Naufraghi

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di Fulvio Vassallo Paleologo*

Alla fine, dopo una settimana di attesa in mare, ostaggio delle politiche europee di appoggio alla Guardia costiera libica, Malta ha accettato di trasbordare su un mezzo della sua marina militare i cinquantotto naufraghi soccorsi una settimana fa dalla nave Aquarius di SOS Mediterraneè a nord delle coste libiche e quindi di concedere il transito nel porto de La Valletta, verso i pochi paesi europei che si sono assunti la responsabilità di accoglierli (Portogallo, Spagna, Francia e Germania). Una soluzione raggiunta su iniziativa del Portogallo e della Spagna, dopo l’iniziale diniego dei francesi. Non si placano invece le intimidazioni del ministro dell’interno italiano contro le ONG che continuano a operare attività di monitoraggio nel Mediterraneo centrale.

Armed Forces of MALTA (AFM) declaration

A total of 58 migrants, who were on board the AQUARIUS, will be brought to Malta by the Armed Forces of Malta, as part of the transfer of migrants on humanitarian basis. The P52 vessel will be entering Hay Wharf Base at noon. Members of the Press will be provided with an area in the Marina di Valletta, Yacht Marina parking for media coverage.

Una soluzione che dal premier maltese viene definita “umanitaria”, ma che si inquadra in una politica disumana che viene adottata da oltre un anno, con il consenso dell’Unione europea a scapito dei migranti da soccorrere in acque internazionali e di chi continua ostinatamente ad assisterli. La salvaguardia del diritto alla vita non può cedere di fronte alle scelte strumentali di chi costruisce sul respingimento dei migranti le sue fortune elettorali. Come se le Convenzioni internazionali e i principi costituzionali, e perfino le leggi dello stato fossero disapplicabili sulla base dei sondaggi, magari con qualche tweet o con una canea di followers che infamano chi riesce ancora a salvare vite in alto mare.

https://comune-info.net/2018/09/cosa-prevede-il-decreto-sicurezza/embed/#?secret=5JG2As0u5d

Si alimenta una falsa contrapposizione con l’Unione Europea, quando invece le politiche decise a Bruxelles (come è emerso nel vertice di Malta del 3 febbraio 2017, all’indomani degli accordi tra il governo Gentiloni e le autorità di Tripoli) combaciano perfettamente con quelle dei governi che più dichiaratamente si schierano contro il soccorso in acque internazionali. Si impone alle ONG di non “interferire” con le attività di intercettazione in alto mare operate dalle motovedette libiche, adducendo l’esistenza di una zona SAR (area di ricerca  e salvataggio) “libica” in acque internazionali, oltre il limite di dodici miglia delle acque territoriali, e dunque l’obbligo di lasciare alle autorità “libiche” (di quale Libia?) tutti i poteri di intervento e di intercettazione, con il fine esclusivo di riportare a terra il maggior numero di persone. Anche se a seguito dei ritardi e della inefficienza della Guardia costiera “libica” le persone fanno naufragio. Vedremo adesso che inchiesta sapranno fare a Tripoli sugli abusi denunciati dalla BBC commessi ai danni delle persone intercettate in alto mare dalle motovedette libiche. Per molti dei miliziani imbarcati a bordo di quelle motovedette sembra che i corsi di formazione in Europa non siano stati particolarmente utili, almeno dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Non si comprende come le autorità di Tripoli possano garantire i diritti fondamentali delle pesone intercettate in mare, e adesso degli stessi libici. La Libia, in tutte le sue diverse articolazioni territoriali e militari, non può essere ritenuta un paese che garantisce “porti sicuri di sbarco”, place of safety, che dovrebbero essere garantiti dalle autorità che coordinano gli interventi di soccorso. Anche per non violare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che impone a tutti gli stati firmatari (tra cui non c’è il governo di Tripoli) il rispetto assoluto del principio di non respingimento.

Rispetto al forte calo delle partenze dalla Libia, derivante dalle condizioni di conflitto civile che rallentano gli spostamenti a terra, o li impediscono del tutto, è infatti aumentato il numero delle vittime, quest’anno già oltre 1.300 persone, in maggior parte naufragate in mare a partire dal 28 giugno di quest’anno, da quando il governo di Tripoli ha proclamato unilateralmente una zona SAR “libica”, e le autorità italiane hanno abbandonato alle motovedette libiche e al centro di coordinamento di Tripoli (variamente supportato dalla marina militare italiana con la missione Nauras) il compito di intercettare in mare i migranti e riportarli nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti. Tra questi rimane centrale lo snodo del centro di detenzione di Zawia, ubicato in una zona fortemente interessata dal contrabbando di petrolio dalla vicina raffineria, come è provato da indagini della magistratura italiana, che è diventato il punto principale di sbarco (point of disembarkation) dei migranti soccorsi/intercettati in mare dai libici, dopo che la situazione a Tripoli è precipitata. Ma chi finisce nelle mani della Guardia costiera “libica” è comunque destinato a subire abusi, ovunque venga sbarcato.

https://comune-info.net/2018/07/pedagogie-critiche-roma-e-il-mondo-scuola-senza-mura/embed/#?secret=xCQdGcEkDg

Le condizioni del centro di Zawia sono note da tempo, e adesso sono confermate dalle testimonianze di migranti che sono riusciti ad essere evacuati verso i paesi di origine grazie ai progetti di rimpatrio volontario gestiti dall’OIM. Ma quelle stesse condizioni disumane sono confermate anche negli altri centri, anche in quelli che vengono definiti “governativi”, sia dai rapporti internazionali che dalle testimonianze dei migranti che riescono ad arrivare ancora nel nostro paese. Eppure si continua a parlare di rinforzo delle missioni Frontex nella prospettiva di una maggiore collaborazione con la Guardia costiera “libica”, quando la prospettiva corretta dovrebbe essere quella del lancio di una grande missione di soccorso umanitario gestita a livello europeo. Una prospettiva certo impopolare, ma l’unica che potrebbe garantire la salvaguardia effettiva della vita umana in mare, in quella che si continua a ritenere come la zona SAR “libica”. Ed anche in quella maltese nella quale il governo de La Valletta non interviene, o interviene con grande ritardo.

Tutti i politici europei, e soprattutto i rappresentanti del nuovo governo italiano, si riempiono la bocca con l’esigenza prioritaria di combattere il traffico di “clandestini” e con l’obiettivo dichiarato  di impedire che gli operatori umanitari delle ONG possano diventare facilitatori, se non addirittura favoreggiatori, di chi specula sull’immigrazione che definiscono “illegale”. Anche il ministro della difesa Trenta rimane sulla stessa posizione. Nei fatti non si distingue neppure tra scafisti e trafficanti, le indagini nazionali si arenano presto davanti alla mancata collaborazione di quegli stessi governi con i quali si collabora per intercettare i migranti in mare, e alla fine aumentano soltanto le persone condannate ad un naufragio, o destinate a subire ogni sorta di abusi nei centri di detenzione a terra.

Si arriva persino a ricattare i paesi di bandiera delle navi umanitarie perchè revochino l’immatricolazione della nave e impediscano così, su commissione diretta che nessuno può negare, la prosecuzione delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Un completamento di quella strategia di elusione della portata della sentenza Hirsi, di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che si sta completando, dopo i sequestri delle navi umanitarie, con il loro blocco attraverso espedienti burocratici. Come quelli adottati anche da Malta per tenere ferme nel porto de La Valletta tre navi umanitarie di Lifeline, Seefuchs e Seawatch che in questi mesi avrebbero potuto soccorrere migliaia di persone, come avveniva fino allo  scorso anno, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana.

Non sono bastate neppure le richieste di archiviazione dei procedimenti penali contro le ONG. Si continua a diffondere il messaggio secondo cui queste organizzazioni approfitterebbero delle emergenze in mare e costituirebbero fattori di attrazione delle partenze. In realtà i veri speculatori sull’immigrazione illegale sono coloro i quali negano l’evidenza delle torture e degli abusi subiti dai migranti in Libia dopo essere stati riportati a terra dalla sedicente guardia costiera “libica”, non aprono alcun canale legale di ingresso e arrivano, di fatto, a sbarrare i porti, senza avere neppure il coraggio di emettere un provvedimento formale che possa essere impugnato davanti ai tribunali internazionali o ai giudici nazionali. Gli stessi che intervengono sui paesi di bandiera delle navi umanitarie per bloccarne l’attività di soccorso, speculano sulla paura della popolazione, una paura costruita su una emergenza sbarchi che ormai non esiste più. Ma che rimane sempre utile per garantirsi il consenso,malgrado alimentando una falsa contrapposizione con Bruxelles, magari in nome del sovranismo, in tempi nei quali persino l’Unione Europea, e alcuni stati in particolare, denunciano l’inadempienza da parte dell’Italia degli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

Per quanto stiano ancora cercando di fermare in tutti i modi le attività di ricerca e salvataggio delle Organizzazioni non governative, attività che spetterebbero agli stati, ma che gli stati non assolvono più, le imbarcazioni e gli operatori umanitari, anche a rischio di subire altri sequestri e altri arresti, continueranno la loro attività di monitoraggio e di denuncia nelle acque del Mediterraneo centrale e a terra, ovunque sia possibile contrastare l’abbandono in mare e la comunicazione tossica che lo sostiene. La vita delle persone vale più della propaganda elettorale di qualche ministro dell’interno. Salvare vite umane è un obbligo, non una scelta.

 

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif (con il titolo originale completo Naufraghi in transito a Malta, ma ancora intimidazioni contro le ONG)
*Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. È componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo

https://comune-info.net/2018/09/naufraghi/

Uomini in gabbia, gli zoo umani nell’Europa bianca

 

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Il fenomeno degli zoo umani nasce in piena epoca coloniale,essi non furono solo il primo vero e proprio contatto di “massa” tra i mondi “esotici” e ampie frange della popolazione europea e americana, ma furono anche l’ anello di congiunzione tra il razzismo scientifico e quello popolare ossia degli strumenti di volgarizzazione dell’idea della gerarchia razziale, e di diffusione della concezione provvidenziale e civilizzatrice dell’impresa coloniale. Essi costituirono una tappa decisiva dell’incontro dell’europeo con il “selvaggio”, incontro nel quale il “selvaggio” viene prodotto ad immagine e somiglianza dei desideri di legittimità dell’imperialismo colonialista occidentale.

La vicenda degli zoo umani è tutta interna alla storia della colonizzazione, le date delle esposizioni seguono quelle delle conquiste, i caratteri più truci sono imposti spettacolarmente alle popolazioni più fiere e soggetti di più attiva resistenza all’invasione europea. Gli zoo umani,le “esposizioni etnografiche”, esisteranno per più di 50 anni, fino al secondo conflitto mondiale, che sancirà l’inizio della fine del sistema coloniale così come sino ad allora è stato conosciuto, e non sopravvivranno alla svolta epocale della decolonizzazione.

Se, grazie all’impegno e la serietà di storici come Del Boca, Claudio Pavone o Rochat siamo venuti a conoscenza di come il colonialismo sia stato uno dei periodi più aberranti della nostra storia,poco ancora si sa su questo argomento. Questo è dovuto,principalmente, alla forte opera di rimozione storica operata su quello che fu uno tra i frutti più amari del colonialismo.

D.S
LA TRISTE STORIA DI SARTJIE BATMANN

Alla fine del settecento si diffuse la falsa notizia dell’esistenza di gruppi africani dotati di un organismo strano, che li rendeva diversi e non assimilabili agli altri gruppi umani. Si trattava degli ottentotti,considerati dagli europei “la razza più vicina alle simmie”, la donna ottentotta fu considerata dagli europei anatomicamente anomala perché dotata di una massa adiposa che dava alle natiche una forma eccessiva. Gli antropologi dell’ epoca credettero addirittura di aver trovato una “razza estranea allo stesso genere umano”, e studiarono gli ottentotti per suffragare le loro tante ipotesi razzistiche e discriminatorie, nei loro “studi” collegarono i particolari anatomici della donna ottentotta direttamente alla sessualità, che nel suo caso fu considerata, com’era negli stereotipi della donna africana, “viscerale e indomita”. L’Ottentotto divenne nell’immaginario europeo il selvaggio allo stato puro, assai vicino alla brutalità dell’animale. Per tutto il Settecento e fino ai primi decenni dell’Ottocento questo popolo suscitò un attenzione morbosa non solo da parte degli antropologi europei ma anche della gente comune,l’ ottentotto divenne nell’immaginario europeo il selvaggio allo stato puro, assai vicino alla brutalità dell’animale.

