Death and Migration: New article in International Migration Review — Postcards from …

In this article, newly published in International Migration Review, Simon McMahon and I unpack the relationship between migrant deaths and migration governance in the context of the so-called EU’s ‘migration crisis’. We argue that migrant deaths at sea have played a central role in shaping policy and public responses to Europe’s “crisis.” Yet relatively little […]

Death and Migration: New article in International Migration Review — Postcards from …

Aquarius. MSF risponde alle accuse

MSF logo
Gentile Vincenzo,ti scrivo per un commento sulla notizia di ieri del sequestro della nave Aquarius per presunte irregolarità nella gestione dei rifiuti di bordo. Il sequestro è stato richiesto dalla Procura di Catania. Il provvedimento di sequestro deriva da un’indagine sullo smaltimento dei rifiuti di bordo, con particolare riferimento ai vestiti dei migranti soccorsi, agli scarti alimentari e ai rifiuti dell’infermeria della nave.

Come puoi immaginare rifiutiamo categoricamente queste accuse e siamo pronti a chiarire i fatti e a rispondere delle procedure che abbiamo seguito e riaffermiamo con forza la legittimità e la legalità della nostra azione umanitaria.

La Procura sostiene che questi rifiuti dovevano essere considerati rifiuti sanitari a rischio e gestiti secondo apposite procedure, ma MSF ha sempre seguito procedure standard basate su regolari contratti con gli agenti portuali e le aziende preposte allo smaltimento dei rifiuti al porto, per questo siamo sereni e confidiamo nel corso della giustizia.

Da medici, è inaccettabile anche solo il sospetto di una simile ipotesi di reato: salvare vite è la nostra prima ed unica missione.“Questa accusa attacca la professionalità di tutti gli operatori umanitari impegnati a controllare trasmissioni infettive in ben altri contesti come l’Ebola in Congo. La Tubercolosi e la Meningite non si trasmettono con i vestiti ha ricordato ieri in conferenza stampa Gianfranco De Maio medico MSF “Sono parole inaccettabili”. Siamo sempre molto attenti a quelli che possono rappresentare elementi di contagio o di diffusione di malattie e possiamo affermare che nessun rischio sanitario è stato mai individuato sulle navi di soccorso dall’inizio delle attività in mare, men che meno legate alla pericolosità dei rifiuti.

Ovviamente diamo piena disponibilità a collaborare con le autorità italiane e ci auguriamo che si faccia chiarezza il prima possibile su questa ennesima, assurda accusa.

Da ieri tanti dei nostri donatori ci stanno chiamando per avere informazioni ma soprattutto per confermare la loro fiducia e il loro sostegno. Si fidano di noi e in questo momento scelgono di stare al nostro fianco perchè significa stare al fianco di chi difende l’umanità e l’aiuto umanitario. Sei un nostro prezioso sostenitore per questo per me è importante fornirti dettagli e non mancherò di segnalarti ulteriori aggiornamenti.  Clicca qui► per vedere la conferenza stampa di ieri.
Mi auguro che questo ti aiuti a comprendere meglio il nostro impegno e la nostra posizione al riguardo, ma se avessi ancora qualche dubbio, puoi scrivermi direttamente all’indirizzo a.anselmi@msf.it

Spero di averti ancora al nostro fianco, oggi più che mai abbiamo bisogno del sostegno di chi ci accompagna da sempre.
Grazie

Naufraghi

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di Fulvio Vassallo Paleologo*

Alla fine, dopo una settimana di attesa in mare, ostaggio delle politiche europee di appoggio alla Guardia costiera libica, Malta ha accettato di trasbordare su un mezzo della sua marina militare i cinquantotto naufraghi soccorsi una settimana fa dalla nave Aquarius di SOS Mediterraneè a nord delle coste libiche e quindi di concedere il transito nel porto de La Valletta, verso i pochi paesi europei che si sono assunti la responsabilità di accoglierli (Portogallo, Spagna, Francia e Germania). Una soluzione raggiunta su iniziativa del Portogallo e della Spagna, dopo l’iniziale diniego dei francesi. Non si placano invece le intimidazioni del ministro dell’interno italiano contro le ONG che continuano a operare attività di monitoraggio nel Mediterraneo centrale.

Armed Forces of MALTA (AFM) declaration

A total of 58 migrants, who were on board the AQUARIUS, will be brought to Malta by the Armed Forces of Malta, as part of the transfer of migrants on humanitarian basis. The P52 vessel will be entering Hay Wharf Base at noon. Members of the Press will be provided with an area in the Marina di Valletta, Yacht Marina parking for media coverage.

