“frasi celebri di Benito Mussolini” (Via i fascisti da Wattpad! #2) — Demoni di EFP

Continuiamo con la denuncia di inammissibili apologie di fascismo su Wattpad. Questa volta si tratta di una raccolta di frasi celebri del nostro dittatore. Sì, una pura e semplice raccolta di frasi, o meglio, di brevissimi aforismi, alcuni dei quali di dubbia profondità e altri neanche veramente suoi.

via “frasi celebri di Benito Mussolini” (Via i fascisti da Wattpad! #2) — Demoni di EFP

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Umberto Eco: L’Ur-Fascismo (Il fascismo eterno)

Umberto Eco
Umberto Eco – L’Ur-Fascismo (Il Fascismo Eterno)
Tratto da “Cinque scritti morali“, Bompiani (1997)
1) La prima caratteristica di un Ur-Fascismo e’ il culto della tradizione.

Il tradizionalismo e’ piu’ vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda eta’ ellenistica come una reazione al razionalismo greco classico.

Nel bacino del Mediterraneo, i popoli di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano) cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche. Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. “Sincretismo” non e’ solo, come indicano i dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una simile combinazione deve tollerare le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili e’ solo perche’ tutti alludono, allegoricamente, a qualche verita’ primitiva.

Come conseguenza, non ci puo’ essere avanzamento del sapere. La verita’ e’ stata gia’ annunciata una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti.

La piu’ importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il suo sillabo mettendo insieme De Maistre, Guenon e Gramsci e’ una prova lampante di sincretismo. Se curiosate tra gli scaffali che nelle librerie americane portano l’indicazione “New Age”, troverete persino Sant’Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista. Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant’Agostino e Stonehenge, questo e’ un sintomo di Ur-Fascismo.

2) Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.

Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali. Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernita’ era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul “sangue” e la “terra” (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna. In questo senso, l’Ur-Fascismo puo’ venire definito come “irrazionalismo”.

3) L’irrazionalismo dipende anche dal culto dell azione per l’azione.

L’azione e’ bella di per se’, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare e’ una forma di evirazione. Percio’ la cultura e’ sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels (“Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola”) all’uso frequente di espressioni quali “Porci intellettuali”, “Teste d’uovo”, “Snob radicali”, “Le universita’ sono un covo di comunisti”, il sospetto verso il mondo intellettuale e’ sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.

4) Nessuna forma di sincretismo puo’ accettare la critica.

Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere e’ un segno di modernita’. Nella cultura moderna, la comunita’ scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo e’ tradimento.

5) Il disaccordo e’ inoltre un segno di diversita’.

L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista e’ contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo e’ dunque razzista per definizione.

6) L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale.

Il che spiega perche’ una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici e’ stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il fascismo trovera’ in questa nuova maggioranza il suo uditorio.

7) A coloro che sono privi di una qualunque identita’ sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio e’ il piu’ comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.

E questa l’origine del nazionalismo: Inoltre, gli unici che possono fornire una identita’ alla nazione sono i nemici. Cosi’, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi e’ l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo piu’ facile per far emergere un complotto e’ quello di fare appello alla xenofobia. Ma il complotto deve venire anche dall’interno: gli ebrei sono di solito l’obiettivo migliore, in quanto presentano il vantaggio di essere al tempo stesso dentro e fuori. In America, ultimo esempio dell’ossessione del complotto e’ rappresentato dal libro The New World Order di Pat Robertson.

8) I seguaci debbono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici.

Quando ero bambino mi insegnavano che gli inglesi erano il “popolo dei cinque pasti”: mangiavano piu’ spesso degli italiani, poveri ma sobri. Gli ebrei sono ricchi e si aiutano l’un l’altro grazie a una rete segreta di mutua assistenza. I seguaci debbono tuttavia essere convinti di poter sconfiggere i nemici. Cosi’, grazie a un continuo spostamento di registro retorico, i nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli. I fascismi sono condannati a perdere le loro guerre, perche’ sono costituzionalmente incapaci di valutare con obiettivita’ la forza del nemico.

