Lukaschenko; Er wiest die Befürchtungen über Covid-19 öffentlich als „Psychose“ zurück und empfahl Heilmittel wie Wodka trinken. — nz

Der belarussische Staatschef Alexander Lukaschenko steht vor einer wochenlangen politischen Krise, in der Zehntausende Weißrussen regelmäßig auf die Straßen von Minsk gegangen sind und seinen Rücktritt gefordert haben. – Reuters Bild Die belarussische Polizei nimmt Ärzte vor der regierungsfeindlichen Kundgebung fest. MOSKAU/Minsk, – Die belarussische Polizei hat heute mehr als 30 Ärzte festgenommen, die geplant hatten, […]

Lukaschenko; Er wiest die Befürchtungen über Covid-19 öffentlich als „Psychose“ zurück und empfahl Heilmittel wie Wodka trinken. — nz

Aquarius. MSF risponde alle accuse

MSF logo
Gentile Vincenzo,ti scrivo per un commento sulla notizia di ieri del sequestro della nave Aquarius per presunte irregolarità nella gestione dei rifiuti di bordo. Il sequestro è stato richiesto dalla Procura di Catania. Il provvedimento di sequestro deriva da un’indagine sullo smaltimento dei rifiuti di bordo, con particolare riferimento ai vestiti dei migranti soccorsi, agli scarti alimentari e ai rifiuti dell’infermeria della nave.

Come puoi immaginare rifiutiamo categoricamente queste accuse e siamo pronti a chiarire i fatti e a rispondere delle procedure che abbiamo seguito e riaffermiamo con forza la legittimità e la legalità della nostra azione umanitaria.

La Procura sostiene che questi rifiuti dovevano essere considerati rifiuti sanitari a rischio e gestiti secondo apposite procedure, ma MSF ha sempre seguito procedure standard basate su regolari contratti con gli agenti portuali e le aziende preposte allo smaltimento dei rifiuti al porto, per questo siamo sereni e confidiamo nel corso della giustizia.

Da medici, è inaccettabile anche solo il sospetto di una simile ipotesi di reato: salvare vite è la nostra prima ed unica missione.“Questa accusa attacca la professionalità di tutti gli operatori umanitari impegnati a controllare trasmissioni infettive in ben altri contesti come l’Ebola in Congo. La Tubercolosi e la Meningite non si trasmettono con i vestiti ha ricordato ieri in conferenza stampa Gianfranco De Maio medico MSF “Sono parole inaccettabili”. Siamo sempre molto attenti a quelli che possono rappresentare elementi di contagio o di diffusione di malattie e possiamo affermare che nessun rischio sanitario è stato mai individuato sulle navi di soccorso dall’inizio delle attività in mare, men che meno legate alla pericolosità dei rifiuti.

Ovviamente diamo piena disponibilità a collaborare con le autorità italiane e ci auguriamo che si faccia chiarezza il prima possibile su questa ennesima, assurda accusa.

Da ieri tanti dei nostri donatori ci stanno chiamando per avere informazioni ma soprattutto per confermare la loro fiducia e il loro sostegno. Si fidano di noi e in questo momento scelgono di stare al nostro fianco perchè significa stare al fianco di chi difende l’umanità e l’aiuto umanitario. Sei un nostro prezioso sostenitore per questo per me è importante fornirti dettagli e non mancherò di segnalarti ulteriori aggiornamenti.  Clicca qui► per vedere la conferenza stampa di ieri.
Mi auguro che questo ti aiuti a comprendere meglio il nostro impegno e la nostra posizione al riguardo, ma se avessi ancora qualche dubbio, puoi scrivermi direttamente all’indirizzo a.anselmi@msf.it

Spero di averti ancora al nostro fianco, oggi più che mai abbiamo bisogno del sostegno di chi ci accompagna da sempre.
Grazie

Migranti, Lucano: “Io indagato mentre il governo faceva accordi per i lager in Libia”

ROMA – Mimmo Lucano difende le sue azioni e le decisioni che l’hanno fatto finire prima agli arresti domiciliari e poi lontano da Riace, con il divieto di dimora: “Ho fatto quello che è normale: non rimanere indifferente rispetto a persone che hanno disagi”, dice.

“Sono stato accusato di due reati legati all’immigrazione in un periodo in cui l’Italia stava facendo degli accordi con i capiclan della Libia. Per fare in modo che tantissime persone rimanessero nei lager Alla fine io ho fatto solo un matrimonio, per giunta regolare, e sono accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tutto questo mi sembra assurdo. E mi accusano di aver affidato a due cooperative sociali la raccolta dei rifiuti, in una regione in cui questo settore spesso è ad alto rischio di permeabilità della criminalità organizzata”.

Per le sue vicende giudiziarie, Lucano ha ricevuto la solidarietà di tanta gente comune ma anche di tanti altri sindaci. Fra questi Sutri, il paese del viterbese che ha come sindaco Vittorio Sgarbi: “Mi ha fatto molto piacere il gesto di Sgarbi. Purtroppo però oggi non potrò andare a Sutri: ho un po’ di problemi di salute, forse una colica renale”, annuncia, “ma la vicinanza di tutte queste persone mi aiuta e mi conforta”.

LUCANO: SALVINI NON HA IL SENSO VERO DEI RAPPORTI UMANI

“Chi ha più possibilità e più potere non è come me, che sono il sindaco di un piccolo comune. Gli strumenti che si hanno a disposizione sono diversi”, dice Lucano a Circo Massimo, su Radio Capital, a proposito del fatto che mentre il ministro Matteo Salvini e’ stato archiviato, lui resta indagato.

“In questo periodo stiamo andando verso la perdita dei valori umani, verso una società della disumanizzazione, delle barbarie. Mi chiedo come sia possibile costruire consenso sulla pelle delle persone più disperate, più deboli”, aggiunge Lucano.

Nessun problema, però, a incontrare Salvini: “Non ho alcuna difficoltà”, spiega Lucano, “Gli chiederei di considerare quello che è fuori dal suo pensiero, un pensiero che io non condivido per nulla. Esiste una dimensione dei rapporti umani che va al di là, e secondo me lui non ha mai provato a comprendere in maniera più profonda il vero senso dei rapporti umani”.

Il partito di Salvini, la Lega, si è opposta con forza alla partecipazione di Lucano a “Che tempo che fa”: “Riace è una comunità in uno dei contesti più difficili d’Italia, dove ci sono problematiche sociali, mancanza di lavoro, emigrazione, condizionamento della criminalità organizzata”, ragiona il sindaco calabrese, “Però dimostra che l’arrivo casuale di tantissimi rifugiati ribalta completamente la situazione. Se è possibile in una realtà del genere, allora è possibile ovunque. E questo è un messaggio da non divulgare”.

fonte: «Agenzia DIRE»  «www.dire.it»

Naufraghi

Print Friendly, PDF & Email

 

di Fulvio Vassallo Paleologo*

Alla fine, dopo una settimana di attesa in mare, ostaggio delle politiche europee di appoggio alla Guardia costiera libica, Malta ha accettato di trasbordare su un mezzo della sua marina militare i cinquantotto naufraghi soccorsi una settimana fa dalla nave Aquarius di SOS Mediterraneè a nord delle coste libiche e quindi di concedere il transito nel porto de La Valletta, verso i pochi paesi europei che si sono assunti la responsabilità di accoglierli (Portogallo, Spagna, Francia e Germania). Una soluzione raggiunta su iniziativa del Portogallo e della Spagna, dopo l’iniziale diniego dei francesi. Non si placano invece le intimidazioni del ministro dell’interno italiano contro le ONG che continuano a operare attività di monitoraggio nel Mediterraneo centrale.

Armed Forces of MALTA (AFM) declaration

A total of 58 migrants, who were on board the AQUARIUS, will be brought to Malta by the Armed Forces of Malta, as part of the transfer of migrants on humanitarian basis. The P52 vessel will be entering Hay Wharf Base at noon. Members of the Press will be provided with an area in the Marina di Valletta, Yacht Marina parking for media coverage.