Saartjie Baartman nacque nel 1789 da una famiglia di etnia khoikhoi, nelle vicinanze del fiume Gamtoos nell’odierno Sudafrica, rimase orfana hhhhquando la sua famiglia venne uccisa da un attacco compiuto dai boeri contro il suo villaggio,ritrovata viva venne “assegnata” come schiava presso una famiglia di boeri di Città del Capo. Quando Saartjie iniziò a crescere Hendrick Cezar, fratello del suo “proprietario”, ebbe l’idea di portarla in Inghilterra e utilizzarla come fenomeno da baraccone. I due portarono la donna a Londra e la donna, che soffriva di un’anomalia genetica oggi chiamata steatopigia, una malattia molto comune tra le tribù africane come i boscimani e gli ottentotti, ribattezzata la “venere ottentotta” o la “venere nera”.

Per quattro lunghi anni si ritrovò sui palchi di numerosi teatri nel Regno Unito e in Francia in spettacoli tanto semplici quanto umilianti. Obbligata a mostrarsi agli sguardi morbosi del pubblico bianco e occidentale,oltre a essere «affittata» per «scopi scientifici». La schiavitù era stata abolita da pochi anni,e le voci degli abolizionisti non tardarono a farsi sentire,si formò un movimento di protesta volto a boicottare simili “attrazioni”. I “padroni” di Saartjie decisero allora di trasferire lo “spettacolo” a Parigi, Saartjie fu “venduta” a un domatore di animali francese che la obbligava a esibirsi legata a una catena mentre camminava a quattro zampe. Anche quel tipo di spettacolo non durò molto, così il nuovo padrone di Saartjie decise di far prostituire la donna pur di ricavarne ulteriore denaro.

Saartjie Baartman morirà di sifilide nel 1815, sul suo corpo fu eseguita un’autopsia condotta e pubblicata dall’anatomista francese Henri Marie Ducrotay de Blainville nel 1816, e ripubblicata dal naturalista Georges Cuvier nelle Memorie del Museo di Storia Naturale, nel 1817. Il suo scheletro, i suoi genitali e il suo cervello furono messi in mostra al Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974, quando furono rimossi e conservati in un luogo privato; una copia fu ancora visibile per i due anni successivi.

jj(L’ultimo luogo di sepoltura di Saartjie
Baartman. Una collina sovrastante la città di
Hankey nella valle del fiume Gamtoos)

Nel 2002, grazie all’impegno di Nelson Mandela,e dopo lunghe trattative tra il governo francese e quello sudafricano, i resti di Saartjie Baartman furono consegnati al sudafrica e sepolti (con funerali di stato) nella sua terra di origine. Nella triste storia di Saartjie Baartman e nei tanti zoo umani che proliferanno in seguito diventa palese quel ragionamento che era alla base del colonialismo dell’ epoca: la presunta “inferiorità” dei popoli colonizzati “provata” dai “tratti animaleschi” “scimmieschi” del loro corpo, in questo caso (e non solo in questo) esibito in appositi spettacoli, nei quali si palesa morbosità riguardo al corpo femminile provata anche dalle numerose cartoline dell’epoca che inizieranno a circolare in Europa, con disegni e foto raffiguranti le “veneri ottentotte”, come venivano definite.

L’etnocentrismo europeo, portato all’estremo nel periodo coloniale, mostrava agli europei l’indigeno coloniale così come doveva essere percepito: dentro una gabbia, diverso e privo di caratteristiche veramente umane. In tal modo, giustificare ogni nefandezza del colonialismo sarebbe risultato più semplice. I neri venivano descritti come animaleschi, dagli istinti primordiali e voraci. La donna africana veniva fortemente erotizzata da un abile propaganda,la promessa e l’aspettativa degli incontri erotici,fino alla legittimazione dello “stupro coloniale” si erano rivelati uno strumento efficace per reclutare le truppe. Le relazioni sessuali in colonia permettevano di mettere da parte qualsiasi remora morale perché, in quanto essere inferiore, la donna nera poteva fare ciò che alla bianca era proibito nella madrepatria.
GLI ZOO UMANIkjkhgjhgvhj

Intorno al 1874,in Germania, Karl Hagenbeck, un mercante di animali selvatici (lo zoo di Amburgo,la sua città, porta ancora il suo nome) ebbe l’idea di “esporre” nel suo giardino zoologico persone provenienti dalle colonie più remote. Hagenbeck decise di mostrare i samoani come delle popolazioni primitive. Visto il successo decise di catturare – purtroppo questo termine si deve utilizzare con riferimento alle incredibili nefandezze del periodo storico – dei nubiani, per effettuare nuove e visitate mostre. L’idea si rivelò un lucroso affare,negli anni successivi,tanto
che dopo l’enorme successo di pubblico decise di trasformare le mostre da stabili ad itineranti, per la gioia delle popolazioni di Parigi, Londra e Berlino.

(Carl Hagenbeck 1844 1913
Un poster per una mostra dei
popoli” (Völkerschau) a
Stoccarda (Germania), 1928)

In breve tempo gli zoo umani, ribattezzati “esposizioni etnografiche” avranno un successo tale da attraversare i confini dell’europa e approdare negli Stati Uniti. La logica insita negli zoo umani era la medesima dello spettacolo che mostrava l’insolito: il nano, la donna barbuta o il gigante alla quale si aggiungevano le caratteristiche di uno spettacolo di bestie selvatiche, in cui gli uomini,deportati dalle loro terre di origine, venivano mostrati chiusi nelle gabbie o nei recinti per dare l’impressione che si avesse a che fare con animali pericolosi e non con esseri umani.

Il primo contatto da parte degli abitanti delle città europee con il nero africano avvenne quindi dietro le sbarre di una gabbia, a significare la natura più animale che umana dei soggetti che si offrivano all’osservazione. Per l’europeo, il bianco, l’occidentale era pienamente accettabile e legittimo quel rapporto di estrema distanza ontologica. Il nero africano veniva considerato alla stessa stregua di un selvaggio, e poteva essere percepito come un mostro quando nello “spettacolo” veniva descritto come cannibale o come avente forze fisiche abnormi. Nell’osservare i soggetti rinchiusi nelle “esposizioni etnografiche”, lo sguardo popolare coglieva in maniera immediata un rapporto di netta superiorità fra la sua razza e quella dell’uomo nella gabbia e, quindi, gli spettatori non si rammaricavano che l’altro fosse rinchiuso o legato. La percezione dell’altro coincideva con i fatti stessi: “se sta in gabbia deve essere certamente un selvaggio”, e si ecludeva la possibilità che le cose potessero essere
diverse.
GLI ZOO UMANI: DA ATTRAZIONE A STRUMENTO DI PROPAGANDA

Nel 1877 Geoffroy de Saint-Hilaire, il direttore del Jardin zoologique d’acclimatation di Parigi, che decise di risollevarsi da una delicata situazione finanziaria organizzando nel 1877 due “spettacoli etnologici” con nubiani ed esquimesi come protagonisti,l numero dei visitatori raddoppiò e il Giardino registrò un milione di entrate a pagamento,tra il 1877 e il 1912 il Jardin zoologique d’acclimatation ospitò 30 esposizioni etnografiche,i parigini accorrevano in massa per scoprire ciò che la stampa del tempo chiamava: “branco di animali

fdr(Ota Benga, un uomo in esposizione nel esotici accompagnati da individui non meno singolari”.1906 a Parigi, nel Jardin d’acclimatation)

In quel periodo,in Francia,aveva inizio la grande espansione coloniale della III repubblica che culminerà,nel 1910,con i tracciati definitivi delle frontiere dell’impero d’Oltremare, la propaganda a favore del colonialismo aveva favorito la diffusione di un discorso sulle cosiddette “razze inferiori” sul quale si incontravano diverse teorie (pseudo) scientifiche. Tutti i grandi mezzi di comunicazione dai giornali illustrati più popolari come Le Petit Parisien o Le Petit Journal e le principali pubblicazioni a carattere «scientifico» , come La Nature o La Science amusante, oppure riviste di viaggi ed esplorazioni, come Le Tour du Monde o il Journal des Voyages ,presentano le popolazioni esotiche (e in particolar modo quelle assoggettate) come vestigia dei primi stadi dell’umanità.

Il darwinismo sociale, divulgato e reinterpretato da Gustave Le Bon o Vacher de Lapouge alla fine del secolo, si traduce visivamente in queste esposizioni a carattere etnologico con la distinzione tra «razze primitive» e «razze civilizzate». Questi pensatori della disuguaglianza scoprono, attraverso gli zoo umani, un favoloso serbatoio di esemplari fino ad allora impensabili nella madrepatria. L’antropologia fisica, come l’antropometria nascente, che costituisce allora una grammatica dei «caratteri somatici» dei gruppi razziali (sistematizzata dal 1867 dalla Societé d’anthropologie con la creazione di un laboratorio di craniometria) e poi lo sviluppo della frenologia, legittimano lo sviluppo di queste esposizioni.

Gli zoo umani entusiasmavano anche le società di Antropologia, che studiarono da vicino gli indigeni degli zoo e ne certificavano l”autenticità’,gli studiosi, dopo le loro misurazioni e osservazioni, pubblicavano articoli su importanti riviste di Etnografia e Antropologia, gli scienziati vengono incitati a sostenere attivamente tali programmi per tre motivi pragmatici: disponibilità pratica di «materiale» umano eccezionale (per varietà, numero e rinnovo costante degli esemplari…); interesse del grande pubblico per le loro ricerche e quindi possibilità di promuovere i loro lavori sulla stampa popolare; infine la presenza fisica di questi «selvaggi», prova lampante della fondatezza degli enunciati razzisti.

Le civiltà extraeuropee, in questa percezione lineare dell’evoluzione socioculturale e nella messa in scena della vicinanza con il mondo animale, sono evidentemente considerate ritardate, ma civilizzabili, quindi colonizzabili. Così il cerchio si chiude. La coerenza di questi spettacoli diventa una prova scientifica, e al tempo stesso una dimostrazione perfetta delle teorie nascenti sulla gerarchia delle razze e un’illustrazione perfetta in situ della “missione civilizzatrice” allora in corso oltremare. Tra il 1890 e la prima guerra mondiale, tutto contribuisce a imporre un’immagine particolarmente sanguinaria del selvaggio,questi spettacoli ,inutile dirlo, senza alcuna preoccupazione per la verità etnologica, riproducono, sviluppano, aggiornano e legittimano gli stereotipi razzisti più morbosi che formano l’immaginario dell’«altro» al momento della conquista coloniale.

E’ importante rilevare che la “fornitura degli indigeni” per gli zoo umani seguiva da vicino le conquiste d’oltremare e avveniva grazie con l’accordo e il sostegno delle amministrazione coloniale, e contribuiva a sostenere esplicitamente l’impresa coloniale in Francia. Così nei mesi che seguirono la conquista francese di Timbuktu ,nel 1894 ,vennero portati a Parigi,per essere esibiti in vari luoghi della città dei tuareg fatti prigionieri,dei malgasci apparvero un anno dopo l’occupazione del Madagascar e il successo delle celebri amazzoni del regno di Abomey seguì la sconfitta molto mediatizzata di Behanzin a opera dell’esercito francese nel Dahomey. E In simili spettacoli appara volontà di degradare, umiliare, considerare l’altro come un animale ma anche di glorificare la Francia d’Oltremare mediante un nazionalismo al suo apogeo dalla sconfitta del 1870, il tutto è coadiuvato dalla stampa che mostra, di fronte ai colonizzatori, «indigeni» scatenati, crudeli, accecati dal feticismo e assetati di sangue.

Le diverse popolazioni esotiche vengono tutte presentate tendenzialmente in questa luce poco lusinghiera: si uniformano mediante caricature tutte le «razze» presentate, rendendole quasi indistinte. I «selvaggi» portati in Occidente sono senza dubbio attraenti, ma suscitano un certo timore. Le loro azioni e i loro movimenti devono essere strettamente controllati. Vengono presentati come assolutamente diversi e la messa in scena europea li obbliga a comportarsi in questo modo, poiché, fin tanto che vengono esposti, si proibisce loro qualsiasi segno di assimilazione o di occidentalizzazione. Nella maggior parte delle manifestazioni è quindi impensabile che si mescolino tra i visitatori. Truccati secondo gli stereotipi in vigore, il loro abbigliamento deve risultare il più singolare possibile. Gli indigeni esposti debbono inoltre restare all’interno di uno spazio espositivo precisamente circoscritto (a rischio di multa trattenuta sul loro magro stipendio). Si traccia così la frontiera intangibile tra il loro mondo e quello dei cittadini che li vanno a vedere, a ispezionare. Una frontiera che delimita scrupolosamente i selvaggi dai civili, la natura dalla cultura. Ciò che più colpisce in questa animalizzazione brutale dell’altro è la reazione del pubblico. Nel corso di quegli anni di quotidiane esibizioni pochissimi sono i giornalisti, politici o scienziati che s’indignano per le condizioni igieniche e di sistemazione – spesso catastrofiche – degli «indigeni»; per non parlare poi dei numerosi decessi tra popolazioni poco abituate al clima francese, come accadde agli indiani Kaliña (Galibi) nel 1892 a Parigi.

