FISCHIA IL VENTO. Giorgio Napolitano e i padri della patria

  • Il nostro presidente della Repubblica, almeno in certe occasioni ufficiali, deve sentirsi gravare addosso il peso di giorgionapolitano, nome troppo carico di un passato evocatore di esecrabili coglioni estremisti di sinistra i quali, più delle spallate del Cavalier Berlusconi, ogni tanto, a cominciare da Diliberto, hanno scosso l’ex premier che andava sotto l’appellativo di un insaccato gustoso e molto popolare, qualità accertate e approvate dallo stesso capo del governo. Finalmente, lo scorso aprile, gli elettori hanno fatto evaporare dalle urne gli ultimi comunisti. Adesso siamo felici di vedere ristabilita la democrazia, che dovrebbe durare da sessant’anni e invece, di quando in quando, bisogna ristabilirla. Piuttosto di una democrazia si è ristabilita una par condicio. Dopo anni di pugni alzati, grazie a Gianni Alemanno abbiamo rivisto molte braccia tese nell’eia eia alalà, creduto defunto — per ingenuità di molti — dopo la caduta di quell’altro Cavaliere anteguerra, Mussolini.
  • È una peculiarità di Giorgio Napoletano sorvolare sulle proprie radici, come in un recente discorso a Firenze, durante una cerimonia in Palazzo Vecchio, esaltando il clima costruttivo che “sessant’anni fa animò i costituenti”. «Anche allora c’erano polemiche fra i partiti e nei confronti dei partiti» ha spiegato Napolitano prima di citare qualche costituente di troppo, quali Aldo Moro e Giuseppe Dossetti in mezzo ad alcuni autentici: Vittorio Emanuele Orlando, Nilde Iotti, Giorgio la Pira e Amintore Fanfani, tutti uniti dal “patriottismo costituzionale”. Di questi sei politici, quattro militavano nella Dc, quasi che, limitandosi a scrutare in mezzo ai 166 costituenti, non esistessero soggetti prestigiosi nelle file del Pci, del Psi, del Partito d’Azione, che Giorgio Napolitano non ricorda, ma la storia non dimentica: Giorgio Amendola, Umberto Terracini, Pietro Nenni, Leo Valiani, Francesco Saverio Nitti, Piero Calamandrei.
  • Davvero, signor Presidente, il patriottismo costituzionale univa, all’epoca, i nostri politici in un mirabile sforzo comune? Vediamo.
  • “Per i morti di Reggio Emilia”
  • di Fausto Amodei

Compagno cittadino, fratello partigiano, teniamoci per mano in questi giorni tristi: di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia son morti dei dei compagni per mano dei fascisti.
v Di nuovo, come un tempo,sopra l’Italia intera
urla il vento e soffia la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:
Scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver, d’ora in avanti,
voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

***
Ma non ci sono né poeti né cantori ad accompagnare la strage infinita dei morti sul lavoro
Carlotta Martini
per canisciolti


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