Una soluzione che dal premier maltese viene definita “umanitaria”, ma che si inquadra in una politica disumana che viene adottata da oltre un anno, con il consenso dell’Unione europea a scapito dei migranti da soccorrere in acque internazionali e di chi continua ostinatamente ad assisterli. La salvaguardia del diritto alla vita non può cedere di fronte alle scelte strumentali di chi costruisce sul respingimento dei migranti le sue fortune elettorali. Come se le Convenzioni internazionali e i principi costituzionali, e perfino le leggi dello stato fossero disapplicabili sulla base dei sondaggi, magari con qualche tweet o con una canea di followers che infamano chi riesce ancora a salvare vite in alto mare.

https://comune-info.net/2018/09/cosa-prevede-il-decreto-sicurezza/embed/#?secret=5JG2As0u5d

Si alimenta una falsa contrapposizione con l’Unione Europea, quando invece le politiche decise a Bruxelles (come è emerso nel vertice di Malta del 3 febbraio 2017, all’indomani degli accordi tra il governo Gentiloni e le autorità di Tripoli) combaciano perfettamente con quelle dei governi che più dichiaratamente si schierano contro il soccorso in acque internazionali. Si impone alle ONG di non “interferire” con le attività di intercettazione in alto mare operate dalle motovedette libiche, adducendo l’esistenza di una zona SAR (area di ricerca  e salvataggio) “libica” in acque internazionali, oltre il limite di dodici miglia delle acque territoriali, e dunque l’obbligo di lasciare alle autorità “libiche” (di quale Libia?) tutti i poteri di intervento e di intercettazione, con il fine esclusivo di riportare a terra il maggior numero di persone. Anche se a seguito dei ritardi e della inefficienza della Guardia costiera “libica” le persone fanno naufragio. Vedremo adesso che inchiesta sapranno fare a Tripoli sugli abusi denunciati dalla BBC commessi ai danni delle persone intercettate in alto mare dalle motovedette libiche. Per molti dei miliziani imbarcati a bordo di quelle motovedette sembra che i corsi di formazione in Europa non siano stati particolarmente utili, almeno dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Non si comprende come le autorità di Tripoli possano garantire i diritti fondamentali delle pesone intercettate in mare, e adesso degli stessi libici. La Libia, in tutte le sue diverse articolazioni territoriali e militari, non può essere ritenuta un paese che garantisce “porti sicuri di sbarco”, place of safety, che dovrebbero essere garantiti dalle autorità che coordinano gli interventi di soccorso. Anche per non violare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che impone a tutti gli stati firmatari (tra cui non c’è il governo di Tripoli) il rispetto assoluto del principio di non respingimento.

Rispetto al forte calo delle partenze dalla Libia, derivante dalle condizioni di conflitto civile che rallentano gli spostamenti a terra, o li impediscono del tutto, è infatti aumentato il numero delle vittime, quest’anno già oltre 1.300 persone, in maggior parte naufragate in mare a partire dal 28 giugno di quest’anno, da quando il governo di Tripoli ha proclamato unilateralmente una zona SAR “libica”, e le autorità italiane hanno abbandonato alle motovedette libiche e al centro di coordinamento di Tripoli (variamente supportato dalla marina militare italiana con la missione Nauras) il compito di intercettare in mare i migranti e riportarli nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti. Tra questi rimane centrale lo snodo del centro di detenzione di Zawia, ubicato in una zona fortemente interessata dal contrabbando di petrolio dalla vicina raffineria, come è provato da indagini della magistratura italiana, che è diventato il punto principale di sbarco (point of disembarkation) dei migranti soccorsi/intercettati in mare dai libici, dopo che la situazione a Tripoli è precipitata. Ma chi finisce nelle mani della Guardia costiera “libica” è comunque destinato a subire abusi, ovunque venga sbarcato.

https://comune-info.net/2018/07/pedagogie-critiche-roma-e-il-mondo-scuola-senza-mura/embed/#?secret=xCQdGcEkDg

Le condizioni del centro di Zawia sono note da tempo, e adesso sono confermate dalle testimonianze di migranti che sono riusciti ad essere evacuati verso i paesi di origine grazie ai progetti di rimpatrio volontario gestiti dall’OIM. Ma quelle stesse condizioni disumane sono confermate anche negli altri centri, anche in quelli che vengono definiti “governativi”, sia dai rapporti internazionali che dalle testimonianze dei migranti che riescono ad arrivare ancora nel nostro paese. Eppure si continua a parlare di rinforzo delle missioni Frontex nella prospettiva di una maggiore collaborazione con la Guardia costiera “libica”, quando la prospettiva corretta dovrebbe essere quella del lancio di una grande missione di soccorso umanitario gestita a livello europeo. Una prospettiva certo impopolare, ma l’unica che potrebbe garantire la salvaguardia effettiva della vita umana in mare, in quella che si continua a ritenere come la zona SAR “libica”. Ed anche in quella maltese nella quale il governo de La Valletta non interviene, o interviene con grande ritardo.

Tutti i politici europei, e soprattutto i rappresentanti del nuovo governo italiano, si riempiono la bocca con l’esigenza prioritaria di combattere il traffico di “clandestini” e con l’obiettivo dichiarato  di impedire che gli operatori umanitari delle ONG possano diventare facilitatori, se non addirittura favoreggiatori, di chi specula sull’immigrazione che definiscono “illegale”. Anche il ministro della difesa Trenta rimane sulla stessa posizione. Nei fatti non si distingue neppure tra scafisti e trafficanti, le indagini nazionali si arenano presto davanti alla mancata collaborazione di quegli stessi governi con i quali si collabora per intercettare i migranti in mare, e alla fine aumentano soltanto le persone condannate ad un naufragio, o destinate a subire ogni sorta di abusi nei centri di detenzione a terra.

Si arriva persino a ricattare i paesi di bandiera delle navi umanitarie perchè revochino l’immatricolazione della nave e impediscano così, su commissione diretta che nessuno può negare, la prosecuzione delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Un completamento di quella strategia di elusione della portata della sentenza Hirsi, di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che si sta completando, dopo i sequestri delle navi umanitarie, con il loro blocco attraverso espedienti burocratici. Come quelli adottati anche da Malta per tenere ferme nel porto de La Valletta tre navi umanitarie di Lifeline, Seefuchs e Seawatch che in questi mesi avrebbero potuto soccorrere migliaia di persone, come avveniva fino allo  scorso anno, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana.

Non sono bastate neppure le richieste di archiviazione dei procedimenti penali contro le ONG. Si continua a diffondere il messaggio secondo cui queste organizzazioni approfitterebbero delle emergenze in mare e costituirebbero fattori di attrazione delle partenze. In realtà i veri speculatori sull’immigrazione illegale sono coloro i quali negano l’evidenza delle torture e degli abusi subiti dai migranti in Libia dopo essere stati riportati a terra dalla sedicente guardia costiera “libica”, non aprono alcun canale legale di ingresso e arrivano, di fatto, a sbarrare i porti, senza avere neppure il coraggio di emettere un provvedimento formale che possa essere impugnato davanti ai tribunali internazionali o ai giudici nazionali. Gli stessi che intervengono sui paesi di bandiera delle navi umanitarie per bloccarne l’attività di soccorso, speculano sulla paura della popolazione, una paura costruita su una emergenza sbarchi che ormai non esiste più. Ma che rimane sempre utile per garantirsi il consenso,malgrado alimentando una falsa contrapposizione con Bruxelles, magari in nome del sovranismo, in tempi nei quali persino l’Unione Europea, e alcuni stati in particolare, denunciano l’inadempienza da parte dell’Italia degli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

Per quanto stiano ancora cercando di fermare in tutti i modi le attività di ricerca e salvataggio delle Organizzazioni non governative, attività che spetterebbero agli stati, ma che gli stati non assolvono più, le imbarcazioni e gli operatori umanitari, anche a rischio di subire altri sequestri e altri arresti, continueranno la loro attività di monitoraggio e di denuncia nelle acque del Mediterraneo centrale e a terra, ovunque sia possibile contrastare l’abbandono in mare e la comunicazione tossica che lo sostiene. La vita delle persone vale più della propaganda elettorale di qualche ministro dell’interno. Salvare vite umane è un obbligo, non una scelta.

 

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif (con il titolo originale completo Naufraghi in transito a Malta, ma ancora intimidazioni contro le ONG)
*Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. È componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo

https://comune-info.net/2018/09/naufraghi/

«Aiutiamoci a casa loro», il caso Etiopia

[di Giulia Franchi] pubblicato su Il Manifesto del 9 settembre 2017

In Etiopia da due anni è in atto una tremenda stretta repressiva. Lo ha confermato lo scorso aprile, durante un’audizione parlamentare, la stessa Commissione Etiopica per i Diritti Umani, che ha indicato in ben 699 le persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle varie manifestazioni di piazza tenutesi per protestare contro l’operato del governo.

Ora c’è una situazione di calma apparente. Dopo dieci mesi è stato revocato lo stato di emergenza, tanto ormai il dissenso politico è stato cancellato, messo sotto chiave dall’applicazione della draconiana legge anti-terrorismo del 2009. In Etiopia, è bene ricordarlo, i mezzi di comunicazione sono appannaggio del governo e i giornalisti «dissenzienti» possono solo scegliere tra autocensura, esilio o arresto. L’esecutivo non si crea scrupoli a limitare l’accesso ai social media.

