Come sono prodotti i nostri vestiti – Comune-info

Come sono prodotti i nostri vestiti

Forse Naomy Klein la rivelerebbe come una dimostrazione evidente della Shock Economy, altri parlerebbero di una delle tante normali riconfigurazioni del capitalismo. Sono vere entrambe le cose ma fa sempre un maledetto effetto di repulsione sapere che, per pochi spiccioli, gli uomini e le donne siriani scampati all’inferno e rifugiati in Turchia, ma anche i loro bambini (il capitale non pone limiti d’età), continuano a lavorare per dodici ore al giorno alla confezione di abiti dei prestigiosi marchi della moda occidentale. Alcune significative testimonianze dell’ultima frontiera di uno dei business più indecenti sono state rivelate, con prove inoppugnabili, da un’inchiesta della televisione britannica. Vista la portata delle fonti, le notizie sono circolate molto anche da noi ma per lo più restano offuscate nel rumore di fondo della guerra e nella distrazione generale che accompagna l’abitudine al dominio. Sarebbe bello, invece, se talvolta quell’inchiesta venisse mostrata anche nelle città italiane dove si grida allo scandalo non appena circola la voce che un gruppo di rifugiati potrebbe trovare accoglienza, seppur momentanea, nell’edificio accanto

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di Luca Cellini

Il più giovane di loro ha 15 anni, e lavora più di dodici ore al giorno per guadagnare ancora meno degli altri. Tutto il giorno stira vestiti, prima che questi vengano spediti nel Regno Unito, per poi essere distribuiti nelle grandi catene di distribuzione commerciale. Comincia così il servizio d’inchiesta di Darragh MacIntyre, reporter della BBC che rende pubblico, come vengano sfruttati i rifugiati di guerra siriani insieme ai loro bambini. Costretti a lavorare duramente in cambio di pochissimi spiccioli, per alcuni dei migliori marchi di moda del Regno Unito, senza rispetto alcuno per i loro diritti.

E’ questa l’ultima frontiera del business Made in Occidente, sfruttare donne e bambini, rifugiati di guerra, in fabbriche che producono vestiti per marche famose, come ad esempio, Mango, Zara, Marks and Spencer, Asos ecc.. È questa la dura realtà di centinaia di siriani, prima costretti ad abbandonare il loro paese per scappare dalla disperazione e dalla guerra, e che adesso risiedono in Turchia in condizioni precarie e di assoluto sfruttamento. Così, se un giorno ci si trovasse bene ad indossare un capo di uno dei tanti marchi al mondo che fanno soldi sfruttando la disperazione della gente, ad esempio coi rifugiati siriani o coi bambini in Bangladesh, magari ci si potrebbe fermare, pensare solo per un attimo al costo smisurato in termini di sofferenza umana, pagata sempre da altri, per far arrivare questo articolo sul nostro mercato.
Ovviamente, tutte le marche accusate nel servizio, negano ogni forma di responsabilità, si sbracciano a spiegare che loro avrebbero monitorato accuratamente le loro catene di produzione ed i loro fornitori, eppure, su quei prodotti pagati a suon lacrime, sudore e sangue, campeggia bello chiaro il loro logo.

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Si nega, anche di fronte all’evidenza, pure quando la fonte giornalistica citata che ha investigato, mostra chiaramente le immagini rubate dalle telecamere nascoste, riporta conversazioni e testimonianze di decine di lavoratori siriani, che tutt’ora vengono usati illegalmente in fabbriche tessili, compresi minorenni, che vengono pagati meno di un dollaro l’ora, attraverso un intermediario clandestino, ripreso anch’egli per strada, mentre mercanteggia per il lavoro di queste persone. Uno di loro, con coraggio racconta persino dei maltrattamenti subiti, arrivando a dire che “se succede qualcosa ad un siriano, magari si fa male lavorando, lo buttano via, come uno scarto di un tessuto.”

Eppure è da tempo che molte organizzazioni di attivisti che si battono per i diritti umani, continuano a denunciare quotidianamente che questo tipo sfruttamento lavorativo, è in costante aumento, specie dopo l’arrivo di milioni di rifugiati siriani, e di altri paesi in guerra, una sorta di atroce e cinico plusvalore aggiunto, che si nasconde opportunisticamente dietro le più famose marche di moda, intanto i governi che finanziano le guerre, continuano a chiudere entrambi, gli occhi da tutte le parti, permettendo questo, e ben altro. Molti vestiti che noi compriamo, oggi vengono realizzati in Turchia, perché è vicina all’Europa, e perché oltretutto la Turchia è abituata a trattare con gli ordini dell’ultimo minuto. Questo consente ai rivenditori di non tenere di fatto il magazzino, consentendo loro sempre più guadagni, in nuovi e scintillanti negozi del centro città oppure in outlet che sorgono rapidamente in limitrofe aree periferiche urbane.
L’inchiesta giornalistica mostra anche, come i minori siriani rifugiati, siano stati impiegati nella produzione di jeans per marchi come Mango e Zara, fa vedere ragazzini che senza nemmeno una maschera, spruzzano pericolose sostanze chimiche, tossiche e nocive, per sbiancare i jeans.

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Il marchio inglese M & S dopo l’inchiesta ha dichiarato: “Tutti i nostri fornitori sono contrattualmente tenuti a rispettare i nostri standard e i nostri principi etici generali”, che a loro dire comprendono anche un trattamento “etico e rispettoso” dei lavoratori, aggiungendo a voce alta. “Non tolleriamo tali violazioni di questi principi, e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non accada di nuovo.”
Peccato sia difficile credergli, specie perché sorge una domanda, senza questa inchiesta giornalistica, quanto sarebbero andati ancora avanti permettendo la produzione dei loro capi a quelle condizioni di sfruttamento? L’inchiesta di denuncia giornalistica della BBC è stata condotta in un’area d’Istanbul dove insistono molte lavanderie industriali, una zona fortemente inquinata della città dove sono state trovate queste fabbriche tessili che si avvalgono appunto, dello sfruttamento lavorativo di molti rifugiati di guerra dalla Siria.

Sempre in una di queste fabbriche tessili di Istanbul, dove vengono prodotti i capi d’abbigliamento per queste grandi marche, insieme ai rifugiati siriani, sono stati trovati sul posto di lavoro persino bambini turchi di età inferiore ai 10 anni.Questo purtroppo è un racconto incompleto, è solo un piccolo pezzetto della storia, quella che corre per il mondo e unisce in tanti puntini, sfruttamento selvaggio, disperazione, imbarbarimento e impoverimento con guerre e distruzione che come effetto collaterale producono appunto tutto questo.
Guerre, incoraggiate dalle potenze occidentali, che hanno finora spalleggiato gruppi estremisti che vogliono abbattere il governo della Siria, distruggendo il paese, pur di cambiare i rapporti di forza nella regione a favore di interessi privati, illegali e illegittimi di pochi.
Tutto permesso in nome della “legge di mercato”, e ormai proprio più niente in favore dei diritti della gente.

Fonte: Pressenza.com

Sorgente: Come sono prodotti i nostri vestiti – Comune-info

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