Una soluzione che dal premier maltese viene definita “umanitaria”, ma che si inquadra in una politica disumana che viene adottata da oltre un anno, con il consenso dell’Unione europea a scapito dei migranti da soccorrere in acque internazionali e di chi continua ostinatamente ad assisterli. La salvaguardia del diritto alla vita non può cedere di fronte alle scelte strumentali di chi costruisce sul respingimento dei migranti le sue fortune elettorali. Come se le Convenzioni internazionali e i principi costituzionali, e perfino le leggi dello stato fossero disapplicabili sulla base dei sondaggi, magari con qualche tweet o con una canea di followers che infamano chi riesce ancora a salvare vite in alto mare.

https://comune-info.net/2018/09/cosa-prevede-il-decreto-sicurezza/embed/#?secret=5JG2As0u5d

Si alimenta una falsa contrapposizione con l’Unione Europea, quando invece le politiche decise a Bruxelles (come è emerso nel vertice di Malta del 3 febbraio 2017, all’indomani degli accordi tra il governo Gentiloni e le autorità di Tripoli) combaciano perfettamente con quelle dei governi che più dichiaratamente si schierano contro il soccorso in acque internazionali. Si impone alle ONG di non “interferire” con le attività di intercettazione in alto mare operate dalle motovedette libiche, adducendo l’esistenza di una zona SAR (area di ricerca  e salvataggio) “libica” in acque internazionali, oltre il limite di dodici miglia delle acque territoriali, e dunque l’obbligo di lasciare alle autorità “libiche” (di quale Libia?) tutti i poteri di intervento e di intercettazione, con il fine esclusivo di riportare a terra il maggior numero di persone. Anche se a seguito dei ritardi e della inefficienza della Guardia costiera “libica” le persone fanno naufragio. Vedremo adesso che inchiesta sapranno fare a Tripoli sugli abusi denunciati dalla BBC commessi ai danni delle persone intercettate in alto mare dalle motovedette libiche. Per molti dei miliziani imbarcati a bordo di quelle motovedette sembra che i corsi di formazione in Europa non siano stati particolarmente utili, almeno dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Non si comprende come le autorità di Tripoli possano garantire i diritti fondamentali delle pesone intercettate in mare, e adesso degli stessi libici. La Libia, in tutte le sue diverse articolazioni territoriali e militari, non può essere ritenuta un paese che garantisce “porti sicuri di sbarco”, place of safety, che dovrebbero essere garantiti dalle autorità che coordinano gli interventi di soccorso. Anche per non violare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che impone a tutti gli stati firmatari (tra cui non c’è il governo di Tripoli) il rispetto assoluto del principio di non respingimento.

Rispetto al forte calo delle partenze dalla Libia, derivante dalle condizioni di conflitto civile che rallentano gli spostamenti a terra, o li impediscono del tutto, è infatti aumentato il numero delle vittime, quest’anno già oltre 1.300 persone, in maggior parte naufragate in mare a partire dal 28 giugno di quest’anno, da quando il governo di Tripoli ha proclamato unilateralmente una zona SAR “libica”, e le autorità italiane hanno abbandonato alle motovedette libiche e al centro di coordinamento di Tripoli (variamente supportato dalla marina militare italiana con la missione Nauras) il compito di intercettare in mare i migranti e riportarli nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti. Tra questi rimane centrale lo snodo del centro di detenzione di Zawia, ubicato in una zona fortemente interessata dal contrabbando di petrolio dalla vicina raffineria, come è provato da indagini della magistratura italiana, che è diventato il punto principale di sbarco (point of disembarkation) dei migranti soccorsi/intercettati in mare dai libici, dopo che la situazione a Tripoli è precipitata. Ma chi finisce nelle mani della Guardia costiera “libica” è comunque destinato a subire abusi, ovunque venga sbarcato.

https://comune-info.net/2018/07/pedagogie-critiche-roma-e-il-mondo-scuola-senza-mura/embed/#?secret=xCQdGcEkDg

Le condizioni del centro di Zawia sono note da tempo, e adesso sono confermate dalle testimonianze di migranti che sono riusciti ad essere evacuati verso i paesi di origine grazie ai progetti di rimpatrio volontario gestiti dall’OIM. Ma quelle stesse condizioni disumane sono confermate anche negli altri centri, anche in quelli che vengono definiti “governativi”, sia dai rapporti internazionali che dalle testimonianze dei migranti che riescono ad arrivare ancora nel nostro paese. Eppure si continua a parlare di rinforzo delle missioni Frontex nella prospettiva di una maggiore collaborazione con la Guardia costiera “libica”, quando la prospettiva corretta dovrebbe essere quella del lancio di una grande missione di soccorso umanitario gestita a livello europeo. Una prospettiva certo impopolare, ma l’unica che potrebbe garantire la salvaguardia effettiva della vita umana in mare, in quella che si continua a ritenere come la zona SAR “libica”. Ed anche in quella maltese nella quale il governo de La Valletta non interviene, o interviene con grande ritardo.