Insomma, uno di quei paesi, e non sono pochi, con i quali Palazzo Chigi non riesce a non fare amicizia. E gli amici, si sa, non vanno mai imbarazzati.

FACCIAMO UN PICCOLO salto indietro nel tempo. È il luglio 2015, Matteo Renzi è uno dei pochi capi di governo presenti ad Addis Abeba in occasione della Conferenza dell’Onu sul Finanziamento allo Sviluppo. Prima della fine del vertice, Renzi aveva salutato tutti ed era volato 400 chilometri più a sud, nella valle dell’Omo, per una foto ricordo sulla diga Gibe III, il mega impianto idroelettrico dell’italiana Salini-Impregilo, meritevole, secondo lui, di «portare in alto il Tricolore». Un viaggio, quello in Etiopia, bissato qualche mese dopo dal Presidente Sergio Mattarella. Proprio mentre nel sud dell’Etiopia contadini e pastori della Valle dell’Omo denunciavano il deterioramento delle loro condizioni di vita a causa della diga e dei furti di terra a essa collegati, il Capo dello Stato omaggiò il contestatissimo governo di Haile Mariam Desalegn, avallando l’indissolubile rapporto di amicizia che ci lega all’Etiopia. Amicizia che in gergo geopolitico significa condivisione profonda delle strategie di sviluppo del Paese, dai cui vantaggi l’Italia non intende rimanere esclusa.

EVIDENTEMENTE NON era bastata la poco onorevole storia della diga Gibe I sul fiume Omo, la cui costruzione nel 1999 a opera della stessa Salini aveva provocato lo spostamento forzato di circa 10mila persone. E neppure la «controversa» esperienza di Gibe II, costruita sullo stesso fiume dalla solita Salini, (e parzialmente crollata nel 2011 a meno di una settimana dall’inaugurazione) con un contributo di 220 milioni di euro di soldi pubblici, elargito in circostanze che suscitarono scandalo e stimolarono l’interesse della magistratura. E tantomeno la ormai tristemente famosa Gibe III, quella della foto-ricordo di Renzi, che sta affamando centinaia di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

IL BACINO ARTIFICIALE creato dallo sbarramento ha gradualmente sommerso i territori su cui le tribù della Valle dipendono per la coltivazione e l’allevamento e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno così a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Quando ci fu bisogno di trovare i finanziamenti per Gibe III, fu solo grazie ad una vincente campagna di pressione della società civile che l’Italia fu costretta a ritirarsi dal finanziamento, anche perché tutti i donatori multilaterali avevano fatto marcia indietro.

Oggi, dimostrando poca memoria storica, il nostro esecutivo si lancia in una nuova prova di forza: sarà ancora la Salini-Impregilo a realizzare la diga Koysha (nota come Gibe IV), l’ennesimo mega progetto sul già tormentato fiume Omo, in una saga destinata a non finire mai. A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere l’Italia attraverso la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro. Nel frattempo, in linea con il triennio 2013-2015, l’Etiopia si conferma il secondo maggior beneficiario dopo l’Afghanistan dei fondi della Cooperazione italiana, tramite cui sono stati finanziati progetti per quasi 100 milioni di euro, senza mai imbarazzare l’esecutivo locale con domande sulle violazioni dei diritti umani.

IN QUESTO MODO TUTTO torna: noi suggelliamo l’amicizia con un alleato strategico che ci aiuta nella guerra al terrorismo, il Sistema Italia si rafforza, la Salini-Impregilo conta gli utili e a mettere una toppa, se qualcosa va storto, ci pensa la Cooperazione Italiana, mentre i soldi veri li usiamo per «aiutare i migranti a casa loro». Merkel docet.

Poco importa che l’Etiopia sia di fatto una zona off-limits per chi prova a capire cosa si muova realmente al di là della narrativa ufficiale.

NEL DICEMBRE 2015, anche noi di Re:Common ci eravamo recati lì. Ma il viaggio si rivelò monco, perché ci fu impedito di avvicinarci alle zone «calde», di parlare con chi si oppone all’impetuoso «Piano di Crescita e Trasformazione», modellato su grandi infrastrutture e sviluppo agroindustriale intensivo, a discapito delle componenti più povere e fragili del Paese. Esperienza che ci portò a raccontare quanto accaduto nel rapporto «Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo?».

Del resto è dal 1500 che esiste la ragion di stato come politica dotata di regole proprie e ubbidiente a una logica tutta sua, in nome della quale tutto diventa sacrificabile, con buona pace di quanti si sono sforzati di conciliarla con etica e morale.

ECCOLE ALLORA SVELATE le ragioni di stato del nostro Paese: petrolio, gas, armi, grandi infrastrutture, a cui ora si aggiunge la necessità di stringere alleanze con chicchessia per dimostrare che siamo pronti a tutto pur di porre fine al «problema dei migranti». Al cospetto di ciò, ogni altra questione diventa poca cosa. Che si tratti della sorte delle migliaia di persone arrestate e cacciate dalle loro case dall’esecutivo dell’amico etiopico, degli oltre 4mila morti yemeniti sotto le bombe saudite (di fattura italiana) o della vita di uomini e donne imprigionati nei centri di detenzione in Libia. Così come del destino degli attivisti perseguitati in Azerbaigian o di quello dei 40mila prigionieri politici blindati nelle carceri egiziane.

O, ancora, di scoprire la verità sull’efferato omicidio di un giovane ricercatore italiano al Cairo.

fonte:http://www.recommon.org/aiutiamoci-a-casa-loro-il-caso-etiopia/

Amnesia generale

Fulvio Vassallo Paleologo
In Italia i media scoprono soltanto adesso tutto l’orrore dei centri di detenzione in Libia e le violenze della sedicente Guarda costiera libica, argomenti tenuti nascosti durante la campagna di aggressione contro le Ong che operavano con azioni di salvataggio nel Mediterraneo. Intanto si ripropone uno scambio tra ius soli e accordi con la Libia. Malgrado tutto conosciamo benissimo i nomi di coloro che hanno fatto gli accordi con i libici. Le loro enormi responsabilità non si cancellano

di Fulvio Vassallo Paleologo*

Prima era stato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa,adesso arriva  una dura presa di posizione da parte delle Nazioni Unite sulle conseguenze degli accordi che gli stati europei hanno concluso in forme diverse con le milizie libiche e con alcuni sindaci, loro evidente espressione. Tutti i media del mondo documentano da tempo la condizione anche schiavistica dei migranti detenuti nei centri di detenzione in Libia dove nessun governo legalmente costituito è in grado di garantire la vita e i diritti fondamentali delle persone arrestate a qualunque titolo dalle milizie e dalle forze di polizia affiliate ai clan locali.

In Italia i mezzi di informazione hanno scoperto soltanto adesso tutto l’orrore dei centri di detenzione in Libia, e da ultimo i comportamenti illegali della sedicente Guarda costiera libica, argomenti tenuti ben nascosti per mesi durante la campagna di aggressione contro le Organizzazioni non governative che operavano attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale.

La Guardia costiera libica, comandata dal “brigadiere” Qassem, ha espressamente confermato che i migranti “soccorsi” in mare dopo l’arrivo delle prime motovedette restituite dagli italiani sono stati riportati “nel centro di detenzione di Zawya”. Un recente Rapporto delle Nazioni Unite chiarisce quale situazione trovano i migranti ripresi in mare e sbarcati in quel porto. Anche se si tratta di contrabbando di carburante non sembra che i corsi di formazione della Guardia costiera libica abbiano prodotto la fine dei traffici che sono denunciati da anni, traffici che oltre i carburanti hanno come oggetto anche le persone che sono riprese in mare e trattenute nei centri di detenzione. E il centro di detenzione di Zawia è uno di quelli in cui, secondo le testimonianze dei migranti, si verificano gli abusi peggiori.

“The report names Zawia’s coast guard as active participants in fuel smuggling and names a Zawia militia and its leaders. It also names people smugglers and details the involvement of sophisticated international cross-border smuggling and finance rings in the smuggling process”.

Sono mesi che la sedicente Guardia costiera libica, che in realtà corrisponde alle città di Tripoli e Zawia, si arroga il diritto di scambiare la zona SAR (ricerca e salvataggio) che si è attribuita unilateralmente dopo gli accordi con il governo italiano, con una zona di assoluto controllo territoriale, di piena sovranità, nella quale potere interdire il passaggio inoffensivo di navi private che operano per attività di soccorso.

