This Is How Authoritarians Get Defeated

People around the world have stood up for democracy and truth. Now it’s our turn.
MONIKA BAUERLEINOCTOBER 9, 2020

My father was a toddler when Adolf Hitler was elected chancellor in a democratic Germany, and by the time he entered first grade, the world around him had changed beyond recognition. It was only because Americans fought and died that he got to live, finish school, and become a journalist. I’ve thought about him often these past four years as people far more qualified than I argued that America is, or isn’t, going down the path of Weimar. I don’t know the answer to that. But what seems clear is that we are, as Germans were then, at some kind of precipice. read

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Tre mesi di grande pericolo – Comune-info

Settacinque anni dopo Hiroshima e Nagasaki (dove fu sganciata una bomba tre volte più potente), il primo utilizzo di armi progettate non per i campi di. Articolo di Raúl Zibechi

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Bordering Processes: Contestation and Outcomes around Central American Migration in South Texas, 2013-present

We examine the 2013-present increase in Central American asylum seekers, especially family groups and unaccompanied children, arriving at the U.S. land border with Mexico. Specifically, we focus on the contentious politics concerning this migratory.

 

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Trump e lo spettro dell’impeachment

di Michele Paris

L’ondata di guai che sta investendo Donald Trump a partire dal suo insediamento alla Casa Bianca rischia di travolgere un’amministrazione Repubblicana sempre più sotto assedio da parte di sezioni della classe dirigente americana che cominciano ormai a discutere apertamente di un possibile procedimento di impeachment.

Con l’eco del licenziamento del direttore dell’FBI, James Comey, non ancora spento, la nuova settimana a Washington si è aperta con due nuove rivelazioni “bomba”, o quanto meno considerate tali dalla stampa ufficiale, pubblicate a distanza di un giorno dai due giornali maggiormente impegnati nella campagna anti-russa diretta contro il presidente Trump.

Lunedì il Washington Post aveva scritto che quest’ultimo si era lasciato sfuggire alcune informazioni di intelligence riservate sulle attività dello Stato Islamico (ISIS), con ogni probabilità passate dai servizi di Israele, durante il discusso incontro della scorsa settimana alla Casa Bianca con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, e l’ambasciatore di Mosca a Washington, Sergey Kislyak.

La presunta gaffe di Trump non ha avuto confermate e, in ogni caso, il contenuto della conversazione del presidente con i rappresentanti del governo russo non è sembrata sollevare particolari preoccupazioni, sia dal punto di vista legale sia da quello della “sicurezza nazionale”.

Ciononostante, la notizia del Post ha scatenato un nuovo polverone politico a Washington, intensificatosi il giorno dopo in seguito all’esclusiva del New York Times su un “memorandum” dello stesso Comey. L’ormai ex numero uno dell’FBI sarebbe cioè in possesso di un appunto scritto da suo pugno relativo a un incontro alla Casa Bianca con Trump a febbraio, durante il quale il presidente gli avrebbe chiesto di chiudere l’indagine in corso ai danni del suo ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn.

L’ex generale americano è al centro della caccia alle streghe anti-russa negli Stati Uniti e il giorno prima del faccia a faccia tra Trump e Comey era stato rimosso dal suo incarico per avere mentito al presidente e al vice-presidente sulla natura di alcune conversazioni che aveva intrattenuto con l’ambasciatore russo Kislyak.

Il doppio colpo assestato dal Post e dal Times contro la Casa Bianca fa sempre parte di un’offensiva in atto da mesi e dietro alla quale vi sono poteri allineati alla galassia “neo-con” e all’apparato militare e dell’intelligence americano che cercano in tutti i modi di delegittimare un’amministrazione impegnata, sia pure in maniera limitata, a ripianare le tensioni tra gli USA e la Russia.

Che Trump abbia effettivamente sollevato la questione dell’indagine di Flynn con Comey è del tutto possibile. Tuttavia, l’attendibilità di un giornale come il New York Times, o il Washington Post, è a dir poco discutibile sulla vicenda del cosiddetto “Russiagate”, vista la natura politica del suo operato.

Come praticamente tutte le notizie pubblicate finora sul caso, anche l’ultima rivelazione è basata sulle dichiarazioni di fonti anonime all’interno del governo americano, evidentemente interessate a screditare l’amministrazione Trump.