9) Per l’Ur-Fascismo non c’e’ lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.

Il pacifismo e’ allora collusione col nemico; il pacifismo e’ cattivo perche’ la vita e’ una guerra permanente. Questo tuttavia porta con se’ un complesso di Armageddon: dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovra’ essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avra’ il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’eta’ dell’Oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista e’ mai riuscito a risolvere questa contraddizione.

10) L’elitismo e’ un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico.

Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli. L’Ur-Fascismo non puo’ fare a meno di predicare un “elitismo popolare”. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino puo’ (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, cosi’ deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”. Dal momento che il gruppo e’ organizzato gerarchicamente (secondo un modello militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto cio’ rinforza il senso di un elitismo di massa.

11) In questa prospettiva, ciascuno e’ educato per diventare un eroe.

In ogni mitologia l'”eroe” e’ un essere eccezionale, ma nell’ideologia Ur-Fascista l’eroismo e’ la norma. Questo culto dell’eroismo e’ strettamente legato al culto della morte: non a caso il motto dei falangisti era: “Viva la muerte”. Alla gente normale si dice che la morte e’ spiacevole ma bisogna affrontarla con dignita’; ai credenti si dice che e’ un modo doloroso per raggiungere una felicita’ soprannaturale. L’eroe Ur-Fascista, invece, aspira alla morte, annunciata come la migliore ricompensa per una vita eroica. L’eroe Ur-Fascista e’ impaziente di morire. Nella sua impazienza, va detto in nota, gli riesce piu’ di frequente far morire gli altri.

12) Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volonta’ di potenza su questioni sessuali.

È questa l’origine delmachismo (che implica disdegno per le donne e una condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castita’ all’omosessualita’). Dal momento che anche il sesso e’ un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.

13) L’Ur-Fascismo si basa su un “populismo qualitativo” : In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini e’ dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza).

Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” e’ concepito come una qualita’, un’entita’ monolitica che esprime la “volonta’ comune”. Dal momento che nessuna quantita’ di esseri umani puo’ possedere una volonta’ comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo piu’ bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini puo’ venire presentata e accettata come la “voce del popolo”. A ragione del suo populismo qualitativo, l’Ur-Fascismo deve opporsi ai “putridi” governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli.” Di fatto, trovo’ immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquido’ il parlamento. Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimita’ del parlamento perche’ non rappresenta piu’ la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo.

14) L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”.

La “neolingua” venne inventata da Orwell in 1984, come la lingua ufficiale dell’Ingsoc, il Socialismo Inglese, ma elementi di Ur-Fascismo sono comuni a forme diverse di dittatura. Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talkshow.

fonte:http://www.punk4free.org/articoli/18-politica/3087-umberto-eco-lur-fascismo-il-fascismo-eterno.html

La finanza che affossa il clima

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di Luca Manes*

Alla vigilia del suo secondo compleanno, due nuovi rapporti svelano come banche e investitori istituzionali stiano mettendo seriamente a rischio l’Accordo di Parigi. I dati contenuti negli studi svelano come, fra il gennaio del 2014 e il settembre del 2017, i grandi istituti di credito globali abbiano garantito ben 630 miliardi di dollari per finanziare 120 centrali a carbone (due terzi delle opere in fase di costruzione, per un totale di 550mila megawatt di produzione energetica).

Le più “attive” sono le banche cinesi e giapponesi, con quest’ultime a guidare la classifica delle più munifiche (Mizuho Financial e Mitsubishi UFJ Financial con rispettivamente 11,5 miliardi di dollari e 10,2 miliardi di dollari).

Mentre un numero crescente di banche occidentali ha adottato politiche per limitare il finanziamento diretto dei progetti legati allo sfruttamento del carbone, non si ferma il loro sostegno alle imprese che costruiscono centrali che bruciano proprio la polvere nera. Quasi la metà dei venti maggiori finanziatori di centrali a carbone sono le banche occidentali, come ING, Citi, Société Générale, HSBC e Deutsche Bank. HSBC ha annunciato durante il recente vertice sul clima delle Nazioni Unite tenutosi a Bonn (Germani) che continuerà a prestare denaro per impianti a carbone nei paesi del Sud del mondo, dove è prevista la realizzazione del 90% delle nuove centrali che impiegheranno il più inquinante dei combustibili fossili.