ARTICOLI CORRELATI

L’ultimo gravissimo episodio che è finito sui media di tutto il mondo, con una motovedetta libica che ha messo in moto le eliche con decine di persone in acqua, mentre era in corso un soccorso operato dalla nave Sea Watch III della omonima Ong, coordinata dalla Guardia costiera italiana, non è smentibile dalle fake newsche sono state diffuse da Tripoli e da alcuni organi di informazione italiani, comeil Giornale, in evidente collegamento con ambienti che garantiscono gli accordi italo-libici ed i rapporti economici sottostanti. Le immagini diffuse dalla Guardia costiera libica non si riferivano al soccorso operato da Sea Watch, ma ad un precedente abbordaggio di un gommone, in acque internazionali, sotto gli occhi di una nave della Marina militare italiana e della nave Aquarius della Ong SOS Mediterraneé. Episodi che si sono ripetuti in numerose occasioni, proprio per gli effetti degli accordi tra il governo italiano e la guardia costiera che fa riferimento al governo di Tripoli.

Certo l’Unione Europea ha le sue responsabilità, soprattutto per non avere garantito una politica estera comune, con continui tentativi della Francia di Macron di instaurare un rapporto preferenziale con il generale Haftar e le autorità di Tobruk, sostenuti dall’Egitto, piuttosto che con il governo Serraj sostenuto dalla comunità internazionale e dall’Italia. Ma le responsabilità degli accordi con i libici, e del loro pesante costo in termini di vite e di abusi inflitti ai migranti intrappolati in Libia o bloccati in mare, ricadono in maggior parte sul governo italiano che prima ha lanciato il Processo di Khartoum e poi con le due conferenze di Malta (novembre 2015 e febbraio 2017) si è battuto perché fosse approvato il Migration Compact proposto proprio da GentiloniAlfano, Minniti e Pinotti. Il “Migration compact” era contenuto in una lettera del premier Matteo Renzi inviata il 15 aprile  2107 ai presidenti di Commissione e Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk.

Adesso in vista della prossima campagna elettorale si ripropone uno scambio “impossibile” tra ius soli e accordi con la Libia, ma nessuno potrà cancellare dichiarazioni e documenti che segnano una responsabilità storica del governo italiano e dei suoi componenti più significativi. Nessuna alleanza è possibile con chi continua a difendere gli accordi con i libici e sostiene che hanno prodotto un risultato positivo. La riduzione di alcune decine di migliaia di arrivi non è nulla rispetto al riprodursi della clandestinità  in Italia ed in Europa che deriva dalla mancata apertura di canali legali di ingresso (anche per lavoro) e dal numero esiguo di persone ammesse a fruire dei cosiddetti corridoi umanitari.

Certo occorre parlare di Europa. I campi di detenzione in Libia possono essere chiusi solo con un impegno coeso di tutta l’Unione Europea. Non si può parlare di Europa soltanto per scaricare responsabilità del nostro governo, ma per cominciare a capire come fare per contrastare l’ondata xenofoba e razzista che continua a montare. Una proposta in Europa si è fatta , da parte del Parlamento europeo ed è stata respinta. Non saranno gli accordi con i paesi terzi come la Libia, e prima la Turchia, a permettere una accoglienza più ordinata, una possibile convivenza e la risoluzione pacifica dei conflitti, sempre più estesi, nei paesi di transito. La società civile non cadrà in questa ennesima trappola.

Il 14 novembre 2017,  l’Asgi ha impugnato davanti al Tribunale Amministrativo del Lazio il Decreto 4110/47 con il quale il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha accordato al ministero dell’Interno un finanziamento di 2 milioni e mezzo di euro per la rimessa in efficienza di quattro motovedette, la fornitura di mezzi di ricambio e la formazione dell’equipaggio. Tutte attrezzature ed attività da destinare alle autorità libiche.

Sono anni che la società civile italiana denuncia il supporto economico e operativo offerto dall’Italia alla sedicente Guardia costiera libica. Vediamo se adesso ci saranno giudici in grado di rilevare le gravissime violazioni derivanti dagli accordi italo-libici e a sanzionare i responsabili.

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif

fonte:https://comune-info.net/2017/11/amnesia-generale-gli-accordi-libia/

Aung San Suu Kyi, le viscere della santità

 C’è poco da fare: la persecuzione e il massacro della minoranza musulmana dei Rohingya a Myanmar non ammettono reticenze né silenzi sulle enormi responsabilità del governo e della sua esponente più nota, Aung San Suu Kyi. Intorno al caso della leader birmana, c’è tuttavia un tentativo meschino di screditare a posteriori anche la lunghissima lotta contro il regime dei militari che le era valsa il Nobel per la pace. Ne sono protagonisti soprattutto alcuni dei beatificatori della prima ora, coloro che ne avevano fatto una santa o un’eroina, dipingendola – in modo quasi farsesco – come una Giovanna d’Arco dei tempi moderni. Quella costruzione, scrive Mimmo Cortese, era culturalmente e politicamente già finalizzata, più o meno consapevolmente, all’esito di oggi: se anche una santa e un’eroina senza macchia tradisce i suoi stessi valori e crolla in modo fragoroso dal piedistallo su cui era stata posta, chi potrà mai sperare di esprimere una resistenza tanto tenace e radicale senza ricorrere all’uso simmetrico degli stessi mezzi degli oppressori? Intanto, a fine novembre, papa Francesco vola a Naypydaw, la sontuosa città costruita quasi in segreto dal regime e proclamata capitale di Myanmar nel 2005

Rifugiati del Rohingya. Foto https://gdb.voanews.com

di Mimmo Cortese

Ciò che sta accadendo alla minoranza musulmana dei Rohingya, in Birmania, è gravissimo: un massacro generalizzato e la messa in fuga di un intero popolo. I fatti sono stati accertati da più parti, agenzie internazionali, ONG e molti seri reporter hanno documentato chiaramente ciò che sta succedendo. Non sono quindi accettabili reticenze, silenzi e men che meno bugie da parte del governo di Yangon e della sua esponente più importante e conosciuta, Aung San Suu Kyi.

Le pur vistose attenuanti – legate alla “pasta” sanguinolenta e nauseabonda di cui è fatta la casta militare birmana, che ha ancora saldamente in mano i ministeri della Difesa, degli Interni e dei Confini, un vicepresidente, il 25% dei parlamentari, nominati per legge, e una Costituzione che consente loro ampi margini di potere e di manovra, tra i quali anche l’impossibilità di modifiche alla carta fondamentale del paese senza i voti dei rappresentanti dell’esercito e che potrebbe, in ogni momento, operare un colpo di mano, riportando il paese nei tempi più bui – non possono essere una giustificazione per la Lady.

Le iniziative di denuncia e di pressione che vengono da attivisti, associazioni e ONG sono sacrosante e vanno sostenute con forza e determinazione. Giusti e condivisibili i richiami forti e autorevoli di molti Nobel.

Credo però che chiunque si sia cimentato con un minimo di attenzione con l’esperienza di Aung San Suu Kyi non possa non ritenere che il suo contributo ed il suo agire, all’interno della storia politica che si è determinata a cavallo del millennio e alla storia della nonviolenza più in generale, sia stato, e resti, uno dei più originali e significativi emersi in quegli ambiti.

Proprio per questo l’attacco concentrico, trasversale e diffuso alla Daw pone molte più domande di quante non appaiano a prima vista.

Ci sono gli agitatori violenti per vocazione, che attaccano Suu Kyi con l’unico strumento che sono in grado di manovrare: la gogna! E’ doveroso e necessario non solo guardarsi bene da costoro ma anche prendere nettamente le distanze da modi, linguaggio e, si fa per dire, opinioni di questa parte. Il nemico (violento) del mio nemico non potrà mai essere un mio amico.

I più pericolosi però sono i tanti commentatori mainstream, compresi alcuni pentiti dell’ultim’ora, che nei mesi scorsi con “viva e vibrante” indignazione hanno lanciato strali sul personaggio pubblicoLa gran parte dei quali, e delle testate per cui essi scrivono, prende parola alla voce “diritti umani” solo quando il titolo può fare notizia o quando quelle violazioni possono essere usate come clava strumentale e di parte.

A me sembra del tutto evidente che l’offensiva che arriva da questo lato sia un pesante attacco personale. Questo ampio filone di pensiero però ha un traguardo più sostanzioso, sottilmente nascosto. Assieme alle scelte odierne di Aung San Suu Kyi l’obbiettivo è azzoppare e ridimensionare anche tutto il percorso politico e di lotta che si è venuto a manifestare attorno alla leader birmana. Non casualmente costoro sono i beatificatori della prima ora, dei tempi della detenzione e dell’isolamento i quali, senza averne mai compreso nulla, senza avere probabilmente letto più di due pagine di un qualsiasi suo testo, ne fecero, in quegli anni, una santa e un’eroina d’altre epoche, raggiungendo la punta più farsesca di questa adorazione nel celeberrimo paragone con Giovanna D’Arco, messo in copertina da Vanity Fair nel 1995.