L’articolo di martedì del Times non è nemmeno basato sull’analisi del “memorandum” di Comey, già di per sé parziale e non considerabile come una prova inconfutabile del comportamento del presidente. Bensì si tratta di un resoconto di terza mano, riportato da una non meglio identificata persona vicina a Comey che sarebbe a conoscenza di quanto scritto da quest’ultimo dopo il suo faccia a faccia con Trump.

Quest’ultimo attacco a Trump sembra rappresentare un salto qualitativo nella campagna in corso relativa ai presunti legami tra la nuova amministrazione e il governo di Mosca. A dimostrarlo è il linguaggio utilizzato dall’articolo del Times e le reazioni di analisti, commentatori e politici che sono da tempo sul carro degli accusatori del presidente o che hanno deciso di salirvi dopo i recenti sviluppi.

L’imbeccata per la linea d’attacco contro Trump è chiaramente rintracciabile in un passaggio dell’articolo di martedì, nel quale si afferma che “la richiesta di Trump [a Comey] è la prova più chiara che il presidente abbia cercato di influenzare il Dipartimento di Giustizia e l’indagine dell’FBI sui legami tra i suoi uomini e la Russia”.

Questa frase solleva cioè l’ipotesi di una possibile incriminazione di Trump per “ostruzione alla giustizia”, un capo d’accusa che potrebbe giustificare un procedimento di impeachment, come accadde proprio al presidente Nixon nel 1974 nell’ambito dello scandalo “Watergate”.

Anche prendendo per vero il contenuto dell’appunto di James Comey sulle pressioni di Trump, qualche commentatore ha fatto notare come per il momento non ci siano prove di azioni concrete del presidente volte a ostacolare lo svolgimento dell’inchiesta dell’FBI sul “Russiagate”. Tutt’al più, le parole di Trump rivelerebbero un non sorprendente atteggiamento inopportuno del presidente.

Se, poi, il comportamento del presidente fosse stato realmente così grave, c’è da chiedersi la ragione per la quale Comey non abbia sollevato la questione con il dipartimento di Giustizia, da cui l’FBI dipende, o con il team che conduce l’indagine su Flynn e il “Russiagate”. Comey, piuttosto, come ha spiegato il New York Times, si è limitato a informare alcuni colleghi e a tenere traccia delle presunte interferenze di Trump, raccogliendole in un dossier con l’intenzione di passarlo alla stampa in caso di un suo licenziamento, com’è puntualmente avvenuto nei giorni scorsi.

L’assenza di prove non è comunque un particolare che ha finora contenuto le accuse e le polemiche verso la Casa Bianca. Infatti, esponenti Democratici e molti Repubblicani hanno subito attaccato Trump e in più di un’occasione è stato appunto sollevato il fantasma dell’impeachment.

L’intervento potenzialmente di maggiore rilievo è stato quello del presidente della commissione Sorveglianza della Camera dei Rappresentanti, il deputato Repubblicano Jason Chaffetz, il quale nella serata di martedì ha fatto sapere di avere indirizzato una lettera al direttore ad interim dell’FBI, Andrew McCabe, per chiedere la consegna di tutti i documenti o le registrazioni relativi alle discussioni tra Trump e Comey.

L’iniziativa di Chaffetz, presa molto probabilmente in seguito a pressioni degli ambienti che intendono colpire Trump, è stata definita particolarmente significativa, visto che il deputato dello Utah era stato finora molto cauto sulla vicenda “Russiagate”.

Anche i leader Repubblicani di Camera e Senato hanno iniziato a esprimere impazienza nei confronti della Casa Bianca. Altri colleghi di Trump hanno invece fatto riferimento in maniera diretta alle reali implicazioni della vicenda. Il deputato del Wisconsin, Mike Gallagher, ha inviato ad esempio l’amministrazione Trump ad “abbandonare la fantasia di relazioni migliori con la Russia”.

Le accuse più esplicite sono arrivate però dalla stampa, in particolare da quella “liberal”. Il Washington Post già nel fine settimana aveva pubblicato un pezzo di opinione del docente di diritto costituzionale di Harvard, Laurence Tribe, che chiedeva apertamente l’impeachment di Trump senza nemmeno attendere l’esito delle indagini in corso sul “Russiagate”.

