#ForzaItaliaViva

Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due stili ma un solo melmoso destino

Slide contro pochette, mossa del cavallo contro trionfo del cavillo. L’ex rottamatore e l’ex avvocato del popolo sembrano diversi, invece sono appaiati dalla stessa condanna al trasformismo. Pronti a tutto per agguantare il mitologico centro, dal medesimo cilindro.

di Susanna Turco.

leggi su l’Espresso

 

Volkswagen top lobbyist sacked in toxic fumes fraud scandal — Dear Kitty. Some blog

This video from Australia says about itself: 2018 Volkswagen MonkeyGate Scandal: What were they thinking? 27 January 2018 What is it with these Volkswagen arseholes and poison gas? This time they’re torturing monkeys. The following headline jumped right out at me: “VW apologises for fumes tests on monkeys” The New York Times broke the story. […]

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«Aiutiamoci a casa loro», il caso Etiopia

[di Giulia Franchi] pubblicato su Il Manifesto del 9 settembre 2017

In Etiopia da due anni è in atto una tremenda stretta repressiva. Lo ha confermato lo scorso aprile, durante un’audizione parlamentare, la stessa Commissione Etiopica per i Diritti Umani, che ha indicato in ben 699 le persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle varie manifestazioni di piazza tenutesi per protestare contro l’operato del governo.

Ora c’è una situazione di calma apparente. Dopo dieci mesi è stato revocato lo stato di emergenza, tanto ormai il dissenso politico è stato cancellato, messo sotto chiave dall’applicazione della draconiana legge anti-terrorismo del 2009. In Etiopia, è bene ricordarlo, i mezzi di comunicazione sono appannaggio del governo e i giornalisti «dissenzienti» possono solo scegliere tra autocensura, esilio o arresto. L’esecutivo non si crea scrupoli a limitare l’accesso ai social media.

Insomma, uno di quei paesi, e non sono pochi, con i quali Palazzo Chigi non riesce a non fare amicizia. E gli amici, si sa, non vanno mai imbarazzati.

FACCIAMO UN PICCOLO salto indietro nel tempo. È il luglio 2015, Matteo Renzi è uno dei pochi capi di governo presenti ad Addis Abeba in occasione della Conferenza dell’Onu sul Finanziamento allo Sviluppo. Prima della fine del vertice, Renzi aveva salutato tutti ed era volato 400 chilometri più a sud, nella valle dell’Omo, per una foto ricordo sulla diga Gibe III, il mega impianto idroelettrico dell’italiana Salini-Impregilo, meritevole, secondo lui, di «portare in alto il Tricolore». Un viaggio, quello in Etiopia, bissato qualche mese dopo dal Presidente Sergio Mattarella. Proprio mentre nel sud dell’Etiopia contadini e pastori della Valle dell’Omo denunciavano il deterioramento delle loro condizioni di vita a causa della diga e dei furti di terra a essa collegati, il Capo dello Stato omaggiò il contestatissimo governo di Haile Mariam Desalegn, avallando l’indissolubile rapporto di amicizia che ci lega all’Etiopia. Amicizia che in gergo geopolitico significa condivisione profonda delle strategie di sviluppo del Paese, dai cui vantaggi l’Italia non intende rimanere esclusa.

EVIDENTEMENTE NON era bastata la poco onorevole storia della diga Gibe I sul fiume Omo, la cui costruzione nel 1999 a opera della stessa Salini aveva provocato lo spostamento forzato di circa 10mila persone. E neppure la «controversa» esperienza di Gibe II, costruita sullo stesso fiume dalla solita Salini, (e parzialmente crollata nel 2011 a meno di una settimana dall’inaugurazione) con un contributo di 220 milioni di euro di soldi pubblici, elargito in circostanze che suscitarono scandalo e stimolarono l’interesse della magistratura. E tantomeno la ormai tristemente famosa Gibe III, quella della foto-ricordo di Renzi, che sta affamando centinaia di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

IL BACINO ARTIFICIALE creato dallo sbarramento ha gradualmente sommerso i territori su cui le tribù della Valle dipendono per la coltivazione e l’allevamento e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno così a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Quando ci fu bisogno di trovare i finanziamenti per Gibe III, fu solo grazie ad una vincente campagna di pressione della società civile che l’Italia fu costretta a ritirarsi dal finanziamento, anche perché tutti i donatori multilaterali avevano fatto marcia indietro.