Questa costruzione però, culturalmente e politicamente, era già preordinata e finalizzata, più o meno consapevolmente, all’esito di oggi: se anche una santa ed un’eroina senza macchia, come la Signora, cade chi altri potrà mai riuscire a percorrere quelle strade? Il messaggio che si vuole veicolare è che la scelta nonviolenta e la difesa senza armi dei diritti di ogni uomo e ogni donna può avviare solo battaglie deboli – bisognose, giustappunto, di inesistenti santi – che possono portare facilmente alla sconfitta. Il tentativo è quello di mostrare il fallimento di quei percorsi e indirizzare l’opinione pubblica a pensare che solo attraverso altre strade, con altre le priorità, strumenti e scelte si può “fare” politica in maniera credibile ed efficace.

In realtà a questo filone di pensiero interessano i Rohingya tanto quanto i bambini yemeniti, le donne siriane, gli adolescenti palestinesi e i diseredati di tutto il mondo.

Un filone di pensiero distante anni luce da chi considera la lotta un agire collettivo, un sapere condiviso, un’assunzione di responsabilità ampia e diffusa. Da chi considera imprescindibili queste caratteristiche dalla scelta nonviolenta. Da chi crede che un leader possa essere tale solo se nella sua prassi giungano a più chiara sintesi questi elementi, rappresentandone simbolicamente forza e passione, e che il suo agire sia l’esatto opposto di quello del classico capo, specializzato nel comando e nell’imposizione di scelte e obbiettivi.

Aung San Suu Kyi è stata, per lunghi anni, quella sintesi nel suo paese. Le sue posizioni odierne sulla minoranza musulmana possono prestarsi a molte ipotesi e supposizioni. Nessuna potrà cancellare la gravità delle scelte prese fino ad ora dal governo di cui è esponente di rilievo ma unirsi, o anche solo blandire o rilanciare, opinioni e opinionisti del secondo coro è davvero inaccettabile e incomprensibile, visto il pensiero che lo ha originato.

Questo pensiero solo apparentemente sembra ragionevole e condivisibile, in realtà è intrinsecamente violento, autoritario e intollerante. Ha la medesima origine, sia pure trasfigurata, in questo caso, attraverso la metafora della caduta, che abbiamo visto più volte sventolare nell’ultimo quarto di secolo: la supponente e insopportabile idea che l’occidente abbia una sorta di diritto di prelazione calato dal cielo, e possa arrogarsi, di volta in volta, il potere di individuare il cattivo di turno (gli esempi più celebri e drammatici riguardano i vari Saddam e Gheddafi con le eccezioni “misteriose” degli Assad e degli Erdogan) trovandosi poi “costretto”, nelle situazioni più gravi, per salvare non un popolo ma l’umanità intera, alla scelta ovviamente obbligata, dell’annientamento del soggetto in questione. Questo pensiero, che chiaramente nasce sempre e solo per la tutela di interessi politici, geostrategici ed economici, spesso indicibili ed occultati, ha però bisogno di questa narrazione per acquisire il consenso necessarioLa via più semplice, più diretta, resta sempre quella dell’individuazione di un bersaglio in carne ed ossa, dell’antichissimo capro espiatorio.

Ora se ogni attacco personale, per qualsivoglia motivo, diretto verso chicchessia, fosse pure il satrapo più feroce e sanguinario, ha sempre e sistematicamente quelle orribili radici – radici che comprese, con largo anticipo, Jean Amery quando, in prefazione al suo imprescindibile “Intellettuale ad Auschwitz” scrisse, “Talvolta si ha l’impressione che Hitler abbia conseguito un trionfo postumo. (…) la distruzione dell’uomo nella sua essenza” – in questo caso è evidente che vuole solo e sistematicamente demolire una donna e la sua intera storia. Prova ne sia che quasi nessuno di questi accorati opinionisti nemmeno tenta di indicare, o solo suggerire, quali mosse dovrebbe fare la Lady per porre termine all’oppressione dei Rohingya, nessuno che si eserciti, come spesso accade in questi frangenti, a ipotizzare scenari possibili, soluzioni intermedie, soggetti da mettere in campo. Ma è ovvio che sia così, se vesti i panni, sia pure dissimulati, del tiratore scelto, se sei ottenebrato dal delirio di chi crede di possedere il giudizio divino. L’obbiettivo è uno solo: centrare il bersaglio, additarlo e marchiarlo definitivamente.

Una delle derivate più macroscopiche di questo pensiero riguarda l’incredibile consenso raccolto dalla proposta di revocare alla politica birmana il Nobel per la Pace. Aung San Suu Kyi iniziò la sua vita politica proprio nel periodo in cui si stava preparando l’8/8/88, il giorno in cui prese avvio una delle più importanti rivolte popolari e studentesche birmane contro la dittatura. Quel giorno e durante i mesi successivi, le vite di molti giovani furono annegate nel sangue, nel carcere più violento e degradante e nella tortura di migliaia di loro. Nel discorso di accettazione del Nobel, che potè ricevere solo ventun anni dopo il suo conferimento, anni passati in gran parte agli arresti e isolata dal mondo intero, Suu Kyi più volte ricorderà quegli uomini e quelle donne, le tante vite mute e spezzate senza le quali lei stessa e la lotta per la democrazia in Birmania non sarebbe mai potuta esistere. Più volte, durante i decenni del terrore e del dolore, sarà in nome di quegli studenti e assieme alle migliaia di oppositori dal coraggio smisurato che la sua leadership prenderà corpo e la resistenza potrà durare e vincere. Chi ha caldeggiato, organizzato e sottoscritto quella insulsa proposta forse non ha cognizione di queste vicende, forse non sa che quel Nobel “rappresenta” ed è indissolubilmente legato a quelle vite, a quelle esistenze, ma soprattutto, forse, non si rende conto di partecipare ad un rito oscuro e necrofilo di cancellazione di una vicenda importante non solo per la Birmania ma per tutta la storia della nonviolenza e della lotta per i diritti umani.

Infine, in controluce, questa vicenda mette in evidenza forse l’elemento più grave, che riguarda l’approccio alla dimensione della politica di un’ampia parte dei suoi rappresentanti, di coloro che vogliono raccontarla, e di una fetta dell’opinione pubblica: l’estrema difficoltà sia di vivere che di affrontare le contraddizioni che si aprono nello spazio pubblico, con l’insofferenza, per non dire l’avversione, nel tollerare chi vi si mette in gioco lo stesso senza soluzioni pronte e definitive; sia di immaginare possibili gestioni del conflitto che non siano indirizzate esclusivamente verso esiti distruttivi.

L’assegnazione del Nobel avviene, come per qualsiasi altro riconoscimento, alla luce della considerazione di una vicenda, o di alcuni accadimenti, così come essi si sono determinati fino a quel momento. Certo, l’auspicio che tutto quanto di significativo e di importante, previsto nel nucleo del riconoscimento assegnato, possa perpetuarsi sine die, è legittimo, ma nessuna ragionevole previsione potrebbe darlo per scontato, come un fatto definitivamente acquisito. Per qualsiasi altro riconoscimento, qualsiasi altra categoria di Nobel, la penseremmo in questo modo.

In questo caso invece – e non credo sia secondario che stiamo parlando di una donna – Aung San Suu Kyi deve dimostrare di essere una sorta di angelo, ovvero, in caso contrario, precipitare direttamente all’inferno, esattamente come la vicenda luciferina racconta. La richiesta di cancellazione e di revoca del Nobel è palesemente motivata dalla valutazione di questa sorta di inaccettabile “tradimento”, mettendo in luce un legame culturale trasversale attorno a un pensiero la cui natura intollerante e integralistica è esplicita: la difficoltà, che si avvicina all’impossibilità, di accettare un errore, anche grave, soprattutto da parte di chi hai ritenuto a lungo un tuo compagno di strada, chiudendo ogni porta, elevando subito muri che magari, altrove, si chiede incessantemente di abbattere.

Accade così quando prevalgono – ed anche questo è un tratto diffuso e trasversale – prese di posizioni istintuali attizzate principalmente dalla visceralità, laddove la politica si eclissa, in luogo delle scelte meditate e razionali alimentate dalla forzadurevole e inesauribile della passione.

Credo che pochissimi abbiano davvero letto il suo discorso del 19 settembre 2017, le parole di Suu Kyi sulla difesa assoluta dei diritti umani, nessuno escluso, non possono lasciare spazio a dubbi, come pure è evidente la sua richiesta di tempo e di aiuto, interno ed esterno, il suo palesare le evidenti difficoltà e i ristretti margini di manovra nel suo governo. Naturalmente si possono valutare in maniera più o meno condivisibile, o accettabile, queste prese di posizione ma anche il giudizio più severo – a meno di non pensare che la Lady sia proprio un’artefice e una mandante del massacro dei Rohingya, parte attiva e propulsiva delle azioni intraprese dal Tatmadaw e stia, quindi, spudoratamente e vergognosamente mentendo – non potrebbe giustificare alcuno degli apprezzamenti, dei verdetti e dei punti vista di cui sopra.