Chiaramente, se il primo intento propagandistico degli zoo umani,come ampiamente rilevato,era appunto volto a trovare,a presentare, solide giustificazioni alle imprese coloniali,a partire dal 1890 fino al 1931, essi si trasformano in spettacoli itineranti. Non verranno più chiamati “esposizioni etnografiche” ma: villaggi «negri», poi «neri» o «senegalesi» – prova di un’evoluzione semantica assai interessante all’indomani della Grande Guerra. La “conquista” coloniale era ormai avvenuta,nel 1883 con la conferenza di Berlino le principali “potenze” dell’epoca si erano spartite l’ Africa arrivava il momento di mostrare ai cittadini delle grandi città europpe i “risultati” dell’amministrazione delle colonie,emerge
nelle messinscene dei “villaggi negri” portati in giro per l’ Europa la visione del “buon selvaggio” ridiventato dolce, docile, a immagine di un Impero che si vuol far credere definitivamente pacificato sotto l’influsso «benefico» della Francia dei Lumi, della Repubblica colonizzatrice, gli «indigeni» si trovano al livello più basso della scala delle civiltà, mentre la tematica puramente razziale tende a svanire. I villaggi negri sostituiscono gli zoo umani. L’indigeno resta certo inferiore, ma è reso «docile», asservito e si scoprono in lui potenzialità di evoluzione che giustificano l’impresa imperiale. Questa nuova percezione dell’altro-indigeno si esprimerà soprattutto nell’Esposizione coloniale internazionale di Vincennes del 1931 che, estesa su centinaia di ettari, rappresenta la mutazione più perfetta dello zoo umano sotto l’apparenza di missione civilizzatrice, di buona coscienza coloniale e di apostolato repubblicano.

IN ITALIA

Anche in italia gi zoo umani ebbero un notevole successo,la presenza di missionari in Africa era significativa già dalla prima metà dell’ottocento e,difatti,furono gli stessi missionari cattolici a farsi promotori di queste dubbie iniziative propagandistiche, portando in Italia gruppi di indigeni che mostrarono al pubblico in diverse occasioni, a sostegno delle “importanti prospettive di evangelizzazione” “offerte” dal continente africano. Ricordiamo, ad esempio, l’”esposizione degli Assabesi” a Torino nel 1884, quando un gruppo di 6 cittadini africani provenienti dalla baia di Assab vennero “esibiti” al Parco del Valentino,nell’ambito dell’ Esposizione Generale Italiana. Tale novità riscosse un successo immediato, l’esposizione virò rapidamente dagli obiettivi commerciali iniziali fino ad assumere le caratteristiche di una fiera delle colonie, con l’avallo delle società coloniali di tutta Europa,anche in questo caso entra in campo il concetto di missione civilizatrice del colonialismo rappresentata dall’esposizione al pubblico dei sei poveri assabesi, come una lampante dimostrazione della possibilità di innalzamento sulla scala della civiltà: quei “selvaggi”, a contatto con la società occidentale, si erano prontamente “domesticati”, con un processo di cui l’Esposizione era stata l’improvvisato laboratorio.

Nel caso italiano non vi sarà un luogo stabile (come in Germania,con lo zoo di Amburgo oppure in Francia, con il Jardin zoologique d’acclimatation) ma si avrà un proliferare di “villaggi eritrei” e “villaggi somali” per tutta la penisola fino al 1940. Il regime fascista alimentò ancora di più il gusto verso l’esotico come elemento curioso da osservare e da valutare dall’alto della “superiore cultura” occidentale, uno degli esempi più significativi,a tal proposito, è costituito dalla Prima mostra triennale delle terre italiane d’oltremare ,organnizata a Napoli nel 1940,in cui tutti gli elementi importanti della propaganda fascista erano presenti: il richiamo alla romanità e, per antitesi, la forza innovatrice di cui si sentiva investito il regime; il nazionalismo della razza; il riferimento alle colonie come estensione del territorio nazionale; il continuo richiamo al valore e al lavoro degli italiani. In essa una delle cifre interpretative fondamentali era costituita dal nesso civiltà/barbarie: laddove il regime incarnava il nuovo, i nativi esibiti servivano, da un lato, a mostrare la loro arretratezza, dall’altro a evidenziare l’opera migliorativa prodotta su essi e sulle loro civiltà dalla moderna tecnologia fascista. I loro compatrioti presenti nei villaggi ricostruiti mostrano, come si può rilevare esaminando le fonti iconografiche, sempre la stessa immagine stereotipata.

E proprio a Napoli,con il secondo grande conflitto bellico alle porte, si conclude l’ “esperienza” degli zoo umani, una delle pagine più vergognose del colonialismo. Nonostante la scarsa disponibilità di fonti dovuta forte opera di rimozione storica operata nel corso degli anni successivi alla decolonizzazione o studio degli zoo umani costituisce a tutt’oggi un fenomeno culturale di grande rilevanza nella conoscenza delle radici del nostro rapporto con l’altro, con lo straniero, nella dinamica razzista del periodo coloniale e nelle successive rimozioni o modificazioni.

Sebbene oggi gi zoo umani siano improponibili ancora nel 2002 in Belgio fu allestita l’esposizione di un gruppo di pigmei in un parco che ricreava l’ambiente della foresta pluviale, habitat dei pigmei di etnia Baka. I pigmei furono incoraggiati ad una vera e propria esibizione etnica di canti e balli. L’iniziativa dell’esibizione era partita dall’associazione Oasis Nature e da autorità cittadine di Yvoir con la motiv azione di raccogliere fondi per migliorare la condizione dei pigmei e per poter costruire nel Camerun 17 punti di raccolta dell’acqua, 4 infermerie e 4 scuole. Furono sollevate molte polemiche e proteste da associazioni per i diritti umani come l’Mnm (Mouvement des noveaux migrants). Si rispose alla polemiche e alle accuse di razzismo sostenendo che l’iniziativa era di natura umanitaria, ma non si è spiegato perché non si fosse organizzato qualcos’altro, ad esempio un convegno o una conferenza (a cui si sarebbe data anche la parola ai diretti interessati), piuttosto che uno spettacolo circense tristemente simile a quelli degli zoo umani.

Oggi i concetti che ne erano alla base si ripropongono attraverso il “turismo etnico”,come nel caso dei viaggi organizzati da molti tour operators per “conoscere e osservare” le “donne giraffa” (le donne della tribù karen) in Thailandia, oppure andare “alla scoperta” del popolo dogon (Mali), giusto per citare due esempi. Possiamo,quindi,vedere anche oggi come le pratiche razziste non appartengono al passato. Non si è ancora compreso che non esiste nessun diritto delle razze superiori anche se per diversi secoli le autorità europee se ne sono valse ( e ancora se ne valgono) per depredare, uccidere e sottomettere. Per molto tempo il rapporto con “l’altro” è stato improntato al rifiuto, condannandolo alla miseria e al disprezzo. Miseria e disprezzo che ancora oggi discendenti delle vittime coloniali: gli immigrati vengono indirizzati ai discendenti delle vittime coloniali: gli immigrati.

 

BiBLIOGRAFIA

Pascal Blanchard, Nicolas Bancel, Gilles Boetsch, Zoo umani. Dalla Venere Ottentotta ai reality show, Obre Corte,

MAriono Nicoletti, Lo zoo umano delle donne giraffa, Exòrma edizioni.

Viviano Dominici, Uomini nelle gabbie: dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica, Il Saggiatore

fonte:http://www.infoaut.org/index.php/blog/culture/item/18158-uomini-in-gabbia-gli-zoo-umani-nelleuropa-bianca

Amnesty International sollecita le autorità italiane a porre fine agli sgomberi forzati dei rom

CS023: 11/03/2010

“Sogniamo tutte le notti che i nostri figli avranno una casa dove vivere, così non li chiameranno ‘zingari'”
Elpida, una rom macedone, madre di quattro figli, arrivata in Italia nel 1991 insieme al marito. Entrambi hanno il permesso di soggiorno.

Amnesty International ha chiesto alle autorità italiane di riesaminare un controverso piano abitativo che ha causato lo sgombero forzato di centinaia di rom e che spiana la strada allo sgombero di altre migliaia di persone nei prossimi mesi.

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3175

Anche le insegnanti si sono mobilitate per impedire che venissero vanificati anni di sforzi di tante persone che si sono prodigate per istruire e integrare i bambini rom. fatica sprecata e buttata al vento da inique forme di pseudo sicurezza civile. finchè esisteranno dei lagher dove rinchiudere o chiudere persone sgradite, svantaggiate, reiette e allargo il discorso alle nostre “164”, si creeranno niente altro che luoghi ghetto dove la miseria e il degrado la fanno da padrone questo per volere di una società che si reputa civile.

Ma la civiltà di un popolo  si vede da come tratta le minoranze o gli stranieri che abitano il suo territorio, a quanto pare da italiani brava gente nel corso degli ultimi anni siamo diventati “altra cosa” e non mi piace affatto sentirmi definire razzista perchè italiano,  purtroppo i fatti parlano chiaro. ma non mi unirò mai al coro di razzisti che fanno di tutta un’erba un fascio e non sanno distinguere le vittime dai carnefici, identificare il delinquente, il male , con persone diverse da noi per etnia è pura follia generata da una paura probilmente indotta da chi ne trae guadagno.

Italia: film e petizione sui centri di detenzione migranti in Libia

Mappa dei centri di detenzione dei migranti in Libia Mappa dei centri di detenzione dei migranti in Libia

Come un uomo sulla terra“, il film-documentario di Andrea Segre e Dagmawi Yimer sta riportando all’attenzione la terribile realtà dei centri per la detenzione dei migranti in Libia e le responsabilità italiane. “Un ‘documentario invisibile’ troppo scomodo, troppo vero forse perché case editrici, televisioni o edizioni cinematografiche lo distribuiscano con più capillarità”. Ma che associazioni, scuole, università ed enti locali in tutta Italia stanno proiettando attraverso un veloce passaparola” – riporta Benedetta Pagotto sul sito di Nigrizia.
Da qui a Natale in oltre 30 proiezioni, il documentario diffonde le testimonianze dei migranti africani raccolte in Libia in quello che è stato un viaggio del regista Dagmawi Yimer, lui stesso sfuggito anni fa alla trappola libica, che ha deciso di raccogliere le voci e le denunce dei suoi connazionali etiopici e non solo.

Il progetto che va oltre il documentario e coinvolge l’Archivio delle Memorie migranti dell’associazione Asinitas Onlus e l’esperienza di video partecipativo di ZaLab. A queste realtà si sono aggiunti Amnesty International Italia, Fortress Europe e Nigrizia, che stanno sostenendo l’iniziativa attraverso una raccolta di firme per una petizione europea. La petizione è indirizzata a Parlamento italiano, Parlamento e Commissione europea e Unhcr e chiede di “promuovere una commissione di inchiesta internazionale e indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano”. La petizione chiede inoltre che l’inchiesta “sia anche finalizzata a chiarire le responsabilità italiane dirette o indirette, al fine di bloccare eventuali rinnovi degli accordi bilaterali, riconducendo la collaborazione con la Libia ad un quadro europeo ed internazionale“.

“La Libia è il partner principale dell’Europa per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione clandestina” – scrive sempre Benedetta Pagotto. Il territorio libico è divenuto un passaggio obbligato per la gran parte dei migranti provenienti dal resto dell’Africa. Ma la collaborazione per limitare l’afflusso dei clandestini non prevede controlli specifici né particolari garanzie sul trattamento riservato agli immigrati intercettati in Libia. Sia l’Europa che l’Italia accettano le “garanzie” offerte dal colonnello Gheddafi senza porre particolari condizioni. La collaborazione con l’Italia consiste nel pattugliamento marittimo e nel sostegno a “disumani centri di detenzione”, tre dei quali finanziati dall’Italia e “deportazione indiscriminata verso i paesi di origine dei migranti”.

Intanto il Rapporto di ottobre di ‘Fortress Europe’ sulle vittime alle frontiere segnala almeno 108 vittime. Il rapporto di questo mese è dedicato alla “Tunisia, la dittatura a sud di Lampedusa“. “Sindacalisti arrestati e torturati. Manifestanti uccisi dalla polizia. Giornalisti in carcere. E una potente macchina di censura per evitare il dilagare della protesta. Non è una lezione di storia sul fascismo, ma la cronaca degli ultimi dieci mesi in Tunisia. Una cronaca che non lascia dubbi sulla natura del regime di Zine El Abidine Ben Ali – alla guida del paese dal 1987 – e che svela il lato nascosto di un paese visitato ogni anno da milioni di turisti e ogni anno abbandonato da migliaia di emigranti” – scrive Gabriele Del Grande, autore del rapporto. [GB]

http://www.unimondo.org

E se fossero i migranti a dire: “noi la crisi non la paghiamo”?