Anche gli investitori istituzionali (oltre 1.400) hanno fatto “la loro parte” in relazione allo “sviluppo” del comparto carbonifero, con una cifra che si aggira sui 120 miliardi di dollari.

Re:Common ha fornito il suo contributo per la stesura di Banks vs. the Paris Agreement e di Investors vs. the Paris Agreement, realizzati insieme a BankTrack, Urgewald, Friends of the Earth France e Rainforest Action Network in occasione del Climate Finance Day a Parigi.

“La nostra ricerca ha esaminato i portafogli di fondi pensione, compagnie assicurative, fondi comuni di investimento, gestori patrimoniali, fondi sovrani e entità di gestione patrimoniale delle banche commerciali. La disponibilità dei dati, tuttavia, si è rivelata un problema, poiché molti fondi pensione non riportano le loro posizioni. I 139,6 miliardi di dollari di investimenti istituzionali che abbiamo identificato nei confronti dei costruttori di centrali a carbone sono probabilmente solo la punta dell’iceberg” ha spiegato Heffa Schuecking, della Ong tedesca Urgewald.

Il più grande investitore del mondo nel comparto delle centrali a carbone è il gigante statunitense BlackRock, che detiene in queste società azioni e obbligazioni per 11,5 miliardi di dollari. Segue il Fondo pensioni del governo giapponese, con investimenti di 7 miliardi di dollari, e lo statunitense Vanguard, che detiene investimenti per 5,7 miliardi di dollari. Nel complesso, gli investitori statunitensi rappresentano il 37% degli investimenti istituzionali. Seguono gli quelli europei e giapponesi (13 per cento ciascuno), i malesi (9 per cento), i cinesi (7 per cento) e gli indiani (6 per cento).

fonte: https://comune-info.net/2017/12/la-finanza-affossa-clima/

Caso OPL 245, Eni e Shell rinviate a giudizio per la tangente del secolo

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Eni e Shell e 13 tra manager, politici e intermediari sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale per l’acquisizione del blocco petrolifero offshore nigeriano OPL 245, per cui le due società nel 2011 hanno pagato 1,1 miliardi di dollari.

A salire sul banco degli imputati saranno, tra gli altri, l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, il Chief Operation and Technology Officer della multinazionale italiana Roberto Casula, quattro top manager Royal Dutch Shell tra cui Malcolm Brinded, ex direttore esecutivo per Upstream International, e l’intermediario Luigi Bisignani. Nessuna società di grandi dimensioni come la Royal Dutch Shell o suoi dirigenti hanno mai subito un processo per reati di corruzione. È stato rinviato a giudizio anche l’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete.

Questa decisione storica fa seguito al sorprendente cambio di posizione della Shell dello scorso aprile, allorché la corporation ha ammesso di essere stata a conoscenza di come il pagamento di oltre un miliardo di dollari per la transazione fosse destinato a Dan Etete, già condannato per riciclaggio di denaro.

Le indagini dell’ufficio del pubblico ministero milanese sono state innescate da una denuncia presentata nell’autunno del 2013 da Re:Common e della organizzazioni britanniche Global Witness e The Corner House. Esposti analoghi sono stati presentati in Nigeria e negli Stati Uniti. Sul caso stanno indagando anche i magistrati olandesi.

Antonio Tricarico di Re:Common ha così commentato la notizia del rinvio a giudizio. “L’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi si sbagliava, quando nel 2014 difese a spada tratta l’amministratore delegato dell’Eni, appena nominato dal governo, avvertendo che ‘non avrebbe consentito che tanti posti di lavoro fossero messi in pericolo da un mezzo scoop, né che un avviso di indagine pubblicato sui quotidiani potesse cambiare la politica commerciale di un Paese’. Se quanto sembra sia accaduto accaduto con l’affare OPL 245 rappresentasse la linea di condotta standard della più grande multinazionale italiana controllata dal governo, i magistrati hanno tutto il diritto di svelare la verità e di assicurare alla giustizia i responsabili, mentre Renzi dovrebbe chiedere scusa ai cittadini italiani e nigeriani”.