Il magazine Slate ha a sua volta elencato una serie di articoli della Costituzione americana che Trump avrebbe violato e che giustificherebbero la sua messa in stato d’accusa. Mercoledì, il comitato editoriale del New York Times ha invece mascherato a malapena un appello all’impeachment dietro alla richiesta di far luce una volta per tutte sui legami della Casa Bianca con la Russia.

L’isteria che sta attraversando gli ambienti politici e dei media negli Stati Uniti in seguito all’esplosione del “Russiagate” ha un carattere del tutto reazionario. La guerra in atto contro l’amministrazione Trump è infatti motivata da ragioni che hanno a che fare con gli orientamenti strategici americani e la necessità di mantenere una situazione conflittuale con Mosca.

Questi attacchi da destra nei confronti di Trump finiscono inoltre per far passare in secondo piano le inclinazioni anti-democratiche del nuovo governo Repubblicano, impegnato in un assalto frontale e senza precedenti a ciò che resta del welfare americano, ai diritti degli immigrati, alle regolamentazioni del business e a quelle ambientali.

Le crescenti richieste di impeachment tendono anche a oscurare le ragioni dell’emergere del fenomeno Trump e della sua ascesa alla presidenza degli Stati Uniti, presentata come un inconveniente più o meno casuale all’interno di un sistema politico e sociale altrimenti esemplare e perfettamente funzionante.

L’eventuale rimozione di Trump in questi termini, al contrario, non rappresenterebbe nessun ritorno a un inesistente eden democratico ma sarebbe una nuova tappa nello smantellamento delle norme democratiche negli Stati Uniti, determinando un riallineamento della classe dirigente americana attorno a un’agenda non meno reazionaria e segnata ancora di più dal rischio di un conflitto nucleare.

fonte:http://www.altrenotizie.org/esteri/7481-trump-e-lo-spettro-dellimpeachment.html

Resistere alla guerra

Siamo schiacciati da una narrazione che ci parla di guerra. Non sappiamo come reagire. “Ci si interroga su dove sia finito il movimento pacifista – scrive Francesco Martone – come se fosse qualcosa di altro, esterno rispetto a quel che dobbiamo fare e dire”. E allora cominciamo a fare i conti con i nostri limiti e con le nostre capacità. Possiamo fare molte cose per ribellarci al dominio della guerra. Possiamo coltivare, prima di tutto, la capacità di riconoscere i nessi tra lotte diverse, quella che Angela Davis chiama trasversalità, possiamo gettare manciate di sabbia nei molti ingranaggi della guerra che abbiamo nei nostri territori, possiamo sostenere la diplomazia popolare dei corpi civili di pace, possiamo promuovere azioni creative di disturbo e disobbedienza, possiamo mettere al centro i temi del disarmo, della denuclearizzazione, della conversione dell’industria delle armi…

di Francesco Martone

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in alcune vecchie foto, in bianco e nero, scattate nel lontano 1979, avevo poco più di diciotto anni, ed ero assieme ad un gruppo di pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti che decisero quell’estate di attraversare l’Europa e protestare contro la Nato e il Patto di Varsavia. Partimmo da Bruxelles, facendo una catena umana intorno al quartier generale della Nato e dopo varie tappe attraverso basi Nato in Belgio, Olanda e Germania arrivammo a Berlino. C’era ancora il muro, e ci sedemmo a cavallo della linea che separava Berlino Est da Berlino Ovest per bloccare – formando un enorme simbolo della pace (che poi significa Disarmo Nucleare in verità) – il Checkpoint Charlie. Ci sono voluti una manciata di minuti per i Vopos, la polizia di frontiera della Germania Est, e  la Military Police degli Stati Uniti per prenderci e trascinarci via senza tanti complimenti. Eravamo fisicamente e non solo stretti tra due fuochi.