Che fare allora? Aung San Suu Kyi e il governo civile birmano sembra stiano iniziando a dare qualche seguito alle conclusioni del rapporto di Kofi Annan in relazione alla “Rakhine State Advisory Commission”. Sono iniziati i primi colloqui col Bangladesh e si è avviata la discussione sul possibile rientro in Birmania dei rifugiati Rohingya ma le difficoltà e gli ostacoli sono numerosissimi. Le ombre lunghe e minacciose, i tempi assolutamente incerti. E’ evidente che l’azione internazionale di pressione e di denuncia, in primis gli appelli e le iniziative di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, sono fondamentali e non possono assolutamente fermarsi. Ma le pressioni vanno fatte anche sui nostri governi, presso le istituzioni internazionali.

Il consiglio europeo ha adottato una presa di posizione di condanna nella quale si dispone un embargo di forniture militari e sulle attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna ma ha lasciato una porta aperta al dialogo in vista della prossima riunione dell’ASEM che si terrà nella nuova capitale birmana il 20 e 21 novembre prossimi. L’Europa non ha certo il peso di India e Cina – che hanno i maggiori interessi su quell’area e hanno scelto non casualmente la strada del silenzio o di qualche blanda dichiarazione asettica e formale – o degli Stati Uniti che, nella traccia della nuova presidenza, hanno ripreso modalità aggressive anche in Asia, ma potrebbe introdurre qualche elemento di novità e di rottura di schemi triti e senza futuro iniziando ad abbandonare la strada che mette gli interessi geopolitici rigorosamente nel solco di uno spietato neoliberismo che si nutre di una globalizzazione predona di uomini e terre.

Se l’Europa iniziasse a porre con forza il tema che i diritti umani e la dignità per ogni uomo e per ogni donna del pianeta sono la pietra angolare con cui guardare e valutare ogni scelta di natura, sociale, politica ed economica potrebbe segnare un’autentica e storica differenza. Sarebbe un segno forte di speranza non solo per il popolo Rohingya ma per una parte grande del pianeta. Su questo terreno Papa Francesco, che visterà Myanmar tra meno di due settimane, potrebbe anch’egli giocare un ruolo importante. Vedremo, nelle prossime settimane, cosa accadrà.

Come sempre, ogni cambiamento politico dipende solo da noi, da come e quanto siamo disposti a metterci in gioco. Senza dimenticare di tenere vivo il pensiero critico, principalmente rispetto ai percorsi che si intraprendono, alle nostre scelte. Prendendosi il tempo che occorre per riflettere, soprattutto in quest’epoca, nella quale le tecnologie, e in particolare chi pensa di trarne sostanzioso profitto politico ed economico, spingono a magnificare il “tempo reale”, a pensare che le cose accadono per noi, e solo per noi, in quel preciso momento oppure le abbiamo perse per sempre. Consapevoli dei nostri limiti che, a pensarci bene, forse non sono così diversi da quelli di chiunque altro.

PS: Le parti linkabili portano a notizie o documenti attinenti i diversi passaggi del testo. Debbo ringraziare in maniera particolare Emanuele Giordana e Alessandra Chiricosta per il loro notevole contributo di analisi e di riflessione.

fonte:https://comune-info.net/2017/11/aung-san-suu-kyi-nelle-viscere-della-santita/

Scusate

di Marco Cinque

Scusate se siamo fuggiti
dalle guerre che voi nutrite
con le vostre stesse armi

Scusate se ci siamo avvelenati
con i rifiuti tossici sotterrati
dalle vostre potenti industrie

Scusate se avete dissanguato
la nostra terra, deprivandoci
di ogni possibile risorsa

Scusate la nostra povertà
figlia della vostra ricchezza
dei vostri neo-colonialismi

Scusate se veniamo massacrati
e disturbiamo le vostre vacanze
col nostro sangue invisibile

Scusate se occupiamo
coi nostri sudici corpi
i vostri centri di detenzione

Scusate se ci spezziamo la schiena
nei vostri campi di pomodoro
schiavi senza alcun diritto

Scusate se viviamo nelle
vostre baracche di lamiera
ammucchiati come bestie

Scusate per la nostra presenza
che causa ogni vostra crisi
e non vi fa vivere bene

Scusate se le vostre leggi
non sono abbastanza severe
e molti di voi vorrebbero la forca

Scusate se esistiamo
se respiriamo, se mangiamo
persino se osiamo sognare

Scusate se non siamo morti in mare
e se invece lo siamo, scusate ancora
l’impudenza d’avervelo fatto sapere.

 

****Notizie dal deserto****

da un post di Filippo Miraglia

Molto interessante l’audizione del direttore dell’ufficio dell’OIM nel Mediterraneo, Federico Soda, per capire come funziona il trasferimento, cioè l’esternalizzazione, delle nostre frontiere verso altri Paesi, in particolare dall’Africa.

Si parla di un calo consistente degli arrivi dal Corno, in particolare da Somalia ed Eritrea. L’Eritrea è uno dei Paesi da dove arrivano da anni migliaia di giovani in fuga dal regime di Isaias Afewerki. A fermarli, la polizia di un altro dittatore, Omar Al Bashir, alla quale la nostra polizia fornisce assistenza tecnica e logistica, formazione e strumentazione.

Gli eritrei che arrivavano in Italia erano più di 40 mila nel 2015. Sono dimezzati nel 2016 e quest’anno, sostiene il direttore Soda, diminuiranno ulteriormente. Insomma la strategia di bloccare le frontiere di paesi africani di transito verso l’UE e l’Italia, impedendo alle persone di fuggire da regimi dittatoriali internazionalmente noti, affidandosi ad altri dittatori, funziona. Tutti soddisfatti. A parte le vittime di quei dittatori e la nostra Costituzione. Ma questo è irrilevante.
Dopo il “successo” sul Corno d’Africa, adesso l’attenzione del nostro governo, con l’aiuto convinto dell’OIM, si concentra sulla rotta occidentale verso la Libia, dalla quale proviene quasi l’80% delle nazionalità che arrivano in Italia, secondo Soda. È la che si sta costruendo un “muro nel deserto” che fa deviare le rotte trasformando il Sahel in un cimitero di migranti.
In Niger l’OIM gestisce 3 centri di dissuasione e rimpatrio, aperti, per convincere i migranti a rientrare nel Paese d’origine o a rimanere nel paese centroafricano. Nel 2017 sono stati più di 3 mila i “rimpatri volontari” da Agadez e Niamey, l’obiettivo è di arrivare a 6 mila. 5 Mila i migranti rimpatriati dalla Libia e puntano ad arrivare a 10/11 mila entro la fine dell’anno. Hanno anche “salvato” circa 700 persone nel deserto nigerino.
L’OIM stima che in Libia siano presenti 400 mila migranti, che però dichiarano in maggioranza di essere partiti con destinazione finale proprio la LIbia e non l’UE o l’Italia.  I centri di detenzione in Libia sono più di 30 e quelli ai quali ha accesso l’OIM (circa 20) sono in pessime condizioni e, secondo Soda, andrebbero chiusi.
Tuttavia OIM riceverà 18 milioni di euro dall’Italia per migliorare le condizioni dei centri di detenzione (2 milioni), per attività di stabilizzazione del sud (8 milioni) e per rimpatri assistiti (8 milioni).

fonte:https://comune-info.net/2017/08/scusate/

Gli xenofobi insultano pure l’Unicef: “Siete pagati per farci invadere”

In questi giorni sui social flotte di razzisti si sono lasciati andare a commenti mostruosi che noi abbiamo pensato di riportarvi qui attraverso questa gallery.