Oggi, dimostrando poca memoria storica, il nostro esecutivo si lancia in una nuova prova di forza: sarà ancora la Salini-Impregilo a realizzare la diga Koysha (nota come Gibe IV), l’ennesimo mega progetto sul già tormentato fiume Omo, in una saga destinata a non finire mai. A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere l’Italia attraverso la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro. Nel frattempo, in linea con il triennio 2013-2015, l’Etiopia si conferma il secondo maggior beneficiario dopo l’Afghanistan dei fondi della Cooperazione italiana, tramite cui sono stati finanziati progetti per quasi 100 milioni di euro, senza mai imbarazzare l’esecutivo locale con domande sulle violazioni dei diritti umani.

IN QUESTO MODO TUTTO torna: noi suggelliamo l’amicizia con un alleato strategico che ci aiuta nella guerra al terrorismo, il Sistema Italia si rafforza, la Salini-Impregilo conta gli utili e a mettere una toppa, se qualcosa va storto, ci pensa la Cooperazione Italiana, mentre i soldi veri li usiamo per «aiutare i migranti a casa loro». Merkel docet.

Poco importa che l’Etiopia sia di fatto una zona off-limits per chi prova a capire cosa si muova realmente al di là della narrativa ufficiale.

NEL DICEMBRE 2015, anche noi di Re:Common ci eravamo recati lì. Ma il viaggio si rivelò monco, perché ci fu impedito di avvicinarci alle zone «calde», di parlare con chi si oppone all’impetuoso «Piano di Crescita e Trasformazione», modellato su grandi infrastrutture e sviluppo agroindustriale intensivo, a discapito delle componenti più povere e fragili del Paese. Esperienza che ci portò a raccontare quanto accaduto nel rapporto «Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo?».

Del resto è dal 1500 che esiste la ragion di stato come politica dotata di regole proprie e ubbidiente a una logica tutta sua, in nome della quale tutto diventa sacrificabile, con buona pace di quanti si sono sforzati di conciliarla con etica e morale.

ECCOLE ALLORA SVELATE le ragioni di stato del nostro Paese: petrolio, gas, armi, grandi infrastrutture, a cui ora si aggiunge la necessità di stringere alleanze con chicchessia per dimostrare che siamo pronti a tutto pur di porre fine al «problema dei migranti». Al cospetto di ciò, ogni altra questione diventa poca cosa. Che si tratti della sorte delle migliaia di persone arrestate e cacciate dalle loro case dall’esecutivo dell’amico etiopico, degli oltre 4mila morti yemeniti sotto le bombe saudite (di fattura italiana) o della vita di uomini e donne imprigionati nei centri di detenzione in Libia. Così come del destino degli attivisti perseguitati in Azerbaigian o di quello dei 40mila prigionieri politici blindati nelle carceri egiziane.

O, ancora, di scoprire la verità sull’efferato omicidio di un giovane ricercatore italiano al Cairo.

fonte:http://www.recommon.org/aiutiamoci-a-casa-loro-il-caso-etiopia/

LA DENUNCIA DELLA GABANELLI:”ECCO CHI COMANDA VERAMENTE” (VIDEO)

La Gabanelli e’ una famosa giornalista della RAI 3,che con il suo programma inchiesta REPORT ha spesso creato imbarazzo in autorità’ politiche. Ma come tutti i giornalisti non supera quella famosa linea rossa dell’informazione che pero’ in questo caso sembra aver varcato anche se in modo soft. Guardatevi il video e’ capirete perché’ in Italia ed Europa sta accadendo quello che sta accadendo…

Pensate che stanno censurando questo video in tutto il mondo negli archivi on line Rai la puntata e’ stata letteralmete eliminata!!! E dovremmo pagare il canone per questi servi criminali!!!