Gli anni sono passati, sono passate guerre, da quella nei Balcani, eravamo sdraiati dietro al Colosseo per protestare contro i bombardamenti Nato, quella del Golfo, quasi ci sparano addossi gli addetti dell’ambasciata irachena quando con un manipolo di attivisti di Greenpeace avevamo aperto uno striscione contro la guerra. La guerra in Afghanistan, eravamo andati fino a Washington per fare – sotto una tormenta di neve – un’ispezione di “popolo” in una base Usa dove erano stoccate armi chimiche, e quella in Iraq, milioni di persone in piazza. E poi la Siria, e tutte quelle guerre che non hanno mai smesso di uccidere. Gli anni sono passati, e con loro fiumi di inchiostro per catalogare, definire, spiegare, giustificare la guerra, per fare la radiografia di questo o quel movimento.
Quel muro sul quale avevo pisciato non c’è più, ma le armi nucleari restano anzi aumentano, e dopo la crisi ucraina il rischio di una nuova guerra fredda è lì dietro l’angolo. Ad un certo punto però si pensò si immaginò un dividendo di pace, il disarmo avrebbe liberato enormi quantità di denaro per la pace e lo sviluppo del pianeta. Non è stato così, anzi la distruzione degli ecosistemi, l’aumento delle diseguaglianze, e delle violazioni dei diritti umani va di pari passo con l’aumento della spesa militare e il moltiplicarsi dei conflitti. Un tragico bilancio di sangue che i social media oggi portano drammaticamente nella nostra quotidianità, in maniera compulsiva, ripetitiva, quasi a volerci dare assuefazione.La realtà ci sembra insormontabile, per noi costruttori di pace e di ponti, nemici della violenza e degli eserciti. Sono passati gli anni e così mi sento, ancora tra due fuochi, tra la narrazione dominante che ci parla di guerra – addirittura si torna a ipotizzare un conflitto nucleare! – o di scontro tra potenze imperialiste vecchie e nuove, e chi non sa come reagire. E ci si interroga su dove sia finito il movimento pacifista come se fosse qualcosa di altro, esterno rispetto a quel che dobbiamo fare e dire. E si reagisce con le parole di sempre, appelli alla  mobilitazione, parole forse stanche, ma necessarie per tentare di rompere la consuetudine. Fatto sta che mi trovo, come credo tanti e tante nel mezzo. Stanco di parole, preoccupato per gli atti ed i proclami,  pieno di orrore per la sofferenza di popoli come quello siriano. E della Palestina non ne parli? E del Sud Sudan?

Non so mi pare che a forza di provare a prenderci sulle spalle i mali del mondo siamo finiti per perdere la forza, e speriamo di ritrovarla in appelli alle coscienze buone o al passato. Quel vuoto tra le due fuochi oggi ci dice però qualcosa. Anzitutto ci suggerisce di fare i conti con noi stessi, con i nostri limiti e le nostre capacità. Con l’urgenza di apprendere a coltivare la “trasversalità” come ci dice la grande Angela Davis, l’intersettorialità  delle vertenze e delle mobilitazioni, delle piattaforme che sembrano così distanti, ma che invece sono assolutamente connesse e interdipendenti. Quel vuoto ci  dice poi che non sarà possibile mettere in crisi l’ingranaggio della guerra se non si decolonizzano e si disarmano le nostre menti. E per mettere in crisi l’ingranaggio della guerra ci toccherà fare la nostra parte, gettare manciate di sabbia in quell’ingranaggio che ci è più vicino, piuttosto che guardare lontano e immaginare di poter cambiare le sorti del mondo. Decolonizzare le nostre menti oggi significa apprendere che nella guerra non ci sono solo vittime e carnefici, ma ci sono popoli che cercano di scardinare quella logica con la costruzione di sentieri di pace, riconciliazione, dialogo, verità e giustizia.

Significa allora un primo passo prettamente “politico”, quello di offrire loro sponda. Rompere la logica della guerra che li vede vittime da commiserare o da soccorrere con altra guerra. Disarmare le nostre menti, significa respingere la possibilità che paradossalmente la guerra finisca per essere l’elemento che dà significato al nostro agire, anche contro di essa. Come se la guerra temuta o attesa finisca per diventare una ciambella di salvataggio. Significa assumere che oggi non sarà possibile alcuna pace senza diplomazia popolare e dal basso, quella dei corpi civili di pace, e senza azioni di disturbo, di disobbedienza – ricordate quella splendida campagna contro l’invio di armi via rotaia, la campagna Trainstopping? civile e nonviolenta. Dobbiamo diventare portatori di speranza e “incorreggibili disturbatori della pace”. Non pensare a manifestazioni di piazza, che ormai la piazza non tira più, è virtuale c’è niente da fare – ma ad altro. Senza generali disarmati che guidano cortei, con i loro rituali e liturgie, ma andando nei luoghi della guerra, dove la guerra si cucina, si prepara, dove ci si arma, sotto casa nostra, magari proprio dietro casa nostra, con i nostri volti e i nostri corpi per portare testimonianza, diretta e nonviolenta.