“Il popolo nigeriano ha perso più di un miliardo di dollari a causa di questo affare corrotto, l’equivalente dell’intero bilancio annuale della sanità del Paese. I nigeriani meritano di sapere la verità su che cosa è successo a questi fondi. Ci congratuliamo con i pubblici ministeri di Milano per il loro esaustivo lavoro di indagine, che ha portato a questo processo. Sarà il più grande nella storia delle multinazionali e un monito chiaro a chi vede la corruzione come una scorciatoia per guadagni facili”, ha dichiarato Simon Taylor, co-fondatore di Global Witness.

Secondo il Wall Street Journal, i magistrati italiani ritengono che “Claudio Descalzi, allora capo del dipartimento esplorazione, e Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, sapevano che il conto di deposito di garanzia intestato al governo nigeriano era solo di passaggio per poi far transitare il denaro su un conto controllato da Dan Etete, il quale era il reale destinatario della maxi-tangente. Le relazioni sulla due diligence commissionate da Eni durante il processo di negoziazione confermano che la società sapeva sin dalle prime fasi del coinvolgimento di Etete. Una relazione del 2010 afferma esplicitamente che: “qualunque sia la struttura formale di proprietà di Malabu, tutte le fonti con cui abbiamo parlato sono del parere che Dan Etete sia il reale proprietario della società”. Ad oggi Eni continua a negare di aver saputo del coinvolgimento di Etete. I pm milanesi sostengono inoltre che del denaro sia stato fatto pervenire a dirigenti di Eni e Shell, dal momento che 50 milioni di dollari sono stati consegnati all’allora capo delle attività per l’Africa sub-sahariana dell’Eni, Roberto Casula.

“Non è un semplice caso che riguarda poche mele marce”, ha dichiarato Nicholas Hildyard di The Corner House. “Le prove mostrano una corruzione sistemica a partire dai vertici delle società. L’Italia ha dato l’esempio nell’applicare lo stato di diritto contro gli abusi di potere delle multinazionali. Il mondo aspetta di vedere se il Regno Unito e i Paesi Bassi, dove ha sede la Shell, avranno il coraggio di fare lo stesso”.

Nel dicembre 2016, la Procura di Milano ha affermato che 520 milioni di dollari relativi al pagamento dell’affare Opl 245 sono stati poi girati al presidente nigeriano Goodluck Jonathan e a esponenti e alti funzionari dell’esecutivo nigeriano.

Le autorità nigeriane hanno mosso accuse contro le sussidiarie locali di Shell e l’Eni nonché nei confronti di alcuni loro dipendenti. Lo scorso gennaio anche Mohammed Adoke, l’ex ministro della Giustizia nigeriano, è stato accusato di aver riciclato una somma di denaro di oltre 2,2 milioni di dollari, somma sempre collegata alla transazione incriminata.

“Questo caso rappresenta l’alba dell’età della responsabilità, in un mondo in cui anche le società più potenti non possono più nascondere le loro malefatte ed evitare il giusto corso della giustizia”, ha commentato Lanre Sujaru, presidente dell’organizzazione nigeriana Human Development Agenda.

fonte: https://www.recommon.org/caso-opl-245-eni-shell-rinviate-giudizio-la-tangente-del-secolo/

Corsi e ricorsi del nostro colonialismo

Un governo in smobilitazione manda gli auguri di buon Natale annunciando la nuova missione dei soldati italiani in Niger. Un’operazione che puzza tanto di neocolonialismo La volpe perde il pelo ma non il vizio. La saggezza latina aveva tradotto così la difficoltà, a volte insuperabile, ad operare cambiamenti significativi di comportamento. Tripoli e il bel suono […]