Guarda: su soloitaliani.com

Riforma costituzionale. La posta in gioco siamo noi —

Un Senato non-eletto, composto da una cricca di notabili delle regioni. Una Camera ai comandi dei governi, che si scelgono presidenti della repubblica e corti costituzionali. Accentramento di competenze ora regionali, come energia e ambiente. Via gli strumenti di democrazia diretta come i referendum abrogativi. “Governabilita’” insomma. Governo forte. Forte perche’? E con chi? […]

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Ma che gran figli di …

Anna Lombroso per il Simplicissimus Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia. E siccome siamo moderni, teniamo famiglie allargate a […]

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Devastare la Puglia. Due parole a Lino Banfi 

di Maria Rita D’Orsogna*, dorsogna.blogspot.com

Qui gli antefatti della questione Lino Banfi – Deposito Gpl – ManfredoniaQui l’Eni a ManfredoniaCaro Lino Banfi,sono appena tornata a casa, dopo il lavoro, dopo la palestra, e dopo un altro dibattito non proprio esaltante di questa deprimente saga Clinton-Trump. Vorrei solo mettermi a letto e leggere un libro, imparare una cosa nuova, pensare a cose belle, costruttive. E invece sono qui che le scrivo, perché non posso fare niente altro, anche se so che possibilità che lei legga quel che scrivo sono molto basse.Non sono nessuno, lo so. Ma qualcuno deve pur parlare. Sono stanca. Di una stanchezza antica, che nasce da quando più di nove anni fa mi dissero che l’Eni voleva trivellare l’Abruzzo. Sono quasi dieci anni, sa?Leggo le sue parole su Manfredonia, sulla costruzione di un impianto Gpl nella cittadina pugliese, e della sua *libera* scelta di fare pubblicità per la ditta Energas coinvolta in questo impianto.È Manfredonia ed è Lino Banfi, ma avrebbe potuto essere Jovanotti e l’Eni, Papaleo e la Basilicata, o Benigni e la costituzione italiana. Non sono importanti i dettagli. Sono importanti i protagonisti e le circostanze. Perché è sempre lo stesso il concetto: gente con potere, con immagine, che potrebbe fare del bene e che invece in qualche modo supporta lo status quo perché il proprio orto è più importante che il giardino della nazione.Dice Banfi sul tema dell’impianto a gas:“Su questo argomento non ho un’opinione precisa perché non me ne intendo. È pericoloso, è sicuro? Non lo so. Credo che come me la maggioranza dei cittadini non sappia esattamente quali sono i termini della questione ma capisco che quando ti dicono ‘distrugge l’ambiente’ ci rimani male, ti spaventi. In ogni caso col referendum di Manfredonia non c’entro nulla. Comunque penso che sia un bene che ci sia, così i cittadini di Manfredonia potranno esprimersi e decidere. Io faccio l’attore. Più di un anno fa ho firmato un contratto con Energas per quegli spot. Li ho girati otto mesi fa. Poteva essere Eni, Q8, Esso o chi volete voi: per me è lavoro, il mio lavoro. Però nessuno può mettere in discussione l’amore che ho per la mia Puglia e anche per Manfredonia (famosa oltretutto per il pesce freschissimo). Vi prego – conclude – non mi tirate dentro una polemica politica che non mi riguarda affatto. Grazie. Una parola è troppa e due sono poche”.Che tristezza leggere queste parole.In Italia nessuno c’entra mai nulla con niente. Posso dirlo? A me nessuno ha mai chiesto di fare pubblicità, ma quando mi dissero che arrivava l’Eni in Abruzzo a differenza di lei non mi sono detta “io con le trivelle di Ortona non c’entro nulla” o  “io con le trivelle di Ombrina non c’entro nulla”. Mi sono messa li a voler *capire* e a fare la mia parte. E ci sono voluta entrare perché la res publica è di tutti, anche mia e anche sua, a prescindere da dove viviamo e cosa facciamo per vivere.Nel mio caso vivevo in California, eppure non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di dire che la “polemica” sul petrolio non mi riguardava o che “non ho un opinione precisa”. Ci ho perso del tempo e me la sono fatta questa opinione. Perché l’ambiente, il territorio, l’Abruzzo, la Puglia, l’Italia non sono concetti astratti che *qualcuno* difenderà. Sono concetti reali che tocca a noi tutti difendere. E chi più potere ha, di qualsiasi genere, più responsabilità ha.E lei? Lei non è la massaia di Manfredonia. Lei è una persona famosa. E in quanto tale ha un *dovere* etico, morale, civile, io credo, di usare quel che si è in modo costruttivo. Se lei dice una parola per difendere Manfredonia, la Puglia, o qualsiasi altro angolo d’Italia, il tutto rimbalzerebbe sulle cronache nazionali in un batter d’occhio. Proprio come è successo adesso. Solo che adesso invece che finire sulle stampa per cose costruttive, lei ci è finito per critiche più o meno inutili.Che significa “Io faccio l’attore”? Chi deve cambiare l’Italia? Chi deve proteggere l’ambiente? Chi deve dare l’esempio? Perché queste cose sono cosi lampanti ai miei occhi, e la maggior parte degli italiani famosi non riesce a capirlo? Anche io potevo dire: io faccio la professoressa universitaria negli Usa e chi si è visto si è visto. Il petrolio non era il mio lavoro. Eppure ho dato quello che potevo perché era giusto cosi.E lei? *Prima* di sottoscrivere pubblicità non le è venuto in mente di voler studiare esattamente cosa questa ditta faceva? Chi c’era dietro? Ma poi, caro Lino Banfi, quanti miliardi deve accumulare uno a ottant’anni? Quanti miliardi le servono ancora?  Possibile che uno ad ottant’anni non si renda conto che forse è meglio lasciare *altre* eredità?  Non materiali, ma civiche?Ed ecco qui una occasione per lei: perché non fa lo spot contro le trivelle in Puglia che lo scellerato governo di Renzi continua ad approvare? Sono anni e anni – appunto almeno nove per quello che mi riguarda – che se ne parla, e credo che le argomentazioni sono diffuse a sufficienza su

Segue: Devastare la Puglia. Due parole a Lino Banfi – Comune-info

Primo Maggio: commemorazione del lavoro

Da anniversario in ricordo di morti sul lavoro e nelle lotte per affrancarsi dalla schiavitù, al triste e ipocrita epilogo degli ultimi decenni. Con la storia che si ripete: crisi economica generata dal capitale e da chi lo detiene, scaricata sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici (anche di più) e dei poveri cristi che il lavoro non lo hanno oppure sono schiavizzati da un lavoro precario, dai raccoglitori di pomodori di Rosarno agli addetti ai call center siciliani, potrei andare avanti. Tutto questo generato da leggi emanate da governi illegittimi,come la Cassazione ha sentenziato.

E allora che cosa festeggiamo? La fine dei diritti dei lavoratori, lo schiavismo legalizzato, le guerre tra poveri per ottenere il necessario: lavoro,istruzione,cure sanitarie e assistenza sociale in particolare verso gli ultimi senza distinzione.Combattere le diseguaglianze e le mafie in modo definitivo quelle infiltrate nelle istituzioni a tutti i livelli questo il mio sogno e quantomeno il motivo per festeggiare.

il Simplicissimus

13062463_1201028376576698_1360454961414732872_nIl primo maggio in Italia ha una storia quanto mai tormentata. Dopo l’inaspettato successo delle manifestazioni internazionali indette nel 1890 in ricordo della strage di Chicago, ma soprattutto per appoggiare la richiesta della giornata lavorativa di 8 ore, la festa del lavoro nella penisola, nasce per davvero nel bagno di sangue di Bava Beccaris. Nel 1898 i lavoratori erano in subbuglio per le condizioni di vita divenute impossibili, basti pensare che un’ora di lavoro era retribuita 18 centesimi mentre un chilo di pane ne costava 40. Così il primo maggio di quell’anno grandi manifestazioni attraversano le città e anche i piccoli borghi tanto che si hanno 3 morti a Minervino, e altri 5 tra Firenze e Sesto fiorentino. A Milano la festa fa coagulare la rivolta che esplode il 6 e che viene repressa a colpi di cannone facendo oltre un centinaio di morti e forse anche 300 secondo alcune testimonianze. Di fatto…

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SI può fare, il 17 aprile — diario di Peppe Carpentieri

Il 17 aprile il popolo italiano sarà chiamato ad esprimere il proprio potere sovrano, direttamente, per abrogare una parte di una legge inserita nel famigerato sblocca Italia. L’azione referendaria è partita dai Consigli regionali che ci chiedono di dire SI per fermare l’estrazione di idrocarburi presso alcune piattaforme poste entro le 12 miglia marine delle […]

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IL CARNEVALE DEI NO GRANDI NAVI, NO GRANDI OPERE INUTILI E IMPOSTE

SALVIAMO VENEZIA

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Riprendiamoci la Nostra Città e il Nostro Territorio

 anche a Carnevale.

Vieni anche tu

 alla Grande Parata di barche allegoriche

in Difesa di Venezia e della Nostra Laguna

Domenica 15 febbraio 2015

dalle ore 14 in poi

Come avevamo anticipato in alcune e-mail precedenti, stiamo preparando per Domenica 15 febbraio 2015 dalle ore 14 in poi una Grande Parata di barche allegoriche addobbate su tutti i temi della Difesa della Nostra Laguna e della Nostra Città; contro le Grandi Opere e lo scandalo mondiale del MOSE, contro le grandi navi in Laguna, contro la devastazione ambientale del Contorta  e la distruzione della Laguna,  contro la continua  svendita della Nostra Città.

A Viareggio ci sono le sfilate di carri allegorici, a Venezia  proponiamo a tutti i cittadini a tutte le associazioni e comitati che in questi anni si sono mobilitati e hanno lottato  di fare una grande sfilata con…

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Ilva non pagherà per i morti di tumore I giudici: lo ha stabilito il decreto Renzi.

è stato messo là, tra le altre cose, appunto per ottenere risultati da chi lo guida

Triskel182

ilva-taranto-giorno

La società non dovrà pagare i 30 miliardi di euro richiesti dalle centinaia di parti civili ammesse nel processo. Bonelli: “È la morte del diritto e della democrazia. Negare i risarcimenti ai parenti delle vittime e tutte le altre parti civili significa condannarli ancora a morte”.

Il decreto Renzi salva l’Ilva anche dal pagamento dei risarcimento. È la notizia emersa nel corso dell’udienza preliminare dinanzi al giudice Vilma Gilli che accogliendo l’istanza dei legali dell’azienda ha escluso l’Ilva dai responsabili civili del processo nato dall’inchiesta denominata “Ambiente svenduto”. Alla base della decisione del gup, infatti, c’è la norma voluta dal Governo che ha traghettato lo stabilimento siderurgico di Taranto in amministrazione straordinaria, consentendo così ai legali dell’amministratore straordinario Pietro Gnudi di chiedere l’estromissione dell’Ilva dal processo. Stessa sorte anche per Riva Fire – cassaforte della famiglia lombarda – e per Riva Forni elettrici.

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