Meltingpot intervista Sandro Mezzadra, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, autore di innumerevoli saggi, tra i quali “Diritto di Fuga” e promotore della rete UniNomade

Lo scenario di crisi globale che stiamo attraversando non manca e non mancherà in futuro di avere pesanti ripercussioni anche per quanto riguarda la vita dei migranti e più in generale sui fenomeni migratori.

Per cercare di approfondire le striature di questo scenario inedito abbiamo intervistato Sandro Mezzadra, esperto in studi post-coloniali, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e promotore della rete UniNomade.

D: Si discute di crisi economica ed a catena emergono nuovi ed inediti scenari anche per quanto riguarda l’immigrazione. Intanto, possiamo dire che quello della crisi è uno scenario di grande riscrittura delle regole, non solo quelle della finanza? E che proprio questo è anche uno scenario estremamente aperto e potenzialmente molto ricco?

R: E’ senz’altro così. Il fatto che la crisi abbia una profondità e un’intensità tali da investire il sistema economico nel suo insieme è ormai ampiamente riconosciuto. Chi si era illuso che la crisi potesse essere circoscritta ai mercati finanziari ha dovuto ricredersi.
Come abbiamo sostenuto fin dall’inizio del resto, la stessa distinzione tra finanza ed “economia reale” è ormai insostenibile, considerato che i processi di finanziarizzazione sono assolutamente pervasivi nel capitalismo contemporaneo, ridisegnano completamente i rapporti tra profitti, rendita e salari, esercitano il comando sull’economia nel suo complesso. Il che significa lo esercitano sulla vita delle donne e degli uomini che abitano il pianeta.
Che si sia di fronte a uno scenario dominato da un’esigenza di “riscrittura delle regole” è evidente. E queste regole non riguarderanno soltanto la finanza: il vertice G20 di Washington dello scorso fine settimana lo ha in qualche modo chiarito, nonostante il suo sostanziale fallimento. Non è stata una nuova Bretton Woods, certo. Nei fatti però, come molti hanno notato, ha sancito la fine del ruolo del G7-G8 che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni: una trasformazione gigantesca, imposta dalla crisi e consumatasi nel giro di pochi giorni.
Le “nuove regole” che verranno scritte nei prossimi mesi, evidentemente, non riguarderanno soltanto i mercati finanziari e non potranno che avere un impatto anche sui regimi di controllo delle migrazioni. E’ difficile fare ipotesi precise, soprattutto nel breve spazio di un’intervista, sulla natura di questo impatto. Ma è certo che la fase che si apre, oltre a presentare grandi rischi, è come tu dici una fase aperta e ricca di opportunità. Sarà senz’altro una fase duramente (e noi auspichiamo positivamente) conflittuale: molto dipenderà, per quel che riguarda gli esiti, dallo sviluppo, dalla direzione e dalla maturità di questi conflitti.

D: Nell’ambito della discussione sul’approvazione del Ddl n.733, l’ultimo tassello del pacchetto sicurezza, la lega Nord ha proposto, lo stop degli ingressi autorizzati (i flussi) per i prossimi due anni. Noi sappiamo che ciò significa lo stop della regolarizzazione di chi già è qui, ed in ogni caso che mai le migrazioni hanno avuto una speculare corrispondenza alle domande del mercato del lavoro.
Non sarà lo stop al decreto flussi a determinare lo stop della libera circolazione. Ma in che modo seondo te questo scenario di crisi globale interverrà sui grandi processi migratori che abbiamo sempre definito inarrestabili?

R: Intendiamoci: la crisi tende sempre ad avere un impatto violentemente negativo sui migranti. Dopo la crisi del ’29, parallelamente all’avvio del New Deal, circa mezzo milione di messicani furono deportati dagli Stati uniti, insieme a molti dei loro figli nati in territorio statunitense. La crisi dei primi anni Settanta fu affrontata dal governo tedesco-federale, presto seguito da altri governi europei, con il cosiddetto Anwerbestopp: il blocco del reclutamento di forza lavoro migrante e la predisposizione di programmi per il rimpatrio di quei lavoratori stranieri che, dopo aver svolto un ruolo essenziale negli anni della grande crescita post-bellica, risultavano improvvisamente “in esubero”.
Segnali analoghi sono presenti in abbondanza oggi, anche al di là dell’Italia. Il governo Zapatero ha tentato di rimpatriare migliaia di migranti nel momento in cui i primi segnali della crisi si sono manifestati nell’edilizia, che aveva assorbito una quota enorme di lavoro migrante negli ultimi anni. E anche qui in Australia, dove mi trovo attualmente, il governo laburista ha annunciato l’intenzione di ridimensionare drasticamente quello che qui, pur funzionando sulla base di una logica completamente diversa, è l’equivalente del decreto flussi.
D’altro canto i flussi migratori non si arresteranno (così come non si sono arrestati neppure nei due esempi storico che ho richiamato in precedenza). E inoltre il funzionamento del sistema economico è oggi molto diverso rispetto a quello degli Stati Uniti del New Deal o del fordismo europeo-occidentale del secondo dopo-guerra: è ragionevole pensare che, sia pure in condizioni di accentuata precarizzazione, continui a esserci una domanda significativa di lavoro migrante all’interno di diversi settori economici.

D: In questo processo di riscrittura normativa, compare anche questo nuovo pezzo del pacchetto sicurezza, per la verità già annunciato in campagna elettorale, ci sono moltissime norme che vanno a restringere il campo dei diritti dei migranti. Soprattutto per quelli che già sono qui. Pesanti restrizioni per i ricongiungimenti, tasse di 200 euro per tutte le pratiche, permesso di soggiorno per contrarre il matrimonio, nuovi criteri per l’iscrizione anagrafica (anche per gli italiani), trattenimento nei cpt per 18 mesi, permesso di soggiorno a punti ed anche il tanto acclamato reato di ingresso e soggiorno illegale (punibile però solo con una multa). Come possiamo leggere queste nuove norme dentro lo scenario della crisi?

R: Sinceramente, temo che la risposta a questa domanda sia molto semplice. L’insieme di queste misure, partendo dal riconoscimento del fatto che, al di là di ogni retorica, la presenza migrante è ormai una presenza strutturale dal punto di vista sociale, economico, demografico, culturale etc, punta a rendere ancora più marcata la condizione di violenta subordinazione dei migranti all’interno dello spazio della cittadinanza e del mercato del lavoro.
Quella che sembra la misura più bizzarra, il cosiddetto “permesso di soggiorno a punti” esprime nel modo più preciso la filosofia d’insieme del provvedimento: stabilisce il principio per cui il migrante è un soggetto sotto speciale osservazione, la cui stessa possibilità di rimanere sul suolo italiano dipende da un insieme di condizioni (di comportamenti, di “abilità”, di prestazioni economico-sociali) da confermare quotidianamente. E rafforza simbolicamente e materialmente la condizione di subordinazione di cui parlavo.
Attenzione: stiamo parlando di misure che si inseriscono in un percorso di lungo periodo, in una continuità che i governi di centro-sinistra si sono ben guardati dall’interrompere. Ma determinano anche un salto di qualità nell’irrigidimento del quadro normativo, a cui corrisponde un innalzamento del grado di ricattabilità della forza lavoro migrante: come tutto questo si inserisca nel contesto della crisi è facile capirlo…

D: Infine l’ultima questione, che per la verità diventerà probabilmente la più pregnante. Se sempre l’immigrazione è stata considerata “utile”, oggi la crisi e la conseguente chiusura di aziende, fabbriche, cooperative, industrie, pone un problema nuovo: migliaia di persone verranno licenziate e per gli immigrati ci sarà anche la perdita del titolo di soggiorno.
Quel nesso che innumerevoli volte abbiamo denunciato, tra diritto di soggiorno e contratto di lavoro, che sempre è stato utile al ricatto, oggi pone problemi nuovi. Che ne sarà di questi lavoratori, in larga parte già formati e professionalizzati, che dovranno essere espulsi per poi riassumerne altri quando ci saranno fasi di ripresa?
Lo stesso sindacato confederale pone questo nodo, altri parlano di prolungamento del permesso per attesa occupazione e di nuovi ammortizzatori sociali, anche gli industriali paiono porsi questo problema. Forse quella della sospensione della Bossi Fini può diventare il terreno sul quale anche i movimenti, i migranti stessi, possono riuscire a costruire la loro presa di parola dentro la crisi, un pò come il no alla riforma è stato per il mondo della formazione?

R: Onestamente, mi pare che la proposta di sospensione per due anni della legge Bossi-Fini, formulata da Epifani, sia semplicemente dettata dal buon senso. E certo, un movimento di massa di migranti che si appropriasse di questa richiesta potrebbe utilizzarla per cominciare a dire “Noi la crisi non la paghiamo”! Il nesso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro mostra comunque, proprio dentro la crisi, la sua natura di dispositivo che punta a disciplinare violentemente la mobilità dei migranti, introducendo al tempo stesso una spaccatura e una divisione all’interno della composizione del lavoro. La lotta contro questo nesso, che può anche assumere in prima battuta la forma di una battaglia per la sospensione della legge Bossi-Fini, acquista oggi una nuova urgenza: spezzarlo, assicurare il diritto di permanenza in Italia per quei lavoratori e quelle lavoratrici migranti che perderanno il lavoro nei prossimi mesi, è la condizione fondamentale perché i migranti possano essere parte dei grandi movimenti che già oggi, dentro e contro la crisi, si battono per la conquista di reddito, di nuova libertà e di nuova uguaglianza. Perché la “riscrittura delle regole” di cui si parlava all’inizio divenga un esercizio collettivo, nella cooperazione e nelle lotte, di invenzione di un altro ordine della vita comune.

Intervista a cura di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

http://www.gennarocarotenuto.it


“Medici Senza Frontiere obbligati a lasciare Lampedusa”

Certe cose non le pubblicizzano e non le fanno sapere solo l’ Agi l’ha lanciata, ma è rimbalzata all’estero come ci segnalano svolgendo come sempre un’ottimo lavoro Italiadallestero.info riferendosi ad un articolo apparso sulla versione online del quotidiano francese les Echos: “Medici Senza Frontiere obbligati a lasciare Lampedusa

Sul sito dell’organizzazione non governativa si legge “Lampedusa, MSF costretta a chiudere i progetti per il diniego del Ministero dell’Interno” .

Gli aiuti umanitari sono stati drasticamenre tagliati e si impedisce ad un ong “non allineata” di svolgere il proprio servizio. Un’altra tessera del mosaico nero che rappresenta l’italia è posta.

Apartheid senza razzismo: La guerra contro i bambini

Basta andare una mattina come tante fuori dalle scuole di una qualunque città. Il rumore e il chiasso di sempre, mano nella mano delle proprie mamme o di qualche papà. Sono tanti quelli stranieri. I più numerosi. Eppure cattura ancora l’attenzione e sorprende un po’ vedere piccoli visi scuri, occhi esotici, toni e accenti dell’est. E’ questa la foto dei nostri figli e delle loro scuole. Succede ormai che un bambino italiano conosca, ad esempio, le abitudini e le regole di vita di un compagno di scuola musulmano. Le sue preghiere, il cibo, la descrizione della sua casa e della sua vita familiare.

Succede che torni a casa con un vocabolo di lingua straniera imparato per gioco al mattino in classe. Succede ormai che andare a scuola offra la possibilità di conoscere pezzetti nuovi di mondo, un nuovo modo di pensare il gruppo, dove la differenza anche quando si trasforma in difficoltà ha un valore educativo irrinunciabile. Se solo qualcuno ci insegna a riconoscerlo. Nel mondo civile é così, in quello leghista invece non é previsto.

Non è virtuosismo poetico per dipingere a tutti i costi di colori pastello realtà che davvero portano il peso di difficoltà grandi da gestire, figuriamoci da valorizzare. Soprattutto quando vivono in zone di periferia, lì dove é faticoso il lavoro e il rientro a casa, lì dove non c’è bellezza e tutto, dai palazzi alle strade, è troppo grigio per un bambino. Questa è l’accusa populista dei leghisti. Loro, che la sanno lunga, che hanno scippato sapientemente il voto degli operai per buona grazia dell’incapacità delle sinistre, loro che i problemi sanno affrontarli a colpi di mannaia, concreti e solleciti. Da buoni padani. La Camera ha accolto la mozione della Lega per la nascita delle “classi ponte”, che subito dopo il vicecapogruppo PDL onorevole Bocchino – per tinteggiare meglio d’ipocrisia la proposta del Carroccio – ha chiesto di far denominare “classi d’inserimento”. E cosa possiamo aggiungere se persino Alessandra Mussolini non ci crede, svela la malefatta e parla di provvedimento razzista, chiedendo con urgenza un incontro con la Gelmini ?

E’ davvero molto difficile far crescere più culture insieme. E’ difficile parlare a bambini che non comprendono l’italiano. Esiste un problema di possibile rallentamento del programma didattico. Nessuna teoria sull’integrazione può accampare credibilità e autorevolezza se prescinde dall’analisi attenta dei problemi e dalla sperimentazione delle soluzioni migliori. Nessun paese ha perseguito queste sfide senza incorrere in momenti di grande tensione, che forse non si estinguono mai del tutto.

La storia strana, tutta italiana, è il talento di saper ingoiare tutto d’un fiato l’unico futuro possibile, non solo di non saperlo vedere, ma addirittura di negarselo tornando indietro. Magari fossero i corsi e i ricorsi storici di Vico. Noi siamo i teorici dei ritorni. Quelli tipici di chi ha deciso di suicidarsi. Cosi fa sorridere quel gran parlare di italianità, mentre di italiani ne nascono sempre meno. Una beffa e un destino.

Ma viene da chiedersi come davvero si possa ipotizzare che l’approccio legittimo – e soprattutto efficace – sia quello di separare i bambini. Proprio loro poi. Quelli che prima di tutti sanno andare oltre le differenze pur vedendole chiare. Quelli che possono imparare una lingua in un lampo. Quelli cui si dovrebbe insegnare da piccolissimi i valori dell’accoglienza e della convivenza pacifica nelle diversità. E non c’è da stupirsi che questa elementare regola di convivenza civile, questo valore sacro della democrazia, sia confuso dai leghisti con la retorica delle buone occasioni.

Di fronte alla pioggia di critiche e alle perplessità anche dei più a destra, i sostenitori della guerra dei banchi se la cavano con un atteggiamento di sufficiente disincanto, quasi disturbati dall’insinuazione che sia una proposta razzista. Perché a guardare bene, a scavare con lucidità forse hanno anche ragione. Non è per teoria razziale che i bambini saranno divisi perché, se cosi fosse, perché mettere in una stella classe africani, rumeni, cingalesi? Come se la caveranno in quel caso – negli studi – bambini che non saranno uniti né da una lingua né da una cultura comune? Sembra che non importi granché dal momento che non sono italiani.

A scavare bene. il razzismo, come tanti altri fenomeni sociali, ha solo cambiato le proprie forme, si è solo insinuato come un veleno in altre dinamiche sociali. Come tale, cosi come è nato quasi nessuno è rimasto a sostenerlo, se non qualche revisionista del nazismo. Semplicemente lo stesso concetto di razza è saltato con tutto ciò che ne vive intorno.

Ma questo non significa affatto che non esistano i razzisti. Ora sono xenofobi. Sono quelli che dividono con giudizio di valore i comunitari dagli extra-comunitari. Oggi sono quelli che picchiano un cinese alla fermata dell’autobus. Ecco perché dietro all’ipocrisia di voler risolvere un problema d’integrazione, nell’oscena soluzione proposta se ne svela il vero proposito. Che è discriminare, dividere i figli degli stranieri dai figli degli italiani.

E’ vero, non importa nulla ai leghisti della nazionalità di quei bambini. Sono stranieri e basta. Strano davvero che nessuno nelle file della Lega si sia adoperato a capire che forse per aiutare quei bambini che faticano di più inizialmente nell’apprendimento per ragioni linguistiche – o di semplice adattamento – potessero essere utili ore supplementari d’italiano, test periodici di livello d’apprendimento, insegnanti di sostegno. Forse perché la Gelmini ha già iniziato a licenziarli tutti.

Forse il futuro che immagina questo partito intriso di preistoria e di ormai incurabile ignoranza è fatto di bambini stranieri che avranno studiato in classi differenziate tutte per loro. Dove, allontanati dai bambini italiani, saranno stati aggregati in un gruppo di tanti altri stranieri come loro. Saranno ospiti, tollerati quasi sempre, ma ospiti. Magari avranno imparato meno cose o saranno anche solo additati per aver fatto le classi speciali, il loro programma didattico sarà stato facilitato e agevolato sempre per loro che, parlando tante lingue diverse, proveniendo da paesi lontani, proprio non potevano arrivare ai livelli dei bambini italiani.

E saranno loro magari ad avere difficoltà un giorno a trovare lavoro, posti di lavoro equivalenti a quelli dei padroni di casa. E cosi la nazionalità, nel tempo e senza troppo clamore, diventerà un criterio di merito. E il convincimento diventerà una verità condivisa da tutti, magari anche da loro. E qualcuno perderà anche il tempo a teorizzare, perché no, la presunta inferiorità intellettiva degli stranieri. Lo hanno fatto per secoli con i neri, perché stupirsi.

Non sembra di dover forzare troppo le parole per leggerci dietro lo scenario, ben confezionato s’intende, di una autentica apartheid. Perché i morbi storici peggiori sono iniziati sempre cosi, tinteggiati a fin di bene e silenziosi come solo la banalità del male sa fare. Apartheid senza razzismo, per carità. Il bilancio fa paura. Prima vogliamo prendere le impronte digitali ai bambini rom, poi proponiamo le classi speciali per tutti quelli stranieri. In Italia l’anno d’oro della destra concide con l’anno nero dei bambini.

Rosa Ana De Santis – altrenotizie

www.canisciolti.info

Ho paura di te: sei l’altro, sei straniero

di Rosa Ana De Santis – da altrenotizie.org

Piace l’analisi coraggiosa di Todorov sulla paura della diversità e le dinamiche che governano la relazione con l’altro nell’Occidente. Lo sguardo attento del filosofo sa andare oltre i fatti della storia, gli avvenimenti comunque cosi chiari che governano la cronaca della nostra epoca. In Francia sta per uscire La peur des barbares, che ritrae con cura il profilo culturale dell’uomo occidentale, dominato dalla paura e affogato nella fuga permanente dall’incontro con l’altro.

L’analisi parte dalla differenza tra cultura e civiltà. Cade il confine da sempre ostentato tra civiltà e barbarie, dove per civiltà s’intende – per vizio storico e abuso di potere – il codice della nostra cultura. Il lavoro del filosofo sta proprio nel ricondurre il concetto di cultura a un grado di neutralità sul piano morale, che impedisca di costruire un’architettura di eccellenze culturali rispetto alle quali gli altri siano collocati in un grado di subordinazione. Gli altri sono gli stranieri.

All’altro sono associate le categorie concettuali che fuori dal recinto di casa nostra hanno sembianze poco note, odori e sapori che non sappiamo leggere e tradurre, che non sappiamo ricondurre con disinvoltura sotto l’egida dei nostri sistemi di pensiero. La lontananza, i linguaggi carichi di suoni irriconoscibili, il viaggio lungo strade lunghissime, carovane di umanità tartassata che arrivano a bussare alle nostre case in piena notte. Questo è oggi l’altro.

A seguito della perdita di vigore e sostanza nella diatriba interna tra destra e sinistra, tra comunismo e capitalismo, la dialettica ha spostato fuori il centro della propria anima. Oggi la filosofia è definitivamente uscita fuori dal sé, dal soggetto solitario che in modo autoreferenziale e monologico costruiva il mondo fuori attraverso le proprie categorie anche culturali. Oggi la filosofia vive nel concetto di relazione, grazie anche al contributo prezioso del pensiero femminista. E la relazione per eccellenza è quella che ci porta al cospetto degli altri. Quelli chiamati stranieri, ma trattati come barbari perché cosi percepiti, quelli che scatenano l’urgenza di analizzare e comprendere cosa sia l’integrazione, cosa la differenza, cosa il dialogo tra culture.

In evidenza sta la paura dell’Islam, uno dei temi più caldi e più strategicamente abusati per giustificare le politiche imperialiste e belliche dei nostri giorni. Non c’è dubbio che Endurity freedom con il nuovo Vietnam che ha generato ha potuto contare sul sostegno acritico dei cittadini statunitensi mossi dalla sola paura. Questo il parere di Tudorov. Un vento politico trasversale di oscurantismo e chiusura che ha sempre bisogno di un nemico semplice e ben identificabile da attaccare, aggredire, e dominare, ha coperto le teorie del dialogo e del multiculturalismo. Cosi le notizie che giungono dai nuovi fronti di guerra raccontano di prigionieri torturati, pratiche ingiustificabili in nome della lotta al terrorismo. Cosi le pratiche, anche quelle che addebitavamo ai barbari, sono – a quanto pare – roba di casa nostra. Cosi il terrorismo è caduto come un macigno su tutti i musulmani occultando le importanti differenze che stanno oltre questa definizione.

Todorov torna alla lezione degli illuministi, che è poi il sostrato teorico fondazionale di tutte la politica europea e la storia giurisprudenziale dei moderni stati nazionali. Niente più dell’Europa è un insieme di differenze, niente più della ricerca di uno strumento legislativo neutro ha potuto interrompere le guerre di religione e garantire la concordia di stati e statarelli diversi. Quello stesso senso della legge oggi può colpire pratiche barbare come la mutilazione dei genitali femminili, solo per fare un esempio, senza lanciare un’ombra di condanna a culture e a paesi, senza tracciare una geografia di culture giuste e culture sbagliate. Perché proprio la storia, e non solo la storia, ci dice quanta barbarie c’è al di qua del confine.

Ora, se la lezione di Todorov si nutre di un metodo di indagine filosofica che è poi quello classico della cultura post-kantiana, dove la relazione “io-tu” viene gestita da una rimozione della parte teoretico metafisica per una gestione solo pragmatica e dialogica del confronto, viene da chiedersi se questa sia al fondo la strada più completa; se la storia attuale non ci insegni piuttosto sia quanto questo stesso metodo speculativo sia figlio di una specifica cultura – e per questo scarso sulla soddisfazione procedurale – sia quindi se non debba integrarsi con altro.

Viene in mente il volto dell’altro nel linguaggio evocativo di Levinas. Viene in mente quel rialzo all’infinito, quell’assenza totale di paragone e confronto che sorge imprevisto e mai negoziabile nel confronto con l’altro. Come se quella relazione unica e univoca fosse ineffabile, sfuggisse all’analisi e alla regolazione pragmatica. Come se l’umanità dell’altro, prima ancora che poggiare le sue basi nel confronto tra culture e differenze, le poggiasse in una spinta verso l’alto, fuori dal piano orizzontale del mondo della vita, della sola fenomenologia.

Come a dire che molti dei nodi irrisolti del pensiero filosofico che governa lo studio del dialogo tra culture possano risiedere proprio nella rimozione della teoretica e della metafisica. Non della religione ovviamente. Eppure tutta la tradizione liberale e neo liberale sembrava potesse vincere proprio sull’assunto sperimentabile che ciò di cui non si potesse avere prova non andasse coinvolto nel piano della relazione intersoggettiva.

E se questo punto profondo di contraddizione non potrà essere risolto una volta per tutte e in modo univoco, sarà solo un’ulteriore conferma che sul concetto di umanità dovremo ancora ragionare a lungo, sempre più liberi dai dogmi della presunzione culturale, partendo da quel minimo assunto ontologico ed etico insieme che deve metterci nelle condizioni di riconoscere l’altro oltre il velo di diversi costumi, mentre vive in una diversa comunità e pensa un mondo diverso dal nostro. Sembra un passo semplice ed elementare eppure – Todorov dimostra – con puntuale precisione che la mistica dell’altro nell’idiozia di un corto circuito culturale è ancora ridotta a barbarie. E’ solo il tarlo della paura.

megachip

Migranti ieri e oggi

Un esempio della memoria corta di certi italiani, in questo caso gli abitanti di Sciacca a cui non interessa che 2.885 sono affogati nel Canale di Sicilia, stando alle stime di Fortress Europe e piùdella metà (1828) risultano dispersi.

Mentre si continua ad assistere all’orrore
un immigrato iraqeno si uccide in carcere digiunando
i i rom di pietralata dicono no alla schedatura
sono già identificati dall’asl e si stanno integrando
nel territorio aiutati da arci e parrocchia e abitanti
provengono da un precedente sgombero.

Pietà, compassione, vicinanza umana non fanno più parte del DNA di alcuni italiani
per ritornare la “brava gente” che eravamo un tempo (?) e ricostruirci una reputazione
ci vorrà un miracolo o una rivoluzione culturale.Ed è proprio la bieca cultura che imperversa da 15 anni nel paese che ha generato tutti questi guasti ,il lezzo è diventato insopportabile dobbiamo ri-pulirci
e ri-appropriarci della coscienza che ci identifica come esseri umani.Non mi va di essere visto e ricordato come abitante di un paese razzista, schiavista e guerrafondaio, il detenuto che si è lasciato morire di fame proveniva dall’iraq,do you remember…. anche noi abbiamo contribuito a sfasciare il suo paese, cercando armi di distruzione di massa inesistenti, tanto si sapeva che il vero motivo erano i pozzi petroliferi, controllati dalla multinazionale italiana.