Esserci per resistere, come mi raccontò una volta un prete portoricano Luis Barrios quando si fece arrestare per essere entrato nella base di Vieques per celebrare messa. Sorridendo e canticchiando magari, come ho sentito fare da Turi Vaccaro qualche giorno fa all’assemblea del Movimento Nonviolento. Resistere alla guerra che c’è o a quella che ci sarà è un atto politico, che presuppone la messa in discussione radicale dell’esistente, degli equilibri di forza, delle alleanze dell’apparato industriale che produce armi e strumenti di morte. Significa oltre a denunciare l’aumento delle spese militari e delle esportazioni di armi, andare al cuore del problema. Dire chiaramente che esportare armi in zone di guerra è come andare a fare la guerra, e che quindi esportare armi in zone di guerra è contro la Costituzione, e agire di conseguenza, per difendere la Costituzione.

Ma non solo, significa denunciare con forza la logica aberrante secondo la quale ad esempio il fallimento possibile del progetto europeo si potrebbe evitare attraverso un’Europa forte, non quella della moneta, ma quella della spada e che il volano per il rilancio dell’economia non è più quello speculativo ma quello industrial-militare. E per portare il discorso alle estreme conseguenze: dovremmo una volta per tutte sciogliere il nodo che contrappone disarmo e creazione di posti di lavoro, e invece rilanciare con gran forza una proposta di conversione dell’industria degli armamenti, possibile e necessaria. E accanto a questa chiedere che l’Italia diventi paese denuclearizzato, non solo senza centrali nucleari, ma anche senza armi atomiche. Che paradosso quello che ci vede oggi assistere a un minuetto tra potenze nucleari tali o sedicenti tali, mentre il nostro paese, i governo italiano, nel silenzio assoluto si permette di non sostenere il negoziato Onu sulla messa al bando delle armi nucleari. E anzi, si attrezza per diventare – se necessario – potenza nucleare per conto terzi, con  suoi aerei da bombardamento, che siano Tornado, F16 o F35 e bombe atomiche di nuovissima generazione. Una punta di diamante per le prossime possibili guerre di Washington. Invece di gridare contro Donald Trump presidente di un paese del quale l’Italia è alleata, non sarebbe di gran lunga più efficace mettere una chiave inglese nel suo ingranaggio di guerra a cominciare proprio dallo spiegamento di armi nucleari a casa nostra, e cosi’ facendo mettere in discussione anche gli accordi con la Nato?

Ma se vi dicessero che a qualche centinaio di chilometri da casa vostra, o forse a centinaia di metri, dalla scuola dei vostri figli ci sono bombe atomiche con potenza superiore a quella di Hiroshima, che fareste? Vi chiedereste ancora dov’è il movimento pacifista o se quelle bombe servono per mantenere sotto scacco Mosca? O prendereste l’iniziativa come si dice “dal basso”? Possibile che non si riesca a concentrare le nostre ahi noi poche forze su pochi obiettivi chiari, politici, di vera rottura, invece di invocare la pace delle nostre coscienze?

References for “Bordering Processes: Contestation and Outcomes around Central American Migration in South Texas, 2013-present”

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How Bulk Interception Works

This piece was authored by PI Legal Officer Scarlet Kim.

This week, Privacy International, together with nine other international human rights NGOs, filed submissions with the European Court of Human Rights. Our case challenges the UK government’s bulk interception of internet traffic transiting fiber optic cables landing in the UK and its access to information similarly intercepted in bulk by the US government, which were revealed by the Snowden disclosures. To accompany our filing, we have produced two infographics to illustrate the complex process of “bulk interception.” read

Neoliberalism: the deep story that lies beneath Donald Trump’s triumph 

How a ruthless network of super-rich ideologues killed choice and destroyed people’s faith in politics

Sorgente: Neoliberalism: the deep story that lies beneath Donald Trump’s triumph | George Monbiot | Opinion | The Guardian

Chaos Ensues As Europe Splinters in Response to Trump

Source: Zero Hedge While America’s so-called “establishment”, the legacy political system and mainstream media, appear to be melting, and transforming before our eyes into something that has yet to be determined, Europe also appears to be disintegrating in response to the Trump presidential victory: as the FT reports, in a stunning development, Britain and France […]

via Chaos Ensues As Europe Splinters in Response to Trump — Raging Bull-shit