Tutti i politici europei, e soprattutto i rappresentanti del nuovo governo italiano, si riempiono la bocca con l’esigenza prioritaria di combattere il traffico di “clandestini” e con l’obiettivo dichiarato  di impedire che gli operatori umanitari delle ONG possano diventare facilitatori, se non addirittura favoreggiatori, di chi specula sull’immigrazione che definiscono “illegale”. Anche il ministro della difesa Trenta rimane sulla stessa posizione. Nei fatti non si distingue neppure tra scafisti e trafficanti, le indagini nazionali si arenano presto davanti alla mancata collaborazione di quegli stessi governi con i quali si collabora per intercettare i migranti in mare, e alla fine aumentano soltanto le persone condannate ad un naufragio, o destinate a subire ogni sorta di abusi nei centri di detenzione a terra.

Si arriva persino a ricattare i paesi di bandiera delle navi umanitarie perchè revochino l’immatricolazione della nave e impediscano così, su commissione diretta che nessuno può negare, la prosecuzione delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Un completamento di quella strategia di elusione della portata della sentenza Hirsi, di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che si sta completando, dopo i sequestri delle navi umanitarie, con il loro blocco attraverso espedienti burocratici. Come quelli adottati anche da Malta per tenere ferme nel porto de La Valletta tre navi umanitarie di Lifeline, Seefuchs e Seawatch che in questi mesi avrebbero potuto soccorrere migliaia di persone, come avveniva fino allo  scorso anno, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana.

Non sono bastate neppure le richieste di archiviazione dei procedimenti penali contro le ONG. Si continua a diffondere il messaggio secondo cui queste organizzazioni approfitterebbero delle emergenze in mare e costituirebbero fattori di attrazione delle partenze. In realtà i veri speculatori sull’immigrazione illegale sono coloro i quali negano l’evidenza delle torture e degli abusi subiti dai migranti in Libia dopo essere stati riportati a terra dalla sedicente guardia costiera “libica”, non aprono alcun canale legale di ingresso e arrivano, di fatto, a sbarrare i porti, senza avere neppure il coraggio di emettere un provvedimento formale che possa essere impugnato davanti ai tribunali internazionali o ai giudici nazionali. Gli stessi che intervengono sui paesi di bandiera delle navi umanitarie per bloccarne l’attività di soccorso, speculano sulla paura della popolazione, una paura costruita su una emergenza sbarchi che ormai non esiste più. Ma che rimane sempre utile per garantirsi il consenso,malgrado alimentando una falsa contrapposizione con Bruxelles, magari in nome del sovranismo, in tempi nei quali persino l’Unione Europea, e alcuni stati in particolare, denunciano l’inadempienza da parte dell’Italia degli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

Per quanto stiano ancora cercando di fermare in tutti i modi le attività di ricerca e salvataggio delle Organizzazioni non governative, attività che spetterebbero agli stati, ma che gli stati non assolvono più, le imbarcazioni e gli operatori umanitari, anche a rischio di subire altri sequestri e altri arresti, continueranno la loro attività di monitoraggio e di denuncia nelle acque del Mediterraneo centrale e a terra, ovunque sia possibile contrastare l’abbandono in mare e la comunicazione tossica che lo sostiene. La vita delle persone vale più della propaganda elettorale di qualche ministro dell’interno. Salvare vite umane è un obbligo, non una scelta.

 

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif (con il titolo originale completo Naufraghi in transito a Malta, ma ancora intimidazioni contro le ONG)
*Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. È componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo

https://comune-info.net/2018/09/naufraghi/

From radar systems to rickety boats: Borderline ethnography in Europe’s ‘illegality industry’

  • Abstract:

This paper is concerned with the problems and possibilities that mobility poses for social scientific research, as seen through the lens of my own work on irregular migration from West Africa towards southern Spain. I begin with two contrasting vignettes from Europe’s borders that illustrate the paradoxical role of mobility in the continent’s escalating ‘fight against illegal migration’ – as well as the challenges involved in grappling with such mobility ethnographically.

 

  • Uploaded by
    Ruben Andersson

 

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Wallah – Je te jure. movie with French sub

“Wallah – Je te jure” raconte les histoires d’hommes et des femmes voyagent sur les routes de migration ouest-africaines vers l’Italie. Les villages ruraux du Sénégal, les gares routières du Niger et les ghettos pleins de trafiquants, de places et de maisons italiennes sont le fond de ces voyages courageux qui finissent souvent par la tragédie. Peu importe le coût, l’objectif pour atteindre l’Europe sera atteint, “Wallah”. Mais il y a ceux qui, fatigués du voyage, rentrent chez eux.