Lega Nord a congresso con i neofascisti di tutta Europa · IMPEDIRE IL CONGRESSO INTERNAZIONALE RAZZISTA

Lega Nord a congresso con i neofascisti di tutta Europa

La Lega Nord aderisce al “Congresso contro l’islamizzazione” indetto a Colonia, dal 19 al 21 settembre prossimo, dal movimento “Pro Köln”. Ne dà notizia il sito informativo francese Rue 89.

Al congresso sarà presente un po’ tutta la galassia dell’estrema destra europea. Tra gli altri interverranno il fiammingo Vlaams Belang, nato sulle ceneri del Vlaams Blok, partito sciolto dall’Alta Corte belga per incitamento alla discriminazione e all’odio razziale, e l’Npd, organizzazione orgogliosamente neonazista che in certe regioni del nord della Germania supera il 30 per cento dei consensi. L’Npd, per intenderci, è quel partito i cui deputati, un paio di anni fa, uscirono dall’aula mentre l’Assemblea osservava un minuto di silenzio in memoria delle vittime di Auschwitz, e che, in occasione del 60° anniversario della fine delle seconda guerra mondiale, pretendeva di poter andare a sventolare bandiere uncinate nei pressi della Porta di Brandeburgo, a pochi metri dal Memoriale della Shoah.

Annunciata, anche, la presenza del “Lavoro, Famiglia e Patria” di Henry Nitzsche (già membro della CDU ma indotto ad abbandonare il partito a seguito di sempre più esplicite manifestazioni di simpatia per l’estrema destra neonazista), e della rivista, anch’essa tedesca, Nation-Europa, fondata da ex appartenenti alle SS e le cui pagine possono vantare la firma di Alain de Benoist, ideologo della Nuova Destra francese nonché uno dei “Buoni Maestri” dei nostri Giovani Padani, come si può leggere sul loro sito.

Ovviamente aderiscono pure l’Fpö austriaco ed il francese Front National di Le Pen, adesione, quest’ultima, che desta qualche preoccupazione oltralpe. Ma che dire, allora, della Lega Nord, che non solo propone gli stessi odiosi argomenti di Le Pen, che non solo, a differenza di Le Pen, trova sponda elettorale presso gli altri partiti di destra e del centro destra, ma che pure, sempre a differenza di Le Pen, insieme a quegli altri partiti se ne sta tranquilla e minacciosa al governo?

Comunque vadano pure, gli impenitenti leghisti, a levare la spada dell’Alberto da Giussano in mezzo a rune e croci celtiche. Che Roberto Maroni poi la smetta di affermare, però, con un’irritante faccia tosta, che i suoi provvedimenti in materia di immigrazione sono vittime di pretestuosi “fraintendimenti”.

Daniele Sensi

http://danielesensi.blogspot.com/2008/07/lega-nord-congresso-con-i-neofascisti.html

Appello Antifa tedeschi


IMPEDIRE IL CONGRESSO INTERNAZIONALE RAZZISTA

http://www.hingesetzt.mobi/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=113&Itemid=112

Dal 19 al 21 settembre 2008 razzisti e neofascisti da tutta l’Europa
vogliono tenere a Colonia un cosiddetto “Congresso
anti-islamizzazione”. Invitati dall’autodefinitosi “Movimento Civico per Colonia”(“Bürgerbewegung pro Köln”), membri di gruppi di destra europei, che si presume possano raggiungere il numero di 1000 presenze, di diversa connotazione (dai “classici” neonazisti fino ai conservatori di destra), vogliono divulgare la loro propaganda contro cittadini di altra origine e religione, con il pretesto di una presunta critica all’Islam. Pro Köln (Per Colonia) è un partito di estrema destra che da anni porta avanti a Colonia e a livello sovra regionale una politica razzista. Molti funzionari e membri di Pro Köln provengono da partiti neonazisti e da gruppi quali il “NPD”, i “Republikaner” e la “Deutsche Liga für Volk und Heimat” (lega tedesca per il popolo e la patria). Ultimamente Pro Köln ha aizzato gli animi principalmente contro la costruzione di una moschea a Colonia-Ehrenfeld, cercando così di catturare voti con propaganda razzista e di estrema destra.
Al congresso di settembre hanno annunciato la loro partecipazione tra l’altro rappresentanti di partiti di estrema destra dall’Austria (FPÖ), Belgio (Vlaams Belang), Italia (Lega Nord), USA (Robert Taft Group), Gran Bretagna (British National Party), Spagna e Ungheria. Vi dovrebbe inoltre partecipare il presidente del FN, Front National, di estrema destra Jean Marie Le Pen, noto a livello internazionale. Con questo congresso europeo basato su di una campagna di odio, i neofascisti di vecchi data di Pro Köln perseguono due obiettivi: intensificare la collaborazione tra i partiti di estrema destra in tutta l’Europa e aprire con questa grossa iniziativa la campagna elettorale per le elezione comunali nel Nordreno-Westfalia del 2009.

Noi non tollereremo né un congresso internazionale di stampo razzista né permetteremo che il partito Pro Köln/Pro NRW possa portare avanti indisturbato la sua propaganda razzista.
Per questa ragione chiamiamo tutti a raccolta per impedire questo congresso!
Questo obiettivo può solo riuscire se durante quei giorni un numero più alto possibile di persone bloccherà il luogo in cui si tiene la manifestazione e impedirà il passaggio ai militanti della destra.
Sebbene abbiamo diversi punti di vista politici, questo obiettivo ci
unisce.
Ci contrapporremo a questo congresso con fermezza e il nostro
intervento sarà comune e ricco di una grande varietà di posizioni.
Tramite la disobbedienza civile respingeremo Pro Köln e suoi seguaci.
Partecipate ai blocchi di massa davanti al luogo di svolgimento del congresso!
Non passeranno!

LISTA ADESIONI
http://www.hingesetzt.mobi/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=47&Itemid=56

http://isole.ecn.org/antifa

Stato di paura

Il governo italiano dichiara lo Stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale. Ma l’invasione non c’è

”Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, l’estensione all’intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza per il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari, al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno”.
Questo il testo del comunicato, diffuso poco fa, del Consiglio dei ministri che ha avuto luogo oggi a Roma. Ancora una volta, questo governo fomenta un clima da invasione che non esiste nei fatti, se non nella mediatizzazione di una politica del rifiuto dell’accoglienza. ”Gli arrivi, nel primo semestre del 2008, sono triplicati rispetto allo scorso anno, ma se si considera il dato aggregato annuale, siamo nell’ordine delle 2mila persone in più. Un aumento risibile, soprattutto di fronte al dato che i migranti che giungono dal Canale di Sicilia sono il 10 percento del dato totale”, spiega Gabriele Del Grande, che gestisce Fortress Europe, un sito che monitora dal 1988 fa memoria delle persone morte nel tentativo di entrare in Europa. ”Dei 650mila migranti che hanno fatto domanda per il ‘decreto flussi’, che già vivono e lavorano senza documenti in Italia, solo una minima parte è venuta in ‘gommone’. Il problema verrà per il fatto che saranno saturati i centri di permanenza, anche con persone che avrebbero diritto all’asilo politico o all’ottenimento dello status di rifugiati”.

http://www.peacereporter.net

Il Paese senza legge

di Giorgio Bocca –
Guardavo la festa nei giardini del Quirinale per gli atleti che vanno alle Olimpiadi: i corazzieri con l´elmo rilucente, le bandiere tricolori, il capo dello stato affabile e paterno, i giovani atleti nel pieno della loro vigoria, e il meglio della società civile ad assistere e applaudire, un´Italia pacifica, educata, concorde nell´affettuoso rispetto per i suoi reggenti.

E a un certo punto mi è parso di vivere in un sogno, di essere stato trasportato a volo in un altro paese, in uno reale dove i giochi mafiosi sembrano quasi fatti, dove un nuovo sultanato affaristico e criminale è ormai al potere e dispone di corpi armati, di leggi ad personam, di privilegi, di impunità. Ci siamo quasi! A ciò che nella storia risorgimentale e unitaria sembrava impossibile, assurdo, da incubo: vivere in uno stato mafioso, fuorilegge, senza più una Costituzione rispettata, dove in alcune regioni è già sovvertito il rapporto fondamentale della democrazia parlamentare, il voto dei cittadini ai delegati di cui si condividono le idee, la capacità di governo, il voto democratico alle idee e alle persone meritevoli sostituito dal voto al partito di raccolta dei ricchi sempre più ricchi, dei potenti sempre più potenti, quali che siano i simboli e le bandiere dietro cui si presentano. Lo specchio magico della televisione ogni tanto riflette il paese come è anche senza volerlo.

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1936-2008: i nazi separati dalle opinioni?

Come nella Settimana Enigmistica! Divertente gioco per grandi e piccini!

Queste due copertine differiscono tra loro per dieci piccoli dettagli.
Ma io non riesco a vederne nemmeno uno e mi sembrano incredibilmente identiche. La prima (a sinistra) è la copertina de La difesa della razza, numero del gennaio 1936. la seconda, a destra, è la copertina di Panorama, luglio 2008. La matrice culturale è assolutamente identica, le motivazioni ideologiche le stesse, l’eleganza assolutamente paragonabile. 72 anni buttati nel cesso? La Difesa della Razza fu un periodico espressamente creato durante il fascismo per sostenere le teorie razziste e la supremazia della stirpe italica. Panorama è invece un newsmagazine edito dalla prestigiosa casa editrice del Presidente del Consiglio attualmente in carica in Italia. Certo ne abbiamo fatta di strada in 72 anni, eh!

www.alessandrorobecchi.it

La Croce rossa complice del razzismo

Va bene che non bisogna «sparare sulla croce rossa», ma c’è un limite a tutto. E il limite – dalla Croce Rossa italiana – è stato superato dalla decisione di partecipare insieme a forze dell’ordine e alla protezione civile alla schedatura dei bambini rom nei campi. La decisione di rilevare le impronte ai bambini rom è un’operazione – come ha già ricordato Famiglia Cristiana – indecente e razzista e questo giudizio un qualche peso dovrebbe averlo su chi rivendica come valore fondamentale il principio umanitario. Si tratta di una scelta sorprendente e che avvalla un’iniziativa gravissima. In questo modo la Croce Rossa italiana viene sostanzialmente meno al senso più profondo dei principi del Codice di condotta delle organizzazioni umanitarie internazionali, firmato dal suo comitato internazionale, ma diffusamente ignorato in Italia. leggi

MOVIMENTI Lunedì si raccolgono impronte. La Cgil invita all’obiezione di coscienza
«Schedateci, siamo tutti rom» Al via campagna antirazzista

«Prendetevi le nostre impronte, non toccate i bambini e le bambine rom e sinti». E’ l’iniziativa promossa dall’Arci per contrastare le «leggi razziste» del ministro Roberto Maroni e la sua proposta di far «sporcare» le dita d’inchiostro ai minori che vivono nei campi: «La destra ha superato il confine tra l’opinabile e la barbarie. E’ ora di dare un segnale». Con un tam-tam di contatti all’interno del terzo settore, la mobilitazione sta crescendo di ora in ora e sta registrando numerose adesioni: dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati) ad Antigone, dalla Cgil a Magistratura Democratica, dagli Ebrei per la pace ai Cantieri sociali, fino a parti del movimento lgbt (il circolo omosessuale Mario Mieli). Molti anche gli artisti, e questa è la principale novità, da Andrea Camilleri a Moni Ovadia, e poi Dacia Maraini e Ascanio Celestini. Un work in progress che vedrà in piazza anche molti esponenti dell’ex arcobaleno, i Radicali e singoli esponenti del Pd (Livia Turco, Rosy Bindi e Pina Picierno).
L’appuntamento è per lunedì dalle 17.30 alle 20 in piazza Esquilino a Roma, luogo multiculturale per eccellenza della capitale. Lì verranno prese, tra una performance artistica e l’altra, le impronte digitali dei presenti, che verranno poi mandate direttamente al Viminale. leggi

La lunga "notte dei cristalli" italiana


Tempi bui.

Ieri cominciò così

  • Oggi dopo 70 anni, si ricomincia con i pogrom e l’identificazione coatta delle persone straniere non pensavo si arrivasse a tanto, comincio a sentirmi straniero e fuoriluogo, nel “mio” paese, non mi ci sono mai sentito patriota, forse perché intendo un mondo dove le frontiere non esistono le cose camminano diversamente, piano piano ci ritroviamo con uno stato di polizia nonostante non ci sia nessun allarme fondato, per emanare decreti liberticidi e subito messi in atto, come a Milano, se aggiungiamo a questo: le deportazioni dei nomadi, le ronde notturne e diurne con sprangate ai tossicodipendenti, l’assassinio di Nicola e la sequela di aggressioni a immigrati, gay, studenti…una Roma così non l’ho mai vista, forse perché ho avuto la fortuna di non essere nato durante il fascismo, ma sono convinto che oggi lo sto subendo, con altri connotati, un fascismo soft in linea con questa finta democrazia, che rappresenta solo se stessa.E sopratutto, al posto di Matteotti c’è Veltroni e la sua ombra di opposizione, meglio chiamarlo collaborazionismo alla…Violante.

Contraddizioni italiane viste dall’estero

Il razzismo in Italia: rapporto annuale 2008

di Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio campagne e ricerche di Amnesty International

Il 31 ottobre scorso una donna è stata aggredita e uccisa a Roma. Dell’accaduto è stato accusato un cittadino rumeno. Probabilmente, per tutti voi come per noi è più facile ricordare i dettagli della vita e della personalità della persona accusata dell’omicidio, piuttosto che della vittima. Non è un caso né una vostra personale disattenzione, ma semplicemente il risultato prevedibile del modo in cui le istituzioni hanno affrontato la vicenda e quindi il modo in cui la società italiana l’ha vissuta: un drammatico fatto di cronaca – finito nel modo peggiore – non viene visto per quello che è, cioè l’ennesima violenza contro una donna, ma come il sintomo inequivocabile di una tendenza alla violenza e all’illegalità di gruppi di persone e minoranze, in base alla nazionalità, all’appartenenza etnica, al luogo in cui dimorano.

In quell’occasione, in pochi istanti e in maniera assolutamente irresponsabile, rappresentanti istituzionali e politici di diverso orientamento hanno invocato il pugno di ferro su migliaia di persone che non avevano niente a che fare con la vittima, con l’abuso e l’omicidio, con il responsabile di questi atti.

Tanto che, il 6 novembre 2007, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso preoccupazione per il clima di intolleranza manifestatosi in quei giorni e per lo “stato di tensione nei confronti degli stranieri alimentato negli anni anche da risposte demagogiche alle tematiche dell’immigrazione messe in atto dalla politica”. Il giorno seguente il Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha messo in guardia l’Italia circa il rischio di una “caccia alle streghe” contro i cittadini rumeni e in particolare contro i rom.

La violenza su una donna è diventata infatti la “testa d’ariete” per sfondare la parete del pudore, dell’equilibrio istituzionale, del rispetto dei diritti umani e aprire la strada alla discriminazione e all’erosione dei diritti, attraverso fiumi di parole e specifici atti normativi che rischiano di trasformare l’Italia in un paese “pericoloso”, in questo momento particolarmente per rom e rumeni, potenzialmente per chiunque. Per chiunque di noi. L’erosione dei diritti ci mette potenzialmente a rischio nelle più diverse situazioni della nostra vita quotidiana, come le mura domestiche, il luogo di lavoro, le manifestazioni di piazza. Riteniamo che sia questa la vera emergenza in Italia.

Amnesty Internationa è un’organizzazione indipendente, anche e soprattutto rispetto alle parti politiche e ai partiti. I politici italiani – lo diciamo con amarezza – non ci hanno creato problemi in questo senso: sono stati estremamente bipartisan, incredibilmente compatti nel coro di esternazioni violente e discriminatorie.

Dopo quel episodio, l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha dichiarato che “non si possono aprire i boccaporti” e che “prima dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, Roma era la metropoli più sicura del mondo”, sottolineando quindi la necessità di provvedimenti d’urgenza. In un’intervista rilasciata il 4 novembre successivo Gianfranco Fini, allora presidente di Alleanza Nazionale, ha dichiarato: “c’è chi non accetta di integrarsi, perché non accetta i valori e i principi della società in cui risiede” e, riferendosi in particolare ai rom ha affermato “mi chiedo come sia possibile integrare chi considera pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fa scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio. Parlare di integrazione per chi ha una ‘cultura’ di questo tipo non ha senso”.

Non sappiamo perché i rappresentanti del Governo allora in carica e il candidato del Partito Democratico alla Presidenza del Consiglio abbiano parlato in questo modo: ciò che ci preme dire è che, assieme ai rappresentanti dei rispettivi schieramenti politici, hanno una grave responsabilità nel deterioramento del dibattito politico e nella legittimazione del linguaggio razzista in Italia.

Con la stessa fretta, sull’onda emotiva di un fatto di cronaca, il Consiglio dei Ministri si è riunito la sera del 31 ottobre e ha approvato un decreto sulle espulsioni dei comunitari. Il provvedimento ha avuto un iter movimentato, essendo decaduto e successivamente “reiterato” con alcune modifiche a dicembre 2007.

Nel testo risultavano particolarmente preoccupanti l’indeterminatezza dei nuovi motivi di espulsione dei cittadini dell’Unione Europea, lasciati scarsamente definiti nella norma (“motivi imperativi di pubblica sicurezza”) e quindi fonte di un’eccessiva discrezionalità delle autorità chiamate ad applicarle, tra cui i prefetti. I contenuti della decretazione d’urgenza sono infine confluiti nel decreto legislativo 32/2008 che, migliorando il testo originario, ha introdotto la necessità di convalida del giudice ordinario per tutti i provvedimenti di espulsione. Restano non ancorati a parametri legali certi i presupposti dell’espulsione.

Nonostante le promesse elettorali sui diritti di migranti, questa è l’unica nuova legge in materia approvata dal Governo presieduto da Romano Prodi.

Con una linea di continuità di contenuti e di approccio, ha mosso i suoi primi passi il nuovo governo presieduto da Silvio Berlusconi.

Nel corso del primo Consiglio dei Ministri, il 21 maggio 2008 a Napoli, com’è noto è stato approvato un insieme di modifiche e proposte normative, anch’esse nominalmente riferite alla “sicurezza”, che prevedono pesanti restrizioni e nuove figure di reato e colpiscono soprattutto gli immigrati, direttamente o indirettamente. Le nuove misure sono state accompagnate da dichiarazioni in linea con la tendenza a stigmatizzare interi gruppi di persone, in particolare i rom e i migranti irregolari. L’attuale leader dell’opposizione Walter Veltroni ha dichiarato che queste misure in larga parte coincidono con quelle pianificate dalla precedente maggioranza di governo.

Il cosiddetto “pacchetto sicurezza” include:

o un decreto legge che punisce con la reclusione e la confisca del bene chi affitta un immobile a un immigrato irregolare, attribuisce più ampi poteri ai sindaci in materia di “ordine e sicurezza pubblica” e rende circostanza aggravante di qualsiasi reato quella di essere stato commesso da un immigrato irregolare;

o un disegno di legge che vuole aumentare da 60 giorni a 18 mesi il tempo massimo della detenzione nei centri a scopo di espulsione e che introduce il reato di ingresso e soggiorno irregolare;

o tre bozze di decreti legislativi che inaspriscono, tra le altre cose, le procedure di asilo.

Hanno espresso allarme per la riforma normativa molte organizzazioni non governative italiane e internazionali e lo stesso Alto Commissariato delle Nazioni per i rifugiati, il quale ha sottolineato come i richiedenti asilo, spesso costretti dalla mancanza di alternative a fare ingresso irregolarmente nei paesi dove cercano protezione, potrebbero venire accusati di aver commesso un reato.

Nel nuovo contesto normativo, quindi, i richiedenti asilo che fuggono da persecuzioni e tortura potrebbero essere accolti in Italia con un’incriminazione per ingresso irregolare – espressamente esclusa dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati – e con 18 mesi di detenzione in un CPT per il solo fatto di aver messo piede nel nostro paese. Una misura che, secondo gli standard internazionali, dovrebbe residuale ed eccezionale.

Amnesty International è estremamente allarmata sia per il contenuto di queste misure, sia per le modalità affrettate e propagandistiche della loro emanazione e per il clima di discriminazione che le ha precedute e che le accompagna.

In questo contesto, in diverse parti d’Italia, vi sono stati attacchi contro le comunità rom. Attacchi che anche Amnesty International condanna e per i quali chiede che siano aperte indagini per accertare le

responsabilità, che siano forniti adeguati risarcimenti per le vittime e le loro famiglie e che sia garantita un’adeguata protezione dei rom da qualsiasi forma di violenza.

Nel corso del 2007 e sino a praticamente ieri si sono verificati attacchi violenti ad accampamenti rom in diverse città e sono state segnalate diverse aggressioni ai danni di immigrati romeni e di altre nazionalità, tra cui i recentissimi episodi che hanno colpito a Roma, nel quartiere Pigneto, cittadini del Bangladesh.

La situazione italiana ha suscitato le preoccupazioni delle Nazioni Unite (Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, marzo 2008) e dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE, organismo che si occupa a livello internazionale di sicurezza e che ha sottolineato come la ricorrente stigmatizzazione di gruppi quali rom e immigrati aumenta le probabilità che si verifichino violenze contro di loro.

L’Italia e tutti i paesi UE dovrebbero attuare una politica comune per l’inserimento sociale dei rom, piuttosto che marginalizzarli ulteriormente ed espellerli. Ricordiamoci che chi risente particolarmente di queste migrazioni forzate sono i bambini, costretti a fuggire e ad abbandonare la scuola, quindi la possibilità di un futuro dignitoso e più sicuro per tutti.

L’ondata di razzismo coinvolge a cerchi concentrici i cittadini stranieri senza documenti regolari e, di fatto in termini più generali, tutti i migranti presenti nel territorio italiano.

Vorremmo che i rappresentanti politici italiani si rendessero contro del fatto che parlare dei diritti umani dei migranti non è impopolare. Amnesty International lo ha verificato con la campagna “Invisibili”: durante 16 mesi di attività, decine di migliaia di persone hanno scelto di parlare di questi temi senza pregiudizi, firmando petizioni, organizzando o prendendo parte a spettacoli teatrali e di musica, convegni e mostre. Crediamo che i politici e le istituzioni italiane debbano avere lo stesso coraggio dei bambini di Lampedusa, che ai loro coetanei – i migranti che arrivano sulle loro spiagge – hanno dedicato giochi e disegni sui diritti umani.

Sul questo tema specifico dei diritti di migranti e richiedenti asilo speravamo, fino a pochi giorni fa, di poter apprezzare senza timori alcuni importanti miglioramenti legislativi.

Tra questi, anche i risultati della campagna “Invisibili” sui minori migranti detenuti all’arrivo in Italia:

la pubblicazione da parte del Governo dei dati relativi agli arrivi dei minori via mare, la netta diminuzione della detenzione dei minori non accompagnati in frontiera e nuove migliorative istruzioni del Ministero dell’interno sulla determinazione dell’età, che impongono l’applicazione del beneficio del dubbio in tutti i casi di incertezza sulla minore età.

Su uno di questi miglioramenti, invece, non abbiamo fatto in tempo a complimentarci: l’introduzione dell’effetto sospensivo, che consente al richiedente asilo di restare nel territorio italiano durante la decisione di secondo grado sulla sua domanda, come richiesto dagli standard internazionali, potrebbe essere presto cancellato dalle nuove misure legislative per la sicurezza. In assenza dell’effetto sospensivo, una decisione sbagliata in prima istanza può comportare conseguenze gravi e irreparabili per il richiedente asilo espulso nel suo paese di origine. Pensate che un cittadino sudanese del Darfur o eritreo possa presentare una seconda istanza dal proprio paese, dopo una fuga e un rimpatrio forzato, magari dopo essere passato in andata e al ritorno attraverso i campi di detenzione e le torture in Libia?

Questa scelta legislativa peggiorativa in materia di migranti e richiedenti asilo, già di per sé contraria agli standard internazionali sui diritti umani, è preoccupante anche alla luce della collaborazione tra Italia e Libia.

Una collaborazione trasversale ai governi che si sono succeduti dal primo accordo siglato nel 1999 dall’allora Ministro degli esteri Lamberto Dini, con un paese che – allora come oggi – non ha firmato la Convezione di Ginevra sui rifugiati, non ha una procedura di asilo, attua espulsioni a tappeto nei confronti di migranti e richiedenti asilo. I rapporti si sono via via intensificati con la mediazione in prima persona, nei loro ruoli istituzionali di Ministri, degli onorevoli Massimo D’Alema, Piero Fassino, Giuseppe Pisanu e Giuliano Amato. L’atto finale, per il momento, è l’accordo del 29 dicembre 2007, che prevede il pattugliamento congiunto con 6 navi della Guardia di Finanza cedute alla Libia, con comando

interforze a coordinamento libico. Pochi mesi dopo, con l’approvazione del rifinanziamento delle forze armate e di polizia in missioni internazionali, oltre 6,2 milioni di euro di denaro pubblico sono stati destinati a finanziare il pattugliamento congiunto. In quegli stessi mesi, il leader libico Gheddafi confermava pubblicamente di voler attuare deportazioni di massa.

