Dal Muos all’industria degli armamenti, una riflessione

Intervista con il generale Fabio Mini a proposito delle basi militari Usa in Italia, la potenza cinese e il potere dei conglomerati industriali degli armamenti
Carlo Cefaloni
Fonte: CittàNuova – 03 giugno 2014

MUOSL’installazione a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, del M.U.O.S. (Mobile User Objective System) è destinata a creare notizia, secondo le leggi prevalenti dell’informazione, solo con la cronaca delle proteste della popolazione. Da tutta la Sicilia movimenti di diversa estrazione e gente comune si danno  appuntamento nel bosco del parco naturale della sughereta del niscemese per manifestare contro la messa in funzione delle potenti antenne del sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense.  Nonostante la guerra di carte bollate del sindaco Francesco La Rosa davanti alla magistratura amministrativa, la questione sembra chiusa in maniera definitiva con lo studio dell’Istituto superiore di sanità che minimizza i pericoli della salute di un impianto già in funzione dal 1991. «Continueremo a vigilare» è stata la conclusione del governo all’interpellanza di una deputata siciliana, Venerina Padua, che, da medico pediatra, ha sollevato obiezioni confermate da altri esperti accademici.

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L’Italia in guerra: aumenta la spesa militare

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Il governo Renzi, scavalcando il Parlamento ma di sicuro in accordo col Presidente della Repubblica, si è solennemente impegnato al Summit Nato nel Galles ad aumentare la spesa militare italiana.

La Dichiarazione finale del Summit – articolata in 113 punti redatti a Washington dopo aver consultato al massimo i principali alleati (Gran Bretagna, Germania, Francia) – impegna i 28 membri della Nato, ai punti 14/15, a «invertire la tendenza al declino dei bilanci della difesa». Ciò perché «la nostra sicurezza e difesa dipendono complessivamente sia da quanto che da come vi spendiamo». Occorrono «accresciuti investimenti» per realizzare «i nostri obiettivi prioritari in termini di capacità»: a tal fine «gli Alleati devono dimostrare la volontà politica di fornire le capacità richieste e dispiegare le forze che sono necessarie». Per fornire le capacità richieste resta «indispensabile una forte industria della difesa in tutta l’Alleanza», soprattutto «una più forte industria della difesa in Europa e una accrescita cooperazione industriale attraverso l’Atlantico: gli sforzi della Nato e della Eu per rafforzare le capacità della dofesa sono infatti complementari».

Il documento ricorda quindi agli alleati che essi si sono impegnati a destinare al bilancio della difesa come minimo il 2% del loro prodotto interno lordo. Finora, oltre agli Usa che investono nel militare il 4,5% del loro pil, hanno raggiunto la soglia del 2% solo Gran Bretagna, Grecia ed Estonia. L’Italia vi destina l’1,2%. Una percentuale apparentemente ridotta, falsata dall’ingannevole parametro spesa militare/pil: in realtà, trattandosi di denaro pubblico, quella militare va rapportata alla spesa pubblica. Secondo di dati ufficiali relativi al 2013, pubblicati dalla Nato nel febbraio 2014, l’Italia spende per la «difesa» in media 52 milioni di euro al giorno (avete letto bene!). Tale cifra però, precisa la Nato, non comprende diverse altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (all’undicesimo posto su scala mondiale) ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno.

Impegnandosi a portare la spesa militare italiana al 2% del pil, il governo Renzi si è impegnato a farla salire a oltre 100 milioni al giorno. Qualcuno potrebbe dire «verba volant». L’impegno non è però formale: la Dichiarazione del Summit prevede infatti che «gli Alleati verificheranno annualmente i progressi compiuti sul piano nazionale» in apposite riunioni dei ministri della difesa e nei futuri summit dei capi di stato e di governo. Tutti gli alleati, infatti, dovranno «assicurare che le loro forze terrestri, aeree e navali siano conformi alle direttive Nato in materia di dispiegabilità e sostenibilità» e possano «operare insieme in maniera efficace secondo gli standard e le dottrine Nato». Ad esempio, poiché il governo Renzi ha impegnato l’Italia (anche qui scavalcando il Parlamento) a partecipare sia allo schieramento di forze militari nell’Est europeo in funzione anti-Russia, sia alla coalizione dei dieci paesi che, ufficialmente per combattere l’Isis, interverranno militarmente in Iraq e Siria, dovrà ovviamente essere l’Italia ad assicurare con adeguati investimenti aggiuntivi la «dispiegabilità e sostenibilità» delle forze aeree ed altre inviate in quel teatro bellico.

Oltre ad aumentare la spesa militare, il governo Renzi (sempre scavalcando il Parlamento) si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei «donatori» che forniranno a Kabul (leggi alla casta dominante) un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato allo stesso tempo a partecipare a uno speciale fondo di sostegno per il governo di Kiev, candidato a entrare nella Nato insieme a Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia, allargando ulteriormente l’Alleanza «atlantica» ad est.

Questi e altri impegni, assunti dal governo Renzi al Summit Nato, non solo trascinano l’Italia in nuove guerre e in un sempre più pericoloso confronto militare con la Russia, ma provocano un aumento della spesa militare diretta e indiretta che sottrae ulteriori risorse alla spesa sociale e alla lotta contro la disoccupazione. Che cosa si aspetta a fare di questa materia un fronte di lotta politico e sindacale? Che scendano in piazza i girotondini?

Fonte
Il Manifesto (Italia)

 

L’Italia in guerra: aumenta la spesa militare , di Manlio Dinucci.

TURKISH AIR STRIKES AGAINST PKK TERRORISTS IN NORTHERN IRAQ: A SNAPSHOT

Quando  fanno comodo sono “usati” come carne da macello per fermare le barbe fondamentaliste. strana interpretazione di giustizia che viene dagli americani e dal collega nato turco. gli sceriffi del mondo decidono chi è buono e chi no a seconda dei loro interessi. opportunismo criminale visto negli anni quanti morti, invalidi e distruzione ha provocato negli ultimi 60 anni

 

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