via Corsi e ricorsi del nostro colonialismo — O capitano! Mio capitano!…

I ladri di biodiversità ora fanno sul serio

di Ruchi Shroff*

L’apparato militare statunitense, grandi compagnie private e fondazioni stanno investendo centinaia di milioni di dollari sulla tecnologia “gene drive”, che prevede, fra le varie applicazioni, l’estinzione mirata di specie viventi reputate dannose per l’uomo. Questo è quanto emerge dalla pubblicazione di più di 1.200 email, i cosiddetti Gene Drives Files, dai quali si evince come il Darpa, l’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata della Difesa degli Stati Uniti, sia il più grande finanziatore della tecnologia “gene drive”, come dimostrano i 100 milioni di dollari investiti. L’interesse per la tecnologia “gene drive” è condiviso, in particolare, dalla Bill and Melinda Gates Foundation, che avrebbe elargito 1.6 milioni di dollari alla “Emerging Ad”, un’agenzia di pubbliche relazioni, allo scopo di influenzare le decisioni della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite (Cdb) e di impedire l’adozione di una moratoria internazionale. Le email rivelano come un procedimento normativo, originariamente finalizzato a proteggere l’ambiente e l’integrità genetica di tutte le specie del nostro pianeta, possa essere fortemente influenzato da gravi conflitti di interesse.

Ancora una volta le decisioni che riguardano il futuro del nostro ecosistema rischiano di essere prese in modo per nulla trasparente e con l’obiettivo di limitare la regolamentazione di un campo di ricerca molto delicato, quale quello della genetica. Abbiamo già avuto modo di assistere a meccanismi simili in merito al dibattito sul glifosato e al rinnovo della licenza per il suo utilizzo in Europa (leggi anche Il pianeta pagherà il conto velenoso, ndr), nonostante le preoccupazioni sollevate da più parti sulle carenze normative, i conflitti di interesse e le pressioni di Monsanto sulle istituzioni incaricate documentate nei Monsanto Papers. La tecnologia “gene drive” ha il potenziale di trasformare drammaticamente il mondo naturale, inclusa la relazione degli esseri umani, come affermato nella “Richiesta per la conservazione etica della biodiversità” (Call for Conservation with a Conscience), che è stata firmata da trenta leader del mondo ambientalista, fra cui Vandana Shiva, in occasione del meeting della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite del 2016. Nonostante le gravi implicazioni etiche e le possibili conseguenze sull’ecologia, la tecnologia “gene drive” resta di grande interesse per i poteri militari, per la grande industria agrochimica e per le organizzazioni filantropiche che mirano al controllo sociale.

La condotta della Bill and Melinda Gates Foundation rivela, in particolare, cosa si cela dietro la maschera della filantropia. Facendo indossare l’abito della “scienza” a una mera operazione di pubbliche relazioni e infiltrandosi nelle procedure decisionali, queste potenti entità vogliono influenzare governi e istituzioni che dovrebbero invece agire nell’interesse pubblico. Usando il denaro e la propaganda cercano di annichilire il dibattito scientifico sui pericoli della manipolazione genetica. Come riporta un recente articolo di Jonathan Latham, pubblicato da Independent Science News, la Bill and Melinda Gates Foundation ha agito allo scopo di manipolare l’unico team di esperti della Nazioni Unite che si occupa della tecnologia “gene drive”, reclutando una serie di esperti e rappresentanti istituzionali apparentemente indipendenti, tra cui almeno tre membri del comitato Ahteg sulla biologia di sintesi, che è parte integrante della Convenzione sulla Diversità Biologica e ha l’incarico di creare una serie di raccomandazioni normative per i governi in materia di conservazione della biodiversità.

Il dibattito odierno su queste nuove tecnologie è particolarmente controverso e numerosi dubbi sono stati sollevati da varie fonti della comunità scientifica. Un rapporto del 2016 della National Academy of Science degli Stati Uniti, intitolato “Gene Drive all’orizzonte: progressi scientifici, incertezze e allineamento della ricerca ai valori collettivi” (Gene Drives on the Horizon : Advancing Science, Navigating Uncertainty, and Aligning Research with Public Values), rilevava che “uno dei risultati possibili del rilascio nell’ambiente di un organismo modificato per mezzo della tecnologia gene drive è l’estinzione della specie in oggetto o una drastica riduzione della stessa”. In un recente articolo del New York Times, si rende noto come il Dr Kevin M. Esvelt, che fu tra i primi promotori della tecnologia Crispr presso l’Università di Harvard, abbia recentemente “scoperto l’esitenza di un rischio inaccettabile”, in quanto i geni alterati possono migrare in aree in cui la specie trattata non è affatto invasiva, ma invece parte integrante un ecosistema ben bilanciato.

Oltre alle sopracitate questioni riguardanti la sicurezza delle nuove tecnologie di manipolazione genetica, lo scopo che certi poteri forti vogliono raggiungere sembra essere l’”appropriazione” delle forme di vita. La tecnologia “gene drive” può infatti essere considerata l’ultima frontiera della “biopirateria” per la Bill and Melinda Gates Foundation. Fa seguito a progetti quali DivSeek, un enorme progetto che di fatto si sta appropriando della biodiversità esistente sul pianeta, essendo in controllo della banca genetica più grande del mondo (che include le collezioni di semi tradizionali – sviluppate dai piccoli agricoltori – conservate nelle banche del germoplasma del Cgiar), o ancora alla megabanca dei semi di Svalbard in Norvegia. La Biopirateria consta nel derubare gli agricoltori dei semi e della conoscenza tradizionali sviluppati nei secoli e derubare i semi della loro integrità e diversità, della loro storia evolutiva, del loro legame vitale con la terra per ridurli a delle mere serie di “codici”.

La tecnologia “gene drive” è uno strumento rudimentale, basato su una visione superata della scienza, su un obsoleto paradigma meccanicistico e riduzionista, che nega l’evidenza del potenziale evolutivo e auto-organizzato degli organismi viventi e della loro evoluzione complessa e dinamica. Mettere intere specie viventi a rischio di estinzione non è operazione filantropica ma criminale.

 

 *Navdanya International

fonte:https://comune-info.net/2017/12/dichiarazione-guerra-alla-biodiversita-del-pianeta/

Hitler’s Shadow Reaches toward Today

So, with the Cocaine Coup in 1980, Barbie not only closed the circle, bringing together death-squad commanders, ex-Nazis, neo-Nazis and various sociopaths from around the globe, but he helped ensure that drug proceeds would be available to fund right-wing causes in the future. “Hitler’s Shadow,” in effect, tells the first chapter of this right-wing restoration […]

via Hitler’s Shadow Reaches toward Today – Consortiumnews — Indiĝenaj Inteligenteco

Danno assicurato

Le miniere e le centrali a carbone in Nord Boemia provocano da decenni danni ambientali molto pesanti, minando l’ecosistema della regione e la salute di chi la abita. Eppure la compagnia di Stato Ceca CEZ non intende rinunciare a questo business che non fa altro che esacerbare gli effetti dei cambiamenti climatici. L’italiana Generali è tra i soci di minoranza di CEZ. Video realizzato da Fosco d’Amelio, Mario e Stefano Martone di Audioimage e prodotto da Re:Common

Dead fascist poets society: why CasaPound are no book club

Dead fascist poets society: why CasaPound are no book club

The liberal commentariat seems to be completely unable to resist the allure of the far-right. The latest example: an article on Literary Hub that portrays violent neo-fascist gang CasaPound as some sort of edgy poetry club.

Not to put too fine a point on it, Daniel Swift’s piece, Hanging Out With the Italian Neo-Fascists Who Idolise Ezra Pound, is appalling. It is the careless journalism of someone who, knowing little Italian and even less about Italian politics, has conversed with fascists and regurgitated whatever they told him. The result is a completely distorted representation of what the group is about and how they operate.

The building in which Swift’s interview takes place, which CasaPound militant Adriano Scianca’s claims they are ‘occupying’, was in fact bought for them in 2012 by none other than the Mayor of Rome, using €11.8 million of local government money. The Mayor at the time was Gianni Alemanno, a man steeped in the history of Italian fascism: a leading member of the Italian Social Movement (MSI – the postwar reformation of Mussolini’s Fascist Party) and later the far-right National Alliance; even his wife, Isabella Rauti, was the daughter Pino Rauti, ex-leader of the MSI whose name crops up in relation to numerous cases of far-right terrorism, including the 1969 Piazza Fontana bombing.