Il Post dell’Unicef

Claudia Sarritzu 2 maggio 2017

La polemica sui presunti rapporti tra trafficanti ed Ong ha sollevato un polverone che è stato riassunto bene nei giorni scorsi da Don Albanesi. Parole sagge le sue in mezzo a tanti sproloqui e alla deriva razzista e xenofoba alimentata dalla destra in concorso con il M5s che sulla pelle dei migranti cerca di contendere qualche voto a Salvini.
“Un tema grave come quello dei migranti non può essere trattato a suon di schermaglie o battute”. Aveva detto il presidente della comunità di Capodarco secondo cui “sono giorni che la politica si perde dietro polemiche oziose e nel frattempo non si occupa del problema di chi parte a rischio di morire in mare”.
“E questo urlare, da una parte e dall’altra – ha aggiunto il sacerdote – sembra voler coprire un messaggio chiaro quanto inquietante: lasciamoli affogare”. “Se si vuole si può andare a fondo alla provenienza dei finanziamenti che permettono a queste Ong monstre di gestire navi che solcano i mari – ha continuato Albanesi – ma la magistratura lavori senza lanciare messaggi preoccupanti, come quelli diffusi dal procuratore di Catania che si dice sicuro che esistano collusioni tra trafficanti e ong, ma dichiara di non averne le prove”.
In questi giorni sui social i fascisti, xenofobi ed egoisti, sdoganati dai partiti populisti (grillini e salviniani), si sono lasciati andare a commenti mostruosi che noi abbiamo pensato di riportarvi qui attraverso questa gallery.  Perché come dice l’Unicef non merita nessun rispetto chi infanga e augura che altri esseri umani muoiano. Vi consigliamo di leggerli a stomaco vuoto, per evitare che la nausea vi faccia un brutto scherzo.












fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/215227/gli-xenofobi-insultano-pure-l039unicef-quotsiete-pagati-per-farci-invaderequot.html

Perché danno fastidio le Ong che salvano i migranti in mare?

Questa è la ricostruzione fedele di quanto sta avvenendo nel Mediterraneo Centrale dove l’Agenzia Frontex insieme ad organizzazioni e media di destra, in Italia e in Europa, criminalizzano le Ong che tentano operazioni di salvataggio in mare. Una vera e propria operazione di screditamento attraverso cui si tenta di intimidire non solo le organizzazioni umanitarie ma l’intera società civile che non si volta dall’altra parte e che considera salvataggi e degna accoglienza come le uniche risposte da dare a chi fugge. Leggi

Mancato soccorso in mare 260 morti di cui 60 bambini

Molti pseudo marinai sono convinti che la Guardia Costiera sia obbligata ad intervenire per ogni richiesta di soccorso, anche quando non è in gioco l’incolumità della vita delle persone. Non è assolutamente vero! Il suo obbligo istituzionale è rivolto SOLO al SOCCORSO DELLE VITE UMANE IN MARE. Ciò significa che se una barca rimane in panne col motore, non può pretendere il soccorso in mare se le condizioni meteo marine non sono tali da compromettere l’incolumità dei passeggeri.

In questo caso IL SOCCORSO è stato disatteso 260 persone morte di cui 60 bambini, le polemiche sulle ong che guadagnano sui salvataggi sono alquanto pretestuose e il sistema Frontex come ascoltiamo dalla telefonata ha diverse lacune.

Personalmente provo una profonda vergogna.

How Bulk Interception Works

This piece was authored by PI Legal Officer Scarlet Kim.

This week, Privacy International, together with nine other international human rights NGOs, filed submissions with the European Court of Human Rights. Our case challenges the UK government’s bulk interception of internet traffic transiting fiber optic cables landing in the UK and its access to information similarly intercepted in bulk by the US government, which were revealed by the Snowden disclosures. To accompany our filing, we have produced two infographics to illustrate the complex process of “bulk interception.” read

PM Hasina: Lead the world on child marriage. Sign the petition

We back you to pass the Child Marriage Restraint Act, without a clause that could undermine 18 as the minimum age of marriage. Girls in special circumstances can be protected if a law is passed so unmarried mothers and their children can go to school and the National Action Plan is launched. You can make Bangladesh a beacon of hope for vulnerable girls worldwide.

Dear friends,

With the stroke of her pen, Bangladesh’s Prime Minister can become a champion for millions of girls — or pass a law that could force girls to marry their rapists!

Bangladesh has made strides in passing progressive laws for women and girls. But a new law aimed at ending child marriage could include a ‘special circumstances’ clause where young girls may be forced to marry their rapists.

Local activists on the frontline have just taken to the streets in protest and Parliament could pass the law any day now. Let’s call on the Prime Minister to drop the child rape loophole and speed up a national action plan to keep these girls safe:

https://secure.avaaz.org/campaign/en/bangladesh_child_marriage_law/?tYiGwlb&v=500279531&cl=11724182072&_checksum=42706a013e3ebfa491639693133705654cc21b4a6cb824c48f25bbabdf58a1c3

In the wake of the extraordinary women’s marches, this is something we can all do together for the most vulnerable on our planet.

So far, the Prime Minister has favoured the ‘special circumstances’ clause, arguing that for rural girls that are victims of rape or get pregnant, marriage is the least of all evils. But there are alternatives to improve their protection: she can pass a law so rural girls and their children can go to school without a father’s surname, and roll out the new National Action Plan to provide services for girls in these special circumstances.

Let’s convince PM Hasina to take the clause out and make Bangladesh one of the world’s pioneers on child marriage. Join now:

https://secure.avaaz.org/campaign/en/bangladesh_child_marriage_law/?tYiGwlb&v=500279531&cl=11724182072&_checksum=42706a013e3ebfa491639693133705654cc21b4a6cb824c48f25bbabdf58a1c3

Bangladesh already has so much promise for women. Progressive policies have transformed families from the 1970s when women had seven children each, to now just above two. And subsidies for girls mean they are more likely to make it to secondary school than their neighbours in richer India.

>From Afghanistan and India to Somalia and Kenya, Avaaz has used our collective power to stand up against the abuse of girls, and push for women’s rights. Let’s now back Bangladesh to become a beacon for the world to stop child marriage!

With hope,

Risalat, Antonia, Lisa, Emma, Alice, Ricken and the whole Avaaz team

MORE INFORMATION

Bangladesh’s plan to allow some child marriages is ‘step backwards’ (The Guardian)
https://www.theguardian.com/global-development/2017/jan/17/bangladesh-plan-to-allow-some-child-marriages-is-step-backwards

PM awarded for women empowerment (The Daily Star)
http://www.thedailystar.net/frontpage/pm-awarded-women-empowerment-1288363

Huge Step Backwards on Child Marriage in Bangladesh (Human Rights Watch)
https://www.hrw.org/news/2016/12/01/huge-step-backwards-child-marriage-bangladesh

Child marriage is wrong, exceptions are unacceptable (The Daily Star)
http://www.thedailystar.net/opinion/no-strings-attached/child-marriage-wrong-exceptions-are-unacceptable-1320772

sign the petition

Lo avete ucciso voi

15977531_1263647077006009_6592220369842777462_n

di Saverio Tommasi

Questa notte un uomo più piccolo di me, che abitava a cinquecento metri da casa mia ma arrivato dall’altra parte del mondo, è morto nel rogo dell’ex Aiazzone, il capannone di un gruppo imprenditoriale italiano ricco fallito male, ma che probabilmente ricco è rimasto.

L’uomo si chiamava Alì Muse, e con altri somali dormiva in camere con le pareti di cartone. Alì Muse si era salvato dalle fiamme, ma era tornato indietro a prendere i documenti per il ricongiungimento familiare, perché a quei documenti sono stati impiccati, questi uomini. Documenti che arrivano a caso, in ritardo, come fosse un piacere che si fa ad alcuni, distrattamente, e non un diritto.

Io li so tutti i nomi dei colpevoli, coloro che hanno creato il clima, chi li ha illusi, trasferiti, deportati con promesse, tolto loro la corrente elettrica, umiliati e presi in giro. Per anni. Io li so tutti i nomi dei colpevoli, chi stava seduto comodo e sulla loro pelle faceva le campagne elettorali, e sono i nomi delle amministrazioni comunali a Firenze. E sono i nomi di tutte le destre che le hanno puntellate, spinte e sostenute.

Vaffanculo, senza neanche passare dal via. Alì Muse l’avete ucciso voi. Alì Muse è stato ucciso da chi antepone la legalità alla giustizia, e ieri, ad Amsterdam, avrebbe denunciato Anna Frank, quella bambina dalla penna birichina che viveva in clandestinità.

.__________________________________________________________

* Attore, scrittore, blogger, Saverio Tommasi è nato a Firenze e ama raccontare storie. “Il mio mestiere – scrive nel suo sito – è vivere le storie… Sul campo. Sul palco, attraverso una telecamera o un libro. Mostrare ciò che non si ha interesse a disvelare”. Quali storie? “Storie scomode. Voglio alzare i tappeti e raccogliere la polvere”. Ha scelto di inviare i suoi articoli a Comune con molto piacere.

fonte:http://comune-info.net/2017/01/ali-muse-lo-avete-ucciso-voi/

 

Countries Are Not Companies

One of the most persistent false beliefs held by American voters is that someone with “business experience” would do a better job “running the economy” than politicians have. Let’s put aside the idea that an economy is something that needs to be, or can be, “run” and explore whether a CEO of a major company as president really would be better for the economy.

