(18) (PDF) Stringer Bell’s Lament: Violence and Legitimacy in Contemporary Capitalism | Jason Read – Academia.edu

In The Wire the illegal drug trade acts as a sustained allegory for capitalism. It is at once the outside of the world of legitimate business, governed by different rules and principles of loyalty, and the dark mirror of business, revealing the

Sorgente: (18) (PDF) Stringer Bell’s Lament: Violence and Legitimacy in Contemporary Capitalism | Jason Read – Academia.edu

Death and Migration: New article in International Migration Review — Postcards from …

In this article, newly published in International Migration Review, Simon McMahon and I unpack the relationship between migrant deaths and migration governance in the context of the so-called EU’s ‘migration crisis’. We argue that migrant deaths at sea have played a central role in shaping policy and public responses to Europe’s “crisis.” Yet relatively little […]

Death and Migration: New article in International Migration Review — Postcards from …

It’s our monster and we better civilise it! DiEM25

A short spot explaining what DiEM25 is about. Starring Mario Draghi, Jeroen Dijsselbloem, and… Frankenstein’s monster.

We’re the Democracy In Europe Movement — a broad alliance of democrats from across national borders and political party lines.

Our goal is to democratise Europe, stop its disintegration, end the Great Deflation, and stem the march of bigotry, xenophobia and despair. To give the people of Europe a real alternative to the Establishment and the rising ‘nationalist international’; a progressive path to save Europe from itself.

Join us! http://diem25.org/join

From radar systems to rickety boats: Borderline ethnography in Europe’s ‘illegality industry’

  • Abstract:

This paper is concerned with the problems and possibilities that mobility poses for social scientific research, as seen through the lens of my own work on irregular migration from West Africa towards southern Spain. I begin with two contrasting vignettes from Europe’s borders that illustrate the paradoxical role of mobility in the continent’s escalating ‘fight against illegal migration’ – as well as the challenges involved in grappling with such mobility ethnographically.

 

  • Uploaded by
    Ruben Andersson

 

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Povertà, emergenza nazionale.

Povertà, emergenza nazionale
Domenica 07 Maggio 2017 23:00
di Tania Careddu
Un italiano su tredici non riesce a soddisfare i bisogni essenziali: un’alimentazione adeguata, la disponibilità di una casa, consona alle dimensioni del nucleo famigliare, riscaldata e dotata dei principali servizi, il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute. Sono condizioni di cui fanno a meno circa quattro milioni e mezzo di concittadini, il 7,6 per cento dell’intera popolazione.
E non basta: il 13,7 per cento è in uno stato di povertà relativa, ossia con un reddito inferiore al 60 per cento di quello medio e il 28,7 per cento è a rischio povertà, cioè sull’orlo di una grave deprivazione materiale e tendente a una bassa intensità di lavoro. Sebbene piuttosto stabile negli anni post crisi, l’impoverimento degli italiani, negli ultimi anni, si è però ampliato ai minori, colpendone uno su dieci e incidendo pesantemente sulle giovani generazioni alle quali, sempre più spesso, è precluso il mondo del lavoro. E, per quelli che il lavoro ce l’hanno, lo scotto da pagare è la precarietà occupazionale, soprattutto per le categorie meno qualificate, esposti al rischio povertà per il basso livello di stabilità della propria condizione lavorativa, dando così origine alla formazione di una nuova schiera di poveri, i working poors.
A fare le spese dell’essere indigente nel Belpaese, sono soprattutto le famiglie numerose, quelle che abitano nelle aree metropolitane e le periferie delle grandi città del Nord e del Centro e il Sud Italia. Nel 2017, stando a quanto riporta il dossier Italiani, povera gente, redatto da Oxfam, l’Italia si colloca al ventisettesimo posto fra le ventinove economie avanzate, penalizzata, sopra ogni cosa, dall’iniquità intergenerazionale e di genere che non permettonoun soddisfacente livello di mobilità sociale.

Si genera una condizione di disuguaglianza che rompe “quel contratto sociale di progressiva ripartizione dei costi e di equo accesso ai servizi pubblici alla base del buon funzionamento di ogni sana democrazia”, rallentando la crescita economica e sociale, già di per sé, poco inclusiva. Ci si trova in una morsa che la disuguaglianza estrema, frutto di scelte politiche orientate da e per l’interesse di pochi e non di un destino ineluttabile, rende più difficile l’uscita dalla povertà, pregiudica lo sviluppo economico, spinge al ribasso la domanda interna di beni e servizi, crea condizioni economiche per l’aumento della criminalità e della corruzione ed costituisce l’origine di molti conflitti.

Aveva ragione Nelson Mandela quando diceva che “sconfiggere la povertà non è un gesto di carità. E’ un gesto di giustizia. E’ la protezione di un diritto umano fondamentale”.

Un modello fisico delle disuguaglianze economiche

La diseguale distribuzione della ricchezza è un fenomeno che può essere previsto da un modello fisico che si applica a tutti i flussi di oggetti, materiali e immateriali. Dal punto di vista teorico, infatti, la circolazione del denaro non è diversa dalla circolazione dei veicoli sulle strade o del sangue in vene e arterie. E tutti questi sistemi tendono a riprodurre lo stesso tipo di struttura gerarchica, in cui grandi vie di scambio coesistono con quelle più piccole.

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Cortocircuito e bioeconomia

Politicanti e politicastri al potere sono lo specchio di una società in decadenza. Sin dal mondo classico è noto che la conduzione della cosa pubblica dovesse essere affidata a persone degne, virtuose, altruiste e capaci di scelte giuste, poiché sin dalla nascita della società umana il bene comune, proprio perché pubblico cioè di tutti, dovesse […]

via Cortocircuito e bioeconomia. — diario di Peppe Carpentieri

Primo Maggio: commemorazione del lavoro

Da anniversario in ricordo di morti sul lavoro e nelle lotte per affrancarsi dalla schiavitù, al triste e ipocrita epilogo degli ultimi decenni. Con la storia che si ripete: crisi economica generata dal capitale e da chi lo detiene, scaricata sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici (anche di più) e dei poveri cristi che il lavoro non lo hanno oppure sono schiavizzati da un lavoro precario, dai raccoglitori di pomodori di Rosarno agli addetti ai call center siciliani, potrei andare avanti. Tutto questo generato da leggi emanate da governi illegittimi,come la Cassazione ha sentenziato.

E allora che cosa festeggiamo? La fine dei diritti dei lavoratori, lo schiavismo legalizzato, le guerre tra poveri per ottenere il necessario: lavoro,istruzione,cure sanitarie e assistenza sociale in particolare verso gli ultimi senza distinzione.Combattere le diseguaglianze e le mafie in modo definitivo quelle infiltrate nelle istituzioni a tutti i livelli questo il mio sogno e quantomeno il motivo per festeggiare.

il Simplicissimus

13062463_1201028376576698_1360454961414732872_nIl primo maggio in Italia ha una storia quanto mai tormentata. Dopo l’inaspettato successo delle manifestazioni internazionali indette nel 1890 in ricordo della strage di Chicago, ma soprattutto per appoggiare la richiesta della giornata lavorativa di 8 ore, la festa del lavoro nella penisola, nasce per davvero nel bagno di sangue di Bava Beccaris. Nel 1898 i lavoratori erano in subbuglio per le condizioni di vita divenute impossibili, basti pensare che un’ora di lavoro era retribuita 18 centesimi mentre un chilo di pane ne costava 40. Così il primo maggio di quell’anno grandi manifestazioni attraversano le città e anche i piccoli borghi tanto che si hanno 3 morti a Minervino, e altri 5 tra Firenze e Sesto fiorentino. A Milano la festa fa coagulare la rivolta che esplode il 6 e che viene repressa a colpi di cannone facendo oltre un centinaio di morti e forse anche 300 secondo alcune testimonianze. Di fatto…

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3 Ways Humans Create Poverty — Raging Bull-shit

Poverty isn’t just a fact of nature. We made it happen, and we can fix it. By Jason Hickel, Joe Brewer and Martin Kirk and cross-posted from FastCo-Exist.com This is a big year for anyone interested in, or caught in the teeth of, poverty and extreme inequity. It’s the year of the UN Sustainable Development Goals (SDGs), […]

via 3 Ways Humans Create Poverty — Raging Bull-shit

Curdi: il Pkk argina il terrorismo, non ne fa parte

si è definiti terroristi se il governo amerikano decide che in quel momento sei tale , anche se fino a poko prima eri suo alleato; o viceversa a seconda della covenienza economica del momento. un modo di fare che dalla seconda guerra mondiale in poi ha generato tutte le guerre, i morti, i feriti e le ferite che non rimarginerannopiù, scatenando spirali di odio che portano a soccombere sempre i “poveri” genocidi selettivi per togliere piccole presenze ingombranti che frenano l’arricchimento del centinaio di miliardari che detengono il potere sul mondo.

 

Curdi: il Pkk argina il terrorismo, non ne fa parte – Il Fatto Quotidiano.