Perché danno fastidio le Ong che salvano i migranti in mare?

Questa è la ricostruzione fedele di quanto sta avvenendo nel Mediterraneo Centrale dove l’Agenzia Frontex insieme ad organizzazioni e media di destra, in Italia e in Europa, criminalizzano le Ong che tentano operazioni di salvataggio in mare. Una vera e propria operazione di screditamento attraverso cui si tenta di intimidire non solo le organizzazioni umanitarie ma l’intera società civile che non si volta dall’altra parte e che considera salvataggi e degna accoglienza come le uniche risposte da dare a chi fugge. Leggi

Mancato soccorso in mare 260 morti di cui 60 bambini

Molti pseudo marinai sono convinti che la Guardia Costiera sia obbligata ad intervenire per ogni richiesta di soccorso, anche quando non è in gioco l’incolumità della vita delle persone. Non è assolutamente vero! Il suo obbligo istituzionale è rivolto SOLO al SOCCORSO DELLE VITE UMANE IN MARE. Ciò significa che se una barca rimane in panne col motore, non può pretendere il soccorso in mare se le condizioni meteo marine non sono tali da compromettere l’incolumità dei passeggeri.

In questo caso IL SOCCORSO è stato disatteso 260 persone morte di cui 60 bambini, le polemiche sulle ong che guadagnano sui salvataggi sono alquanto pretestuose e il sistema Frontex come ascoltiamo dalla telefonata ha diverse lacune.

Personalmente provo una profonda vergogna.

Bauman: “Muri contro i migranti, una vittoria del terrorismo”

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman, nato in Polonia nel 1925, è uno dei più importanti sociologi contemporanei.
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Bauman: “Muri contro i migranti, una vittoria del terrorismo”

27 dicembre 2015Zygmunt Bauman

Meno democrazia, xenofobia, risentimento: tempi bui per i rifugiati in Europa. OM intervista il grande sociologo polacco

«Per vincere, i terroristi fondamentalisti possono tranquillamente contare sulla miope collaborazione dei loro nemici». Sospensione di regole base della democrazia, risentimento verso gli stranieri, il circolo tra propaganda politica e xenofobia, stati-nazione incapaci di affrontare un fenomeno epocale come le grandi migrazioni. La “refugee crisis”, prima e dopo gli attentati di Parigi, è la cartina tornasole di una più globale crisi dell’Occidente, spiega in quest’intervista a Open Migration il grande sociologo della società liquida Zygmunt Bauman. Un’emergenza che durerà a lungo e alla quale l’Europa non ha ancora trovato gli argomenti adeguati per rispondere, presa in mezzo tra la necessità di aumentare i controlli – da ultimo la stretta sulle identificazioni forzate alle frontiere – e la necessità di tenere aperto uno spazio comune europeo.

Prof. Bauman, lei critica il modo in cui l’Europa ha reagito agli attentati del 13 novembre. Perché?

Se l’obiettivo strategico della guerra dei terroristi globali – come ha detto Hollande con il consenso di molti europei – è la distruzione di ciò che loro condannano e che invece noi abbiamo a cuore, ossia la civiltà occidentale, non c’è tattica migliore che quella di portare alcuni dei portavoce più importanti di tale civiltà a smantellarla gradualmente con le proprie mani, e tra gli applausi, il sostegno, o quantomeno l’indifferenza dei cittadini. Moltiplicando le misure eccezionali e mettendo da parte i valori che si vorrebbero difendere – anzi introducendo tali misure in nome di quei valori – si spiana la strada alle forze anti-occidentali. Un obiettivo che queste forze non sarebbero in grado di raggiungere da sole.

Qual è l’errore che attribuisce alla Francia e all’Occidente in questo momento?

Rinforzando la xenofobia dal basso e concentrandosi sui migranti provenienti dai paesi islamici si passa la palla nelle mani dei terroristi fondamentalisti. L’accoglienza ostile verso i rifugiati da una parte scoraggia i potenziali rifugiati che sono ancora nei loro paesi, dall’altra amplia le possibilità di reclutamento per le cellule terroristiche estendendo il contagio ai migranti residenti in Francia da tempo. Gli avversari di Hollande, Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen, lo hanno spinto a rovesciare il principio della presunzione di innocenza, presupponendo che i rifugiati di fede islamica siano presunti terroristi fino a prova contraria. E così di fatto impedendogli di sentirsi accolti in un paese in cui speravano di sentirsi a casa. Ma non è facile che Hollande vinca la sua battaglia. Come si dice, c’è sempre un demagogo più grande in giro.