Of course we have precisely this situation in front of us as Donald Trump prepares to take the oath of office. There are dozens of theories about why so many voted for Trump, but surely one part of his appeal was that his apparently successful business career made him more qualified to fix the US economy. In his runs at the presidency in the 1990s, Ross Perot had a similar appeal.

The problem is that business experience does not automatically translate into good economic policy.

The world of the CEO appears to be a zero-sum game.

The businessperson’s knowledge is of a very different sort than that of the economist. Being successful in the business world doesn’t require any knowledge of what causes economic growth. Instead, one needs to know much about a particular market, the consumers you might serve, how best to acquire inputs at a profitable price, and how to hire good people to help you produce.

All Trees, No Forest

Historically, many businesspeople have been poor judges of good economic policy. One reason is that their perspective comes from being embedded in the thick of competition rather than being able to see the market process from a bird’s-eye view as an economist attempts to. This is clear in Trump’s emphasis on how America doesn’t “win” anymore and that he’ll negotiate better trade deals that enable “us” to “win.”

From the perspective of a CEO, markets are very much about winning. The goal of economic competition for the participants is certainly to win, at least in the sense of making more profit than others and, ideally, running them out of business. More specifically, the world of the CEO appears to be a zero-sum game: my firm winning means your firm loses.

This also helps explain why Trump cannot seem to see a difference between cronyism or rent-seeking and true market competition. If the goal is to win by profiting, it will not matter whether the profit comes from outdoing the competition or getting government to use eminent domain to reduce your costs or to give you a direct subsidy for your new project. Markets are about winning and winning is about profit, and your win is someone else’s loss.

The other aspect of the CEO’s perspective is that they are running an organization with a specific purpose: to make profit. The firm is structured to achieve that goal, so the quality of decisions made by the CEO and others is judged by their contributions to the bottom line. Thus, for Trump the CEO, getting a “good deal” is a form of winning. If he can bargain hard with a supplier and reduce his costs, his profits go up and he wins.

International trade is not like a sports event where one “team” wins and the other loses.

We Always Win

Unfortunately, the perspective of the businessperson is not helpful for understanding economies as a whole.

First, the whole justification for market competition is that it is not a zero-sum game. It seems to be zero-sum for those engaged in the actual competition, but for the rest of society, the process whereby some firms profit and others lose is one that benefits all of us over time. Firms that go out of business lose in some sense, but the reallocation of their resources to higher valued uses is a “win” for everyone else.

When we discovered through competition that Borders books no longer had a value-creating business model, that enabled us to stop destroying value and use those resources in new ways that would create value. To the CEO of Borders, this was “losing,” but his perspective is not the same as that of the economist judging the social benefits or costs of market competition.

So when Trump talks about how America doesn’t win anymore, presumably because other countries have, say, more manufacturing jobs, or because our trade deals have enriched our trading partners, he’s speaking from a CEO’s perspective, not an economist’s.

That China and  Mexico have become richer by trading with the US does not mean they have won and we have lost. It means we all have won: they are richer for being able to sell us the things they make most cheaply (as we do for them), and we are richer for being able to acquire those goods at lower prices and have income left over to buy other goods and services and create new jobs in those industries.

Countries are Not Teams

International trade is not like a sports event where one “team” wins and the other loses. Once we stop thinking in terms of countries being like teams and start thinking about the individuals and organizations who are engaging in mutually beneficial trade, we can understand how the CEO’s perspective misses the point.

Moving away from the “country as team” view also enables us to see the problem with Trump’s emphasis on getting “better deals.” The US economy is not an organization with a single purpose as is one of Trump’s firms.

As Hayek reminded us, markets are “means-connected” institutions, while firms are “ends-connected.” What he meant by that is that a market is defined by agreeing to use certain means to pursue whatever ends we desire. We use the rules of property, contract, and exchange to achieve our own individual or organizational ends.

We will not make America great by trying to ensure that we are winning in international trade.

The US economy does not have a specific goal or end or purpose other than to serve as a means for the multitude of projects we are all pursuing.

Inside of a firm (or a sports team), there is a singular end to be pursued: profit (or winning for the team). Most, if not all, of the organization’s activities are aimed at that end, so it can be treated as a unified whole for which winning, getting a better deal, etc all might make sense. The CEO knows “a better deal” because it enhances profits, which is the singular end. That conceptualization isn’t relevant for a means-connected institution like a whole economy.

There are other reasons why we might be suspicious that a CEO is properly equipped to know what constitutes good economic policy. However, in the case of Trump, the problem is clearly that he brings the mentality of someone inside of the competitive process to the activity of trying to understand that process from the outside, which is the task of the economist.

We will not make America great by President Trump cutting better deals or trying to ensure that we are winning in international trade. Treating the spontaneous order of the means-connected economy as if it were the hierarchical constructed order of the ends-connected firm is a recipe for economic disaster.

American consumers have “won” thanks to genuine market competition, including the globalization of the division of labor through international trade. We don’t need a president who will negotiate better deals so that we can beat other countries. We need a president who understands that real competition, both domestically and internationally, is good because it means everyone, whether Chinese, Mexican, or American wins.

Steven Horwitz


Steven Horwitz

Steven Horwitz is the Charles A. Dana Professor of Economics at St. Lawrence University and the author of Hayek’s Modern Family: Classical Liberalism and the Evolution of Social Institutions. He is spending the 2016-17 academic year as a Visiting Scholar at the John H. Schnatter Institute for Entrepreneurship and Free Enterprise at Ball State University.

He is a member of the FEE Faculty Network.

This article was originally published on FEE.org. Read the original article.

Riforma costituzionale. La posta in gioco siamo noi —

Un Senato non-eletto, composto da una cricca di notabili delle regioni. Una Camera ai comandi dei governi, che si scelgono presidenti della repubblica e corti costituzionali. Accentramento di competenze ora regionali, come energia e ambiente. Via gli strumenti di democrazia diretta come i referendum abrogativi. “Governabilita’” insomma. Governo forte. Forte perche’? E con chi? […]

via Riforma costituzionale. La posta in gioco siamo noi —

Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni ucciso da un TSO

Francesco Mastrogiovanni, ricoverato in seguito a un TSO il 31 luglio 2009, è morto per edema polmonare nella notte del 4 agosto nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale ‘San Luca’ di Vallo della Lucania, dopo un’ininterrotta contenzione chimica e meccanica di oltre 80 ore. Non è la prima morte in un reparto psichiatrico di un ospedale italiano che denuncio e neanche arrischio ipotesi che questi omicidi non succedano più. Nessuno deve essere messo in condizione di fare questo ad un’altro essere umano e nessun essere umano deve subire TORTURA.

Ve lo dovete tatuare sulla pelle se non ricordate il giuramento che avete fatto quando avete iniziato una professione che vi legava a alleviare o guarire il dolore delle persone e che voi avete così vilmente calpestato uccidendo in modo lento e doloroso un uomo.

Il documentario dice tutto sono scene crude e forti, purtroppo, ma è l’unico modo per cercar di far capire tutto il dolore di drammi come questi.

Il documentario: http://www.raiplay.it/video/2015/12/Doc-3-87-Ore-del-28122015-302e0e12-2a9b-4ae8-a339-e5c5ed9f659d.html

 

Mastrogiovanni, la testimonianze  – Video l’Espresso

L'atelier peinture de Christine

La peinture sans prise de tête

The journey of my steps

Love 💕, Respect, Decision, 💓 break, poverty

The Civil Fleet

Solidarity is not a crime

Relationship Insights by Yernasia Quorelios

Concerning All Types Of Relationships

SCEGLI TU...POI TI CONSIGLIO IO

"IL MONDO SAREBBE UN POSTO MIGLIORE, SE UNO DEI CINQUE SENSI FOSSE STATO L'IRONIA"

ladypdiaryhome.wordpress.com/

Everyone feels glum, distressed, or perturbed as a result of life's experiences; but if these feelings last for a long time, they disrupt your life. Learning to notice and identify these feelings and mastering the habits of a healthy lifestyle takes practice. I will be sharing my personal stories and stories of individuals (on emotional issues) whose names won't be mentioned. Most of these stories will be written in the first person narrative. Promising you a noteworthy read! Cheers!

Il Malpaese e Il Belpaese

Raccontiamo l'Italia, nel bene e nel male

Solleviamoci's Weblog

LOTTE, PROTESTE MA SOPRATUTTO PROPOSTE.. PER CAMBIARE NOI STESSI E, DI CONSEGUENZA, IL MONDO

RL WEB

MAKING LIFE BETTER

America On Coffee

THE RUSH HOUR BLOG

Sabo Fukov

#TrueLife,#bewise,#justamhuman

Cronache di un'aspirante assistente sociale

Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano. (Madre Teresa di Calcutta)

Gaialor95

There's nothing more badass than being who you are (Darren Criss)

Free Fonts

Fonts Download

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: