Saranno le città a salvare il mondo

Disuguaglianza, paradisi fiscali, crisi dell’immigrazione: tutti problemi di stampo internazionale. Se la cooperazione a livello sovranazionale è inefficace, la soluzione è nelle esperienze municipali.

di Lorenzo Marsili

Le città stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Spesso, come nell’esperienza delle “città santuario” negli Stati Uniti, anche in diretto conflitto con le autorità nazionali. E stanno costruendo reti internazionali sempre più elaborate. Il 10 giugno la città di Barcellona ha ospitato un summit globale, fearless cities, dove centinaia di esperienze municipali da tutto il mondo si sono impegnate precisamente su quei grandi temi che gli stati nazionali sembrano sempre più incapaci di governare.

leggi l’articolo: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/17/saranno-le-citta-a-salvare-il-mondo/34608/

La parziale cancellazione del debito greco fallisce all’ultimo minuto, sotto i colpi di Germania ed FMI

A Protestor holds a placard with a Greek flag during a demonstration outside of an EU summit in Brussels on Sunday, Oct. 23, 2011. Greece’s prime minister George Papandreou is pleading with European leaders in Brussels to act decisively to solve the continent’s debt crisis. At a summit Sunday, the leaders are expected to ask banks to accept huge losses on Greek bonds to ease the pressure on the country, and to raise billions more in capital to weather those losses. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

La parziale cancellazione del debito greco fallisce all’ultimo minuto, sotto i colpi di Germania ed FMI

L’insolvente Grecia, che settimana scorsa ha votato per ulteriore austerità, sperando così di poter ricevere fondi europei per ripagare la BCE, si è di nuovo impelagata in negoziazioni sul proprio debito. Proprio all’ultimo, però, il ministro delle finanze europeo ha dato parere negativo.

I ministri delle finanze dell’area euro si sono riuniti oggi a Bruxelles con la speranza, soprattutto i greci, di tornare a casa con un accordo firmato. Non si è però rotta l’impasse sulla riduzione del debito ellenico, si è solo rinviata la discussione a luglio.

“L’Eurogruppo ha tenuto una discussione approfondita sulla sostenibilità del debito pubblico greco, ma non ha raggiunto un accordo”, ha dichiarato Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze olandese, che presiede le riunioni con i suoi pari europei e che ancora non ha raggiunto una soluzione, dato che il suo collega tedesco Schauble ha negato ogni possibile concessione. Ricordiamo che, sin dal terzo salvataggio greco nell’estate del 2015, FMI e Germania sono in disaccordo sulla prospettiva economica dei greci e sulla quantità di debt relief necessario per garantirle stabilità: è stato lo stesso dibattito che ha impedito un accordo ieri.

Il grosso problema è quello che succederà all’economia greca dopo il 2018, quando scade l’attuale bailout. Il FMI, che ha chiesto debt haircuts per finanziare il salvataggio in corso, ha ripetutamente sollevato dubbi sulla capacità del paese di mantenere buone prestazioni di bilancio nei prossimi anni – un po’ come la previsione della Bank of America per il PIL americano fino al 2027, che prevedeva esattamente zero recessioni… I creditori invece stanno spingendo per una prospettiva più positiva (chissà chi avrà ragione…). Il motivo di questa discordia è che obiettivi fiscali meno ambiziosi aumenterebbero l’ammontare del debt relief necessario, nel mentre che la popolazione continua a soffrire.

Come ha spiegato Bloomberg dopo l’ultima riunione, le misure di debito proposte dai ministri delle finanze dell’area euro non avevano convinto l’FMI a sostenere il bailout, dato che dichiarano inequivocabilmente che tale debito è comunque sostenibile.

I ministri cominciano ad avercela un po’ col Fondo, e gli faranno pressione per prendere delle decisioni prossimamente.

Comunque sia, i lavori continueranno nelle prossime settimane, con l’obiettivo di giungere ad una conclusione il 15 giugno, nella prossima riunione, ha detto Dijsselbloem.

Lo scorso maggio, sono state dettate una serie di misure volte a ridurre i rimborsi sui prestiti per il salvataggio greco, da adottare dopo la fine del programma nel 2018. Come verranno attuate è ancora poco chiaro.

Tra le opzioni elencate c’è l’estensione delle scadenze sui prestiti dell’area euro verso la Grecia, nonché la limitazione e il differimento dei pagamenti di interessi. Il FMI vuole maggior specificità, in modo che le esigenze annuali di rifinanziamento del debito vengano mantenute al di sotto di soglie chiaramente definite.

Secondo Bloomberg, dopo otto ore di colloqui e molteplici tentativi di compromessi, Atene e relativi creditori non sono riusciti a raggiungere un accordo che alleviasse il proprio debito e che convincesse il Fondo ad accettare di contribuire a finanziare il salvataggio del paese. L’FMI, prima di partecipare al programma, ha spinto i creditori europei ad assicurare la sostenibilità degli impegni greci, valutati 315 miliardi di euro (354 miliardi di dollari). Alcune nazioni, tra cui la Germania, sono contrarie ad una ristrutturazione del debito, insistendo anche sul fatto che il fondo stesso debba unirsi al programma per dare credibilità al salvataggio.

Il motivo per cui non si trovano accordi è che la Grecia non ha grosse scadenze fino a luglio, quando dovrà pagare 7 miliardi di euro in obbligazioni, e l’Europa ha l’abitudine di aspettare fino all’ultimo prima di erogare i fondi, che Atene poi girerà alla BCE.
Questi rallentamenti si aggiungono a mesi di incertezza, che si sono fatti sentire sull’economia greca – ritornata in recessione – e che hanno impedito al paese di tornare sul mercato obbligazionario.
Nonostante la crisi, Dijsselbloem ha anche dichiarato che le parti hanno concordato un obiettivo per l’avanzo primario greco, che escluda i pagamenti degli interessi, pari al 3,5% del PIL fino al 2022. Il che è buffo: proprio Draghi, all’epoca a Goldman, mascherò la montagna del debito greco e fece sembrare che il paese avesse molta eccedenza. Il risultato finale è stato non uno, non due, ma tre bailout sul debito.

“Le autorità greche si stanno assumendo le proprie responsabilità e penso che anche i partner della Grecia lo stiano facendo”, ha dichiarato il commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici. “C’è stato uno sforzo comune per ridurre il divario tra le posizioni – non abbiamo ancora concluso, ma spero che sotto la guida del presidente dell’Eurogruppo sarà possibile farlo tra tre settimane”.

Un’ulteriore riduzione del debito è necessaria alla BCE, che deve includere obbligazioni greche nel suo programma di acquisto di beni, che faciliterà l’accesso del paese ai mercati obbligazionari. È proprio nella speranza di ammorbidire i creditori che il governo greco ha approvato ulteriori misure di austerità, tra cui tagli alle pensioni, aumenti delle tasse e altre riforme strutturali. L’inclusione del paese nel QE della BCE ha portato alla più lunga striscia vincente degli ultimi anni sul mercato dei capitali greco.

Al momento attuale, però, la Grecia dovrà aspettare fino a luglio per le obbligazioni da 7 miliardi, e molto probabilmente fino all’ultimo minuto.

 

Fonte: http://www.zerohedge.com

Link: http://www.zerohedge.com/news/2017-05-22/greek-debt-relief-deal-fails-last-minute-germany-imf-clash

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

Un modello fisico delle disuguaglianze economiche

La diseguale distribuzione della ricchezza è un fenomeno che può essere previsto da un modello fisico che si applica a tutti i flussi di oggetti, materiali e immateriali. Dal punto di vista teorico, infatti, la circolazione del denaro non è diversa dalla circolazione dei veicoli sulle strade o del sangue in vene e arterie. E tutti questi sistemi tendono a riprodurre lo stesso tipo di struttura gerarchica, in cui grandi vie di scambio coesistono con quelle più piccole.

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Countries Are Not Companies

One of the most persistent false beliefs held by American voters is that someone with “business experience” would do a better job “running the economy” than politicians have. Let’s put aside the idea that an economy is something that needs to be, or can be, “run” and explore whether a CEO of a major company as president really would be better for the economy.

Of course we have precisely this situation in front of us as Donald Trump prepares to take the oath of office. There are dozens of theories about why so many voted for Trump, but surely one part of his appeal was that his apparently successful business career made him more qualified to fix the US economy. In his runs at the presidency in the 1990s, Ross Perot had a similar appeal.

The problem is that business experience does not automatically translate into good economic policy.

The world of the CEO appears to be a zero-sum game.

The businessperson’s knowledge is of a very different sort than that of the economist. Being successful in the business world doesn’t require any knowledge of what causes economic growth. Instead, one needs to know much about a particular market, the consumers you might serve, how best to acquire inputs at a profitable price, and how to hire good people to help you produce.

All Trees, No Forest

Historically, many businesspeople have been poor judges of good economic policy. One reason is that their perspective comes from being embedded in the thick of competition rather than being able to see the market process from a bird’s-eye view as an economist attempts to. This is clear in Trump’s emphasis on how America doesn’t “win” anymore and that he’ll negotiate better trade deals that enable “us” to “win.”

From the perspective of a CEO, markets are very much about winning. The goal of economic competition for the participants is certainly to win, at least in the sense of making more profit than others and, ideally, running them out of business. More specifically, the world of the CEO appears to be a zero-sum game: my firm winning means your firm loses.

This also helps explain why Trump cannot seem to see a difference between cronyism or rent-seeking and true market competition. If the goal is to win by profiting, it will not matter whether the profit comes from outdoing the competition or getting government to use eminent domain to reduce your costs or to give you a direct subsidy for your new project. Markets are about winning and winning is about profit, and your win is someone else’s loss.

The other aspect of the CEO’s perspective is that they are running an organization with a specific purpose: to make profit. The firm is structured to achieve that goal, so the quality of decisions made by the CEO and others is judged by their contributions to the bottom line. Thus, for Trump the CEO, getting a “good deal” is a form of winning. If he can bargain hard with a supplier and reduce his costs, his profits go up and he wins.

International trade is not like a sports event where one “team” wins and the other loses.

We Always Win

Unfortunately, the perspective of the businessperson is not helpful for understanding economies as a whole.

First, the whole justification for market competition is that it is not a zero-sum game. It seems to be zero-sum for those engaged in the actual competition, but for the rest of society, the process whereby some firms profit and others lose is one that benefits all of us over time. Firms that go out of business lose in some sense, but the reallocation of their resources to higher valued uses is a “win” for everyone else.

When we discovered through competition that Borders books no longer had a value-creating business model, that enabled us to stop destroying value and use those resources in new ways that would create value. To the CEO of Borders, this was “losing,” but his perspective is not the same as that of the economist judging the social benefits or costs of market competition.

So when Trump talks about how America doesn’t win anymore, presumably because other countries have, say, more manufacturing jobs, or because our trade deals have enriched our trading partners, he’s speaking from a CEO’s perspective, not an economist’s.

That China and  Mexico have become richer by trading with the US does not mean they have won and we have lost. It means we all have won: they are richer for being able to sell us the things they make most cheaply (as we do for them), and we are richer for being able to acquire those goods at lower prices and have income left over to buy other goods and services and create new jobs in those industries.

Countries are Not Teams

International trade is not like a sports event where one “team” wins and the other loses. Once we stop thinking in terms of countries being like teams and start thinking about the individuals and organizations who are engaging in mutually beneficial trade, we can understand how the CEO’s perspective misses the point.

Moving away from the “country as team” view also enables us to see the problem with Trump’s emphasis on getting “better deals.” The US economy is not an organization with a single purpose as is one of Trump’s firms.

As Hayek reminded us, markets are “means-connected” institutions, while firms are “ends-connected.” What he meant by that is that a market is defined by agreeing to use certain means to pursue whatever ends we desire. We use the rules of property, contract, and exchange to achieve our own individual or organizational ends.

We will not make America great by trying to ensure that we are winning in international trade.

The US economy does not have a specific goal or end or purpose other than to serve as a means for the multitude of projects we are all pursuing.

Inside of a firm (or a sports team), there is a singular end to be pursued: profit (or winning for the team). Most, if not all, of the organization’s activities are aimed at that end, so it can be treated as a unified whole for which winning, getting a better deal, etc all might make sense. The CEO knows “a better deal” because it enhances profits, which is the singular end. That conceptualization isn’t relevant for a means-connected institution like a whole economy.

There are other reasons why we might be suspicious that a CEO is properly equipped to know what constitutes good economic policy. However, in the case of Trump, the problem is clearly that he brings the mentality of someone inside of the competitive process to the activity of trying to understand that process from the outside, which is the task of the economist.

We will not make America great by President Trump cutting better deals or trying to ensure that we are winning in international trade. Treating the spontaneous order of the means-connected economy as if it were the hierarchical constructed order of the ends-connected firm is a recipe for economic disaster.

American consumers have “won” thanks to genuine market competition, including the globalization of the division of labor through international trade. We don’t need a president who will negotiate better deals so that we can beat other countries. We need a president who understands that real competition, both domestically and internationally, is good because it means everyone, whether Chinese, Mexican, or American wins.

Steven Horwitz


Steven Horwitz

Steven Horwitz is the Charles A. Dana Professor of Economics at St. Lawrence University and the author of Hayek’s Modern Family: Classical Liberalism and the Evolution of Social Institutions. He is spending the 2016-17 academic year as a Visiting Scholar at the John H. Schnatter Institute for Entrepreneurship and Free Enterprise at Ball State University.

He is a member of the FEE Faculty Network.

This article was originally published on FEE.org. Read the original article.

Cortocircuito e bioeconomia

Politicanti e politicastri al potere sono lo specchio di una società in decadenza. Sin dal mondo classico è noto che la conduzione della cosa pubblica dovesse essere affidata a persone degne, virtuose, altruiste e capaci di scelte giuste, poiché sin dalla nascita della società umana il bene comune, proprio perché pubblico cioè di tutti, dovesse […]

via Cortocircuito e bioeconomia. — diario di Peppe Carpentieri

Vivere in un altro modo

Strade, piazze, università, spazi sociali, culturali e di economia sociale: a Budapest la quinta Conferenza internazionale sulla decrescita ha mostrato non solo che quello della decrescita è un movimento sociale e accademico che non smette di crescere, ma che esistono già tanti modi diversi di vivere che rifiutano il dominio del profitto. Si è discusso di energia e di cibo, di genere e di conflitti ambientali, di rapporti tra il nord e il sud del mondo e di urbanistica, ma anche di migrazioni, di reddito di cittadinanza e di movimenti sociali. Per questo politica e media che pensano alla decrescita ancora come recessione sembrano sempre più ridicoli

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di aa.vv.*

Nelle ultime settimane, mentre l’Istat pubblicava le proiezioni al ribasso del Pil italiano, diversi media lanciavano l’allarme della stagnazione, e alcuni – più o meno consapevolmente in errore – si riferivano allo spettro della decrescita. Eppure, con beffardo tempismo, proprio in quei giorni si stava concludendo con successo a Budapest la Quinta Conferenza Internazionale sulla Decrescita per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, un evento che speriamo possa fornire lo spunto per chiarire e riflettere sul significato della parola “decrescita”, tanto discussa all’estero quanto troppo spesso fraintesa e bistrattata in Italia.

Dalla Francia alla Catalogna, dalla Germania agli Stati Uniti, dal Canada all’India, chi parla di decrescita – né “felice” né “infelice” – invoca non il contrario della crescita del prodotto interno lordo, bensì un approccio completamente alternativo al dogma della crescita-ad-ogni-costo. segue

 

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#StopTTIP: se vuoi saperne di più, se vuoi partecipare, se vuoi sostenerla – I contatti locali: https://stop-ttip-italia.net/i-contatti-e-i-comitati-locali/ – il canale youtube con i video: https://www.youtube.com/channel/UCsXtdGDwa7e8_ysKFGWmvOw – la raccolta fondi: https://progressi.nationbuilder.com/sostieni_stopttip – la raccolta firme: https://stop-ttip-italia.net/firma/ #StopTTIP. Insieme è possibile

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SI può fare, il 17 aprile — diario di Peppe Carpentieri

Il 17 aprile il popolo italiano sarà chiamato ad esprimere il proprio potere sovrano, direttamente, per abrogare una parte di una legge inserita nel famigerato sblocca Italia. L’azione referendaria è partita dai Consigli regionali che ci chiedono di dire SI per fermare l’estrazione di idrocarburi presso alcune piattaforme poste entro le 12 miglia marine delle […]

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Renzi: slogan tanti, fatti pochi, coerenza zero

resto sempre più basito del livello di comprensione della realtà dei mie conterranei, l’ennesimo pifferaio ottiene il consenso basato soltanto solo su una montagna di parole, mentre il presente peggiora a vita d’occhio, l’ex sindaco di Firenze continua il processo di distruzione, della Costituzione, iniziato dal condannato con cui sta condividendo furtivamente piani di messa in atto definitiva del piano massonico. spero tanto che ci svegliamo presto, se continua così ai nostri figli e nipoti resterà solo il deserto e una pseudo dittatura spacciata per democrazia, ma di rappresentativo non ha nulla. comandano loro gestiti dai banchieri europei che continuano a strozzzarci.

 

Renzi: slogan tanti, fatti pochi, coerenza zero – Il Fatto Quotidiano.

L’Alta Velocità pagata dai pendolari (Stefano Campolo e Daniele Martini).

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Nardi

LE FERROVIE PUNTANO SULLE FRECCE CHE GARANTISCONO IMMAGINE E SOLDI. MENTRE IL TRASPORTO LOCALE RESTA SULLE SPALLE DI REGIONI E VIAGGIATORI. ECCO I DATI.

Ma perché per i clienti dell’alta velocità i treni ci sono sempre e per i pendolari no? Non è una domanda oziosa. Forse perché i primi, i viaggiatori dei treni veloci, sono pochi rispetto agli altri che sono tre milioni e passa al giorno? O perché i primi possono mettersi comodamente le mani in tasca mentre i secondi pagano poco? É così, ma è solo un pezzo della verità. Qualsiasi azienda coccola i clienti facoltosi e le Ferrovie di Mauro Moretti non fanno eccezione . C’è però dell’altro dietro la decisione di dividere i viaggiatori tra fortunati e dannati. Privilegiando i primi con una scelta strategica di fatto classista, le Ferrovie si sono soprattutto comprate facilmente gli applausi di chi fa opinione, dai manager ai giornalisti…

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