Un milione di arrivi in Europa nel 2015 e circa 4000 morti nelle traversate di migranti e rifugiati nel Mar Mediterraneo. Siamo di fronte a una situazione di emergenza o un fenomeno strutturale, che durerà negli anni futuri?

Una fatale coincidenza di entrambi. La migrazione di massa ha accompagnato l’era moderna fin dall’inizio. Quello che chiamiamo “stile di vita moderno” produce “persone in esubero”, ossia “inutili” per il mercato del lavoro a causa del progresso economico, o “intollerabili”, ossia respinte per effetto di conflitti bellici o sociali. Tra le cause di questo spostamento di massa c’è la destabilizzazione profonda, e apparentemente senza prospettive, dell’area mediorientale. Una destabilizzazione determinata da miopi e sciocche politiche e iniziative militari delle potenze occidentali.

Quest’anno è nata l’esigenza di distinguere in maniera netta tra “migranti economici” e “rifugiati”. È possibile tirare una linea senza discriminare?

Come le ho appena detto, le cause degli attuali movimenti di massa sono di due tipi. Ma è duplice anche l’impatto sui paesi di destinazione. Chi ha interessi economici nelle zone sviluppate del globo in cui sia i migranti economici che i rifugiati cercano riparo accoglie a braccia aperte questa manodopera a basso costo, spesso con competenze che possono essere utilmente sfruttate. D’altro canto, per la maggior parte della popolazione, già ossessionata dalla fragilità esistenziale e dalla precarietà della propria condizione sociale, tale afflusso significa un’ulteriore concorrenza sul mercato del lavoro, un’incertezza più profonda e una diminuzione delle possibilità di miglioramento della propria vita. Questo produce uno stato mentale politicamente esplosivo.

Anche prima degli attentati di Parigi i governanti europei sono stati spesso indecisi e oscillanti nelle scelte, si pensi alle aperture e chiusure di Angela Merkel.

Lo ripeto ancora una volta, i governi che si presumono ancora sovrani del loro territorio soffrono in realtà di un doppio legame, con alcuni poteri globali e con i loro elettori, locali, e ritenuti anch’essi sovrani. Nessuna meraviglia che, come lei suggerisce, siano ondivaghi e precari nelle decisioni. Avidamente ma invano, cercano di avere il piede in due scarpe, ma le richieste dei due campi non si conciliano. Al massimo possono essere ascoltate e, a intermittenza, realizzate. Tuttavia, quasi mai soddisfacendo fino in fondo una delle due parti, per non parlare di entrambi contemporaneamente.

Dove bisogna cercare le cause di questa crisi che lei definisce “strutturale”?

Gli stati-nazione indipendenti sono incapaci ormai di affrontare da soli i problemi derivanti dall’interdipendenza globale. Con la globalizzazione del potere che lascia indietro la politica locale, gli strumenti disponibili di azioni collettive efficaci non corrispondono alla misura dei problemi generati dalla nostra condizione globalizzata. Per citare Ulrich Beck, stiamo già in una situazione cosmopolita ma ci manca drammaticamente una consapevolezza cosmopolitica. Abbiamo fallito nella capacità di costruire con serietà istituzioni destinate a gettare le fondamenta di tale consapevolezza.

Quali rischi corre l’Europa con il boom delle forze politiche xenofobe?

Per il momento, la discussione pubblica è dominata dal risentimento verso gli stranieri, i “soliti sospetti”. In tempi di incertezza acuta e di terrorismo si avvicina la paura di un terremoto sociale. E gli stranieri sono oggi sospettati di essere la causa del caos globale.

Quali sono gli effetti politici dell’arrivo di decine di migliaia di migranti e rifugiati nei paesi europei?

La politica trae profitto dalla xenofobia ormai popolare in tutta Europa con la sola eccezione di Spagna, Portogallo e Finlandia, paesi finora esclusi dai flussi dell’immigrazione. Nella tradizionale Vienna progressista i quiz oggi dicono la il partito xenofobo Freiheitliche Partei è al livello dei socialdemocratici. In Olanda, suonare la melodia xenofoba ha fatto guadagnare più di dieci seggi parlamentari a Geert Wilders a scapito dei liberali di Mark Rutte che sono al potere. In Germania, la xenofobia ha spinto Alternative für Deutschland fuori dalla sua invisibilità politica. In Italia, Matteo Salvini e la Lega Nord potrebbero triplicare i loro voti grazie all’abbandono dell’autonomismo e concentrandosi solo sulla chiusura agli immigrati. In Gran Bretagna, il flusso dei migranti ha offerto una seconda vita a Nigel Farage e all’Ukip dopo la sua sconfitta elettorale dello scorso anno.

Come si risponde alla deriva xenofoba?

La xenofobia e il razzismo sono sintomi, non cure. Comunità etniche diverse sono destinate a coesistere nelle società moderne, a dispetto di ogni retorica che sogni un ritorno a una nazione pura e non meticcia. Per concludere, voglio usare le parole dello storico Eric Hobsbawm: «Oggi, la tipica minoranza nazionale nella maggior parte dei paesi di approdo dei migranti è un arcipelago di piccole isole piuttosto che un continente unico. Ancora una volta, i movimenti identitari sembrano essere il prodotto di debolezza e paura. In ogni società urbanizzata incontriamo stranieri: uomini e donne sradicati che ci ricordano la fragilità o il prosciugamento delle nostre radici famigliari».

Intervista di Alessandro Lanni

fonte:http://openmigration.org/idee/intervista-a-zygmunt-bauman/

We are the refugees.

We are the refugees.
All of us.
No one is excluded.

We are the refugees every time we go on Facebook.
Yes, really.
We do when we feel the heat with ‘likes’ and ‘shares’, when we welcome a smiling or winking face, and we feel loved by the number of followers and friends.
Sure, hundreds of so-called friends who are always there, motionless and looking at us as the picture of a family album.
Making us feel like family.
Or at least that is what we believe.
What we find.
Because we need that and because we lack.
To feel protected.
And safe.

We are the refugees.
All of us, every time we turn on the smartphone or, at best, the iPhone, and we are there, ‘whatsapping’, crazy clicking with our fingers, saying, responding, reading, and starting over.
Just so we’re all together, never alone, never silent, never empty, inside.
Let’s look, now, for example in the crowded subway. Hundreds of people all with head pasted onto a giant screen, even 5 inches.
All safe.
And protected.

We are the refugees.
Locked in cars in traffic.
Stacked in plastic and metal super-equipped boxes, small or preferably large.
And the bigger car hides the smaller guy, did you see?
Fortunately, there are windscreens in this world, right?
Because it does not protect just us from the breeze.
It makes us feel invisible.
Protected by rival eyes.
Safe.

We are the refugees whenever we strive to do the same thing.
To say the same thing.
To think in the same way.
In order to be all right.
Or otherwise.
But all together.
And then again unmistakable.
Never recognizable.
Protected and safe.

We are refugees when we get back home and we are convinced that it is all there.
The world, our world.
Because aliens are out, beyond the single credible window, the TV.
And the sofa is the privileged island to observe who has not ever found.
A refuge.

Yes, there are also this kind of refugees.
Those who ask heat, listening and support.
A protected and safe place.
To other refugees.
Just like us.
Because there is nothing more normal and logical.
Human.
Than seeking help from those who should know perfectly.
What does it mean.
Being a refugee…

Stories and News: http://betweentwosouths.blogspot.com/

B and S. Karakayali (2017) The volatility of the discourse on refugees in Germany, Journal of Immigrant & Refugee Studies

Authors
Bastian VollmerBastian  Vollmer

Abstract:

The anti-immigration continuum of public attitude-mediapolitics has undergone changes in the course of the “refugee crisis” in Germany. By examining migrant representations and discursive events taking place in 2015 and early 2016, we will show the volatility of the recent discourse on refugees. A historical/critical discourse analysis will show how new topoi arose and old topoi of the security/power paradigm have lastly reconquered the discourse. Using newspaper coverage, we discuss discursive events in three main sections: borders, arrival, and presence. Discursive shifts have taken place that have had an impact on the configuration of migration categories such as migrants or refugees.

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El coste humano de la hipocresía europea

 

Hoy se cumple un año del vergonzoso acuerdo entre la Unión Europea y Turquía, que ha provocado el sufrimiento de miles de personas refugiadas. No es el único acuerdo por el que estas personas corren peligro

El investigador de AI sobre migración, Matteo de Bellis, analiza las terribles consecuencias que la colaboración entre Italia y Libia en materia migratoria está provocando, y nos demuestra, una vez más, el desprecio de los líderes europeos por quienes huyen de la guerra y la persecución

17/03/2017 – 20:37h

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Personas migrantes en su viaje a Europa © Emilio Morenatti
Personas migrantes en su viaje a Europa © Emilio Morenatti

Cuando vio barcos a lo lejos, Issa supo que viviría. Era julio de 2014 y había pasado horas en el mar, aferrado a un bidón de gasolina de plástico, mientras mujeres, hombres, niños y niñas se ahogaban a su alrededor. La pequeña embarcación de goma que se suponía que los iba a llevar a todos a Italia se había hundido sólo dos horas después de partir de la costa libia. De las 137 personas que, según afirma Issa, iban a bordo, sólo sobrevivieron 49.

A Issa, de Burkina Faso, no lo rescató un barco que pasaba, sino que lo recogió la guardia costera libia. En lugar de llevarlo a un puerto seguro en Italia, como él esperaba, lo devolvieron a Libia, donde lo entregaron a la policía. Según su relato, estuvo encerrado durante meses en condiciones terribles mientras era golpeado regularmente por policías que le pedían dinero a cambio de su liberación.

“Me ataban las manos a la espalda”, cuenta. “Estaba tumbado en el suelo boca abajo, y me golpeaban en la espalda con un cinturón y con cables eléctricos.”

Sólo cuando la familia de Issa logró reunir 625.000 francos CFA (unas 900 libras esterlinas) fue finalmente puesto en libertad.

Migrantes en Niger esperan el viaje a través del Sahel © Ali Abdou
Migrantes en Niger esperan el viaje a través del Sahel © Ali Abdou

En septiembre del año pasado trató de llegar a Italia de nuevo pero, después de tres días en el mar, la embarcación en la que viajaba arribó de vuelta a costas libias. “Nos detuvieron a nuestra llegada y nos llevaron a una cárcel en Trípoli, y dos semanas después nos trasladaron a la ciudad de Sabha. Supimos que los traficantes nos habían vendido“. Tras un mes de cautiverio, él y otros consiguieron escapar. “Nuestros secuestradores dispararon contra algunos. No sé si alguien murió“, cuenta.

Esta es sólo una de las historias de las personas a las que entrevistamos durante una reciente visita a Agadez, una ciudad en el centro de Níger que se ha convertido en punto de tránsito para personas refugiadas y migrantes procedentes del África subsahariana que tratan de llegar a Europa a través de Libia, así como para aquellas que regresan tras haber sufrido abusos atroces allí.

Estas personas repiten historias desgarradoras que he escuchado de boca de cientos de personas refugiadas y migrantes a las que he entrevistado en centros de acogida de Italia. Muchas de ellas habían estado detenidas durante meses en Libia, donde, según afirman, fueron torturadas, golpeadas, violadas y humilladas. La palabra que se me quedó clavada en la mente, utilizada por tantas de esas personas para describir su experiencia, es “ infierno“.

Los gobiernos europeos están invirtiendo decenas de millones en medidas contra la inmigración en Níger, apoyando, entre otras cosas, operaciones de la policía nigerina para detener el flujo de camionetas que avanzan hacia la frontera libia. Dicen que estas medidas son necesarias para proteger a los viajeros. Tal como me dijo un diplomático en Níger: “Nos preocupa la gente, está esclavizada en Libia. Tenemos que detenerlo. No podemos aceptar que la gente pierda la vida y sufra semejantes abusos”.

Pero, si la seguridad de estas personas es realmente su principal preocupación, ¿por qué esos mismos gobiernos no escatiman esfuerzos para contribuir a que las autoridades libias intercepten a quienes intentan venir a Europa? De hecho, en los últimos meses, las instituciones y los gobiernos europeos han incrementado su cooperación con la guardia costera libia para ayudarla a interceptar a personas y llevarlas de vuelta a Libia, apartando la vista de los terribles abusos que esas personas sufrirán allí. Tan sólo en las últimas semanas, Italia ha firmado un nuevo acuerdo sobre control de migración con Libia, y los líderes europeos han declarado reiteradamente –sin ir más lejos, la semana pasada, en el Consejo Europeo– su intención de aumentar su colaboración.

Las acciones actuales para reforzar la guardia costera libia –mediante la provisión de barcos y formación– podrían salvar vidas en el mar. Pero, sin unos esfuerzos significativos para impedir tanto la detención automática de las personas refugiadas y migrantes interceptadas en el mar por los guardacostas como los malos tratos a los que estas personas son sometidas sistemáticamente en Libia, y para proporcionar acceso a protección a quienes piden asilo, esas medidas son un arma de doble filo.

Dibujos sobre las torturas y los riesgos que sufren las personas migrantes y refugiadas en Libia © AI
Dibujos sobre las torturas y los riesgos que sufren las personas migrantes y refugiadas en Libia © AI

Con cada acuerdo que se anuncia, los líderes europeos transmiten una señal clara de que, al no mantener a estas personas fuera de Libia, realmente no les preocupa la protección de hombres, mujeres, niños y niñas. Al donar barcos a unos guardacostas acusados de actuar en connivencia con traficantes y de golpear a las personas interceptadas en el mar, y al apoyar centros en los que se detiene arbitrariamente y se tortura a gente, su auténtica intención queda clara. De hecho, el impedir que la gente llegue irregularmente a Europa ocupa ahora un lugar tan alto en su agenda que al parecer merece la pena pagar cualquier precio. Las terribles consecuencias de esta ciega actitud son –como Issa sabe demasiado bien– muy reales.

Libia está en medio de una crisis humanitaria, con gran parte del país bajo el control de hecho de grupos armados y bandas criminales. Con un poder judicial débil, la anarquía se ha convertido en norma, y la población civil corre grave peligro de sufrir abusos contra los derechos humanos. En este contexto, las personas refugiadas y migrantes corren peligro de detención arbitraria, secuestro, malos tratos, violencia sexual y explotación. Aunque los centros de detención en los que se recluye a las personas refugiadas y migrantes están teóricamente gestionados por el gobierno libio, de hecho la mayoría están en manos de grupos armados. Estos grupos usan la presión y la intimidación para que los funcionarios les den vía libre en las redes de tráfico de personas.

Si a los líderes de la UE les importaran de verdad los abusos que sufren las personas refugiadas y migrantes en Libia, les ofrecerían rutas seguras y legales a Europa, especialmente poniendo la admisión humanitaria en Europa a disposición de los miles de personas necesitadas de protección. Y algo crucial: la cooperación con las autoridades libias se centraría en apoyar las medidas para proteger los derechos humanos de las personas refugiadas y migrantes en el país, empezando por poner fin a su detención arbitraria y sus malos tratos.

Tras “rescatarlos”, se está encarcelando, explotando, torturando y violando a mujeres, hombres, niños y niñas. El hecho de que las decisiones tomadas por los gobiernos europeos contribuyan, de forma directa o indirecta, a alimentar estos abusos debería horrorizarnos a todos.

Sorgente:http://www.eldiario.es/amnistiaespana/coste-humano-hipocresia-europea_6_623347679.html

Lo avete ucciso voi

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di Saverio Tommasi

Questa notte un uomo più piccolo di me, che abitava a cinquecento metri da casa mia ma arrivato dall’altra parte del mondo, è morto nel rogo dell’ex Aiazzone, il capannone di un gruppo imprenditoriale italiano ricco fallito male, ma che probabilmente ricco è rimasto.

L’uomo si chiamava Alì Muse, e con altri somali dormiva in camere con le pareti di cartone. Alì Muse si era salvato dalle fiamme, ma era tornato indietro a prendere i documenti per il ricongiungimento familiare, perché a quei documenti sono stati impiccati, questi uomini. Documenti che arrivano a caso, in ritardo, come fosse un piacere che si fa ad alcuni, distrattamente, e non un diritto.

Io li so tutti i nomi dei colpevoli, coloro che hanno creato il clima, chi li ha illusi, trasferiti, deportati con promesse, tolto loro la corrente elettrica, umiliati e presi in giro. Per anni. Io li so tutti i nomi dei colpevoli, chi stava seduto comodo e sulla loro pelle faceva le campagne elettorali, e sono i nomi delle amministrazioni comunali a Firenze. E sono i nomi di tutte le destre che le hanno puntellate, spinte e sostenute.

Vaffanculo, senza neanche passare dal via. Alì Muse l’avete ucciso voi. Alì Muse è stato ucciso da chi antepone la legalità alla giustizia, e ieri, ad Amsterdam, avrebbe denunciato Anna Frank, quella bambina dalla penna birichina che viveva in clandestinità.

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* Attore, scrittore, blogger, Saverio Tommasi è nato a Firenze e ama raccontare storie. “Il mio mestiere – scrive nel suo sito – è vivere le storie… Sul campo. Sul palco, attraverso una telecamera o un libro. Mostrare ciò che non si ha interesse a disvelare”. Quali storie? “Storie scomode. Voglio alzare i tappeti e raccogliere la polvere”. Ha scelto di inviare i suoi articoli a Comune con molto piacere.

fonte:http://comune-info.net/2017/01/ali-muse-lo-avete-ucciso-voi/

 

Why pushing undocumented children out of schools won’t help bring down net migration

Nando Sigona, University of Birmingham Leaked cabinet papers seen by the BBC suggest that back when she was home secretary, Theresa May wanted schools to carry out immigration checks and withdraw school places offered to children of parents unlawfully in the UK. The leaked documents show that the proposals were vehemently opposed by the then-education […]

via Why pushing undocumented children out of schools won’t help bring down net migration — Postcards from …

E’ INIZIATO IL RIMPATRIO FORZATO DEI MIGRANTI —

DI CLAUDIA BALDINI Nemmeno si ascolta l’ONU: Le Nazioni Unite mettono in guardia l’Unione Europa sull’applicazione dell’accordo preliminare con Ankara e avvertono che rispedire in massa i profughi in Turchia sarebbe contrario alla convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati Filippo Grandi è intervenuto alla sessione plenaria del Parlamento Europeo a […]

via E’ INIZIATO IL RIMPATRIO FORZATO DEI MIGRANTI —