È quindi sempre più urgente che gli accordi con la Libia siano resi pubblici, che venga chiarito quali sono le garanzie richieste dall’Italia per i diritti umani e che cosa accade alle persone fermate in mare nel pattugliamento congiunto.

La segretezza di accordi, dati e informazioni che riguardano la vita di migliaia di persone non può prolungarsi ulteriormente e assume una parvenza ancor più preoccupante alla luce del clima italiano, che sembra attribuire ai migranti responsabilità collettive e una soglia più bassa di tutela dei diritti umani e quindi di dignità umana.

Le minoranze non sono le uniche ad essere colpite quando la cultura dei diritti viene sostituita dalla loro erosione e dall’impunità.

E proprio parlando di impunità, non possiamo non ricordare ancora una volta la mancanza di leggi adeguate e di strumenti di prevenzione in Italia di maltrattamenti e tortura. Questo contesto rende allarmante il problema dei diritti umani, trovando purtroppo conferma nei processi in corso.

Lo sanno bene le centinaia di persone che sono state vittime di abusi a Genova, durante il G8 del 2001. Nonostante gli impegni presi dal Governo Prodi, non sono state garantite né una commissione indipendente di inchiesta né gli strumenti necessari per garantire che quanto accaduto a Genova non si ripetesse più.

Dove sono il reato di tortura e la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, che decine di migliaia di persone, le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa chiedono all’Italia ormai da troppi anni?

Perché nessuno degli imputati nel processo è stato sospeso dal servizio e molti sono stati di fatto promossi, così contribuendo a diffondere un pericoloso clima di impunità tra chi dovrebbe proteggere la sicurezza?

Senza alcuna soddisfazione constatiamo oggi gli effetti pratici di questo stato di cose, previsti e annunciati da AI senza incontrare il dovuto ascolto. Nel processo per Bolzaneto la pubblica accusa ha ricostruito gli avvenimenti che, in quei giorni da non dimenticare, hanno colpito nella caserma oltre 250 persone.

Secondo i pubblici ministeri, il trattamento è stato “di oggettiva vessazione nei confronti di tutti i detenuti e per tutto il periodo della loro permanenza presso il sito” e ha violato il divieto di tortura e maltrattamenti previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. Le memorie dei pubblici ministeri hanno segnalato che è difficile fotografare i fatti accaduti con l’attuale codice penale, che non include il reato specifico di tortura.

Fa effetto ascoltare che chi materialmente indaga sui reati e ne deve chiedere l’applicazione, constata gli effetti pratici della mancanza di un reato di tortura. Altrettanto effetto fa constatare che denunce di maltrattamenti e abusi simili sono emersi, dopo Genova, rispetto alle situazioni più disparate di protesta e di espressione del dissenso. Ne sono un esempio gli atti di violenza denunciati in relazione all’intervento da parte delle forze di polizia in Val di Susa nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005, contro un centinaio di persone che manifestavano contro la costruzione di un collegamento ferroviario ad alta velocità.

Per quanto sembrino cose diverse, la mentalità che consente tutto questo è la stessa che porta un governo a fidarsi di una semplice lettera di assicurazioni diplomatiche, con la quale un paese come la Tunisia promette di non torturare una persona che l’Italia vuole rinviare.

E su questo argomento, l’Italia ha subito una sonora lezione da parte della Corte europea dei diritti umani, che dovrebbe rappresentare un monito per tutti.

Si tratta della sentenza che, a febbraio, ha annullato il provvedimento di espulsione nei confronti del cittadino tunisino Nassim Saadi, emesso dal Ministro dell’Interno Amato sulla base del “decreto Pisanu”. L’Italia sosteneva che il rischio di tortura all’arrivo non bastasse in sé a bloccare l’espulsione. La Corte europea ha invece respinto il tentativo italiano di relativizzare il divieto di tortura nel diritto internazionale e ha riaffermato che si tratta di un principio assoluto.

L’estrema debolezza dell’impegno italiano contro la tortura e a sostegno del sistema internazionale dei diritti umani è il contesto in cui si sviluppa il caso di rendition che ha coinvolto Abu Omar.

Le indagini della magistratura italiana e l’avvio del processo sul coinvolgimento di funzionari di intelligence italiani e statunitensi nella rendition di Abu Omar stanno contribuendo a svelare la verità per mezzo della giustizia.

Fino ad oggi i ministri della Giustizia che si sono succeduti, Roberto Castelli e Clemente Mastella, non hanno inoltrato al Governo Usa le richieste di estradizione dei 26 agenti della Cia, come sollecitato anche dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d’Europa. Non solo: l’Italia, contrariamente alla maggioranza dei paesi europei, di fatto non ha collaborato con le inchieste del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa sulle rendition e le violazioni dei diritti umani nella guerra contro il terrorismo.

Auspichiamo un’inversione di rotta, che potrebbe cominciare da un tema sin qui non citato. L’Italia, notoriamente tra i principali produttori ed esportatori di armi al mondo, dovrebbe integrare effettivamente il rispetto dei diritti umani nelle scelte politiche e amministrative che riguardano queste attività.

Le singole autorizzazioni devono essere affrontate dal Governo anche nell’ambito della propria politica estera. Gli sforzi dell’Italia e della comunità internazionale per il rafforzamento della tutela dei diritti umani in Afghanistan, per esempio, rischiano di essere danneggiati da un’eccessiva quantità di armi piccole e leggere offerta dai paesi Nato e tra essi dall’Italia. L’Italia ha esportato verso l’Afghanistan armi “comuni da sparo” per oltre 3 milioni di euro per il quinquennio 2003/2007, con un netto incremento nell’ultimo anno.

In particolare, l’Italia ha sempre dichiarato di volersi impegnare per la difesa dei diritti dei minori, con una specifica attenzione ai bambini soldato. Tra il 2002 e il 2007, i governi che si sono alternati hanno autorizzato l’esportazione di armi di diversa tipologia e calibro – per un valore di diversi milioni di euro – a privati e forze armate di stati quali Filippine, Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Nepal, Uganda, Burundi e Ciad.

Per una “sfortunata” coincidenza, questi paesi sono tutti nell’elenco di quelli in cui i bambini sono utilizzati come soldati, in base ai Rapporti del Segretario Generale delle Nazioni Unite e della Coalizione “Stop all’uso dei bambini soldato”.

Non stiamo facendo una richiesta utopistica e irrealizzabile, ma solo la richiesta di una scelta netta: quella di non autorizzare più esportazioni di armi né da guerra né cosiddette “comuni da sparo” verso paesi in cui quelle armi alimentano conflitti di cui bambine e bambini sono vittime certe e numerose, perché feriti o uccisi o perché mandati a combattere con pistole e fucili made in Italy .

Più in generale, per concludere, chiediamo all’Italia di fare una scelta ben precisa, che non ammette compromessi: il governo e il parlamento devono decidere se violare i diritti umani oppure tutelarli, e agire di conseguenza.

megachip

Rom in Italia: allarme umanitario: rischio strage al prossimo inverno

I media italiani, con una censura criminale, ignorano l’allarme lanciato da attivisti, sopravvissuti all’Olocausto, medici. Resta solo una via: RESISTENZA. Resistenza nonviolenta, ma senza titubanze. Prepariamoci a occupare case e creare villaggi Rom

ROM E SICUREZZA, APPELLO DEL GRUPPO EVERYONE, DEI MEDICI E DEI SOPRAVVISSUTI ALL’OLOCAUSTO: “IN ITALIA EMERGENZA UMANITARIA PER IL PROSSIMO INVERNO PER 70MILA PERSONE”

ALL’ALLARME DEGLI ATTIVISTI FANNO ECO, FRA GLI ALTRI, NEDO FIANO E GOFFREDO BEZZECCHI, UN EBREO E UN ROM SOPRAVVISSUTI ALL’OLOCAUSTO. IN ARRIVO UNA TASK FORCE INTERNAZIONALE DI MEDICI E INFETTIVOLOGI PER STILARE UN RAPPORTO EUROPEO

28 maggio 2008. “Per il prossimo inverno esiste in Italia un’emergenza umanitaria che riguarda oltre 70mila Rom attualmente senza tetto, sgomberati a un ritmo quotidiano da case abbandonate, rifugi sotto i ponti, parchi e discariche”. A lanciare l’allarme di un rischio genocidio è il Gruppo EveryOne, a fianco dei testimoni del’Olocausto Nedo Fiano – sopravvissuto ad Auschwitz – e Goffredo Bezzecchi, superstite del “Samudaripen”, lo sterminio nazista di un milione di Rom. Anche Amnesty International manifesta la più viva preoccupazione, nel suo Rapporto 2008 sulla situazione dei Diritti Umani nel mondo, sottolineando il clima di discriminazione, segregazione e persecuzione anti Rom che si respira in nel nostro Paese. “Il Governo Italiano e le istituzioni comunali, provinciali e regionali devono interrompere immediatamente gli sgomberi di persone e famiglie Rom dai loro rifugi di fortuna e provvedere a garantire loro assistenza socio-sanitaria. Gli sgomberi dei micro-insediamenti, attuati con una frequenza che è divenuta quotidiana da parte forze dell’ordine, mettono in mezzo alla strada e in pericolo di vita migliaia di esseri umani innocenti, la maggior parte dei quali sono bambini” affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. Il presidente dell’organizzazione Romano Drom, Giorgio Bezzecchi, sottolinea la gravità della contingenza in cui si trova il popolo Rom: “Gli sgomberi dei micro-insediamenti sono decuplicati, rispetto allo scorso anno, e non vedo come potranno sopravvivere decine di migliaia di bambini, donne e uomini Rom senza cibo né medicine, quando arriveranno temperature al di sotto dello zero”. “Mentre i campi Rom di grandi e dimensioni sono monitorati da associazioni e comitati per i Diritti Umani,” proseguono i leader del Gruppo EveryOne, “gli sgomberi degli insediamenti composti da singole famiglie o gruppi esigui causano una diaspora di decine di migliaia di Rom di cui, in seguito alle operazioni di allontanamento e spesso di deportazione oltre i confini di comuni e regioni, si perdono le tracce”. Nel complesso, il Gruppo EveryOne stima che vi siano attualmente più di 70 mila Rom – fra cui 40 mila bambini, molte donne incinte e persone affette da patologie cardiache e infezioni gravi – esposte a gravissimi pericoli causati dall’indigenza, dalla situazione sanitaria e dall’attività dei gruppi razzisti”. E’ di ieri la conferma del ministro degli Esteri Franco Frattini che il Governo Italiano ha chiesto all’UE i fondi comunitari per l’integrazione dei Rom messi a disposizione da Bruxelles, che ammontano a decine di milioni di euro. “A maggior ragione,” continuano i rappresentanti del Gruppo “è ora che i politici che governano questo Paese interrompano immediatamente la campagna persecutoria nei confronti del popolo Rom, che in queste ore sta vivendo momenti drammatici per la sua sopravvivenza. Si deve rilevare inoltre che alla richiesta dei fondi non ha fatto seguito alcuna dichiarazione relativa a progetti di accoglienza e integrazione, ma solo proclami di nuove operazioni di sgombero ed espulsione dei Rom che vivono in Italia. Ricordiamo che le espulsioni dei Rom romeni, i cui capifamiglia sono in Italia in cerca di lavoro, sono vietate dagli articoli 16 e 27 della Direttiva 2004/38/CE e che sgomberi e deportazioni ‘al confino’ sono proibite – in quanto atti di discriminazione e violazione dei diritti umani – dalla Direttiva 2000/43/CE e dalla Risoluzione del Parlamento europeo per una strategia europea riguardante i Rom. L’Unione europea ha manifestato un giudizio estremamente positivo verso progetti di integrazione come quello denominato ‘Romanesia’, elaborato dagli esperti del Gruppo EveryOne, che ha fra i propri membri personalità di chiara fama della società e della cultura Rom, a livello internazionale, da Marcel Courthiade a Saimir Mile, da Jeanne Gamonet a Jean (Pipo) Sarguera. ‘Romanesia’ si basa sulla concessione alle comunità Rom locali di terreni, che devono assere destinati all’edificazione da parte di imprese e manodopera Rom, sotto l’egida dell’Unione Europea e delle associazioni per i Diritti Umani, con assistenza sociale e sanitaria e attuazione di programmi d’integrazione lavorativa per gli adulti e scolastica per i minori”. EveryOne fa sapere inoltre che è al lavoro una task force internazionale di medici e infettivologi che presto presenterà, di concerto con gli esponenti del Gruppo, un rapporto alla Commissione e al Consiglio Europeo, dove si annuncia il rischio sempre più incombente in Italia di una morìa incalcolabile e tragica di esseri umani.

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