che tanta chiusura alla trattativa fosse generata da una composizione di classe emergente. Effimera, certo, ma quanto tutte quelle prodotte dalla diffusione del precariato e dall’incertezza sociale, nelle loro varie forme storiche.
E’ piuttosto chiaro che simile cultura era radicalmente differente da quella delle Brigate Rosse e dei principali gruppi armati. Certo, uno slogan molto popolare fu «Perché mai, perché mai, / loro sparano e noi mai?/ Prima o poi, prima o poi, / spareremo pure noi!» E’ tuttavia palese che simile dichiarazione d’intenti obbediva a una logica ben lontana da quella dei brigatisti, che sparavano già da anni, non per ribellione istintiva o per vendetta e/o minaccia, bensì per scelta programmatica. Il movimento bolognese del ’77 contava più ribelli che rivoluzionari.
Ciò costituì anche la sua debolezza. Estinta la fiammata iniziale, durò un paio d’anni ancora, fino a essere travolto dalla repressione indiscriminata seguita al rapimento di Aldo Moro. Ciò che ne sopravvisse, negli anni ’80, non fu certo l’ “ala creativa” che lo aveva in qualche misura improntato: i “creativi” superstiti si specializzarono ulteriormente nel campo loro familiare, la comunicazione, attenuando i connotati antagonisti. Miglior sorte ebbero i fautori di forme di opposizione, se si vuole, più “politiche” e ideologiche. Li si ritrovò, dopo il ’77, nei centri sociali, nelle battaglie antinucleari e per l’ambiente, nell’impegno internazionalista, nell’antimilitarismo. Anche nelle ultime propaggini della “lotta armata” non vincolate al brigatismo.
Non c’era più spazio, invece, per esperienze comunicative quali Radio Alice, A/Traverso, Rosso, Il dito e la luna ecc. A mio parere ciò si deve al fatto che si era modificata la composizione di classe, e che la precarizzazione dei “garantiti” toglieva progressivamente ragion d’essere ai “non garantiti” come nucleo sociale isolato e aggressivo, e alla cultura da loro espressa.
Però si tratta di una sensazione, più che di una certezza. Il ’77 è, secondo me, ancora tutto da studiare. La sua criminalizzazione ne ha fatto un tema ancora inaccessibile, con animo sereno, alla storiografia e alla sociologia. Ma prima o poi questa rimozione cadrà.

http://www.carmillaonline.com/

Un percorso 77

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