Gianni Alemanno’s son, Manfredi, would follow in his father’s far-right footsteps: in 2011, he put himself forward as a candidate for student elections at his college for Blocco Studentesco, the youth wing of CasaPound. Two years previously, after throwing Roman salutes and getting into a fight at a party, Manfredi was protected from prosecution by police with connections to his dad.

So the idea of these guys as a plucky, if rough-round-the-edges, group of rebels doing their bit for the community against all odds is laughable. They’re a far-right gang with links to both fascist terrorists and the highest echelons of Italian politics.

More interestingly, however, is how Swift depicts the group’s activity: they “arrange conferences” on Ezra Pound, the modernist poet they are named after; they house “20 homeless families”; “they collect used syringes from parks in poor neighborhoods”; “they clean bike paths”. The only mention of violence comes from a “CasaPound supporter” who, in 2011, killed two Senegalese traders in Florence. From this description, the impression is of a group engaged in cultural activities and local volunteering albeit with the odd wayward sympathiser.

And yet, the reality could not be further from the truth. To cite some examples from this year alone: in February, a group of at least 15 CasaPound militants attacked one young man after he posted a meme mocking the group on Facebook. Over the summer, uniformed CasaPound members prowled the Central Italian seaside, harassing migrant beach vendors and forcing them to leave. And even last Tuesday, the very day Swift’s article went on the Lit Hub website, Roberto Spada, related to the Spada crime family thought to control Ostia, on the outskirts of Rome, brutally assaulted a journalist who had been asking him about his support for CasaPound.

So it’s curious that for an organisation for which racism and violence are such frequent features of their activity, that so little mention would be made of that racism and violence. When Swift mentions CasaPound are housing “20 homeless families who have nowhere else to go,” he neglects to mention the proviso on which that charity is based: whites only. The ethno-nationalist underpinnings don’t get a mention and it is (to be charitable) frankly bizarre why this is so.

Even more bizarrely, Swift spends less time talking about the violence and racism of a notoriously violent racist group than he does talking about how much he enjoyed their restaurant.

Quote:

At a corner we meet a couple of other men—beards, clipped hair, grins—and we duck into the shade of an open-fronted restaurant. It looks like any other in Rome—white tablecloths, photos of minor celebrities who have eaten here—except all the waiters have tattoos up their forearms, and except that at the end, after cold antipasti, a heavy tagliatelle all’Amatriciana with fat nuggets of bacon swimming in the sauce, red wine from a carafe, bitter brown digestivo, and coffee, no bill ever came. What we are doing, Seb tells me as we eat, is not connected to money.

Waiters with tattoos, fabulous food, fine wine. And what’s this? No bill? These fascists are generous as well as cultured! Il Duce, you’re really spoiling us!

Reading the article, it seems Swift is bending over backwards to sanitise the reputations of as many fascists as he can. Swift discusses Pound’s Canto 72, written as the Nazi-backed Republic of Salò was in a state of collapse and where a dead fascist general says “I don’t want to go to paradise, I want to continue to fight. I want your body, with which I could still make war”. While noting Canto 72 has often been seen as the “smoking gun” of Pound’s fascism (with good reason, in my opinion), Swift is “not sure”, claiming to see “odd hesitations” in the poem. What these are, he doesn’t say. But it’s worth highlighting Mark Ford’s point that as late as 1956 Pound was still spewing fascist bile, writing that “the fuss about ‘de‑segregation’ in the United States has been started by Jews”. Of course, Swift knows this. What’s utterly baffling is why he doesn’t point this out in his article.

And yet, you can’t help but feel Swift’s article is based around what he feels is the ‘novelty’ of the situation; but that novelty is actually based on two entirely false premises. First, the idea that fascists are the working class, the downtrodden masses. And second, that the working class lack the culture to read (let alone write) literature.

Both premises are obviously and demonstrably false. Swift says he wasn’t expecting CasaPound’s “high-mindedness”; yet, fascists have always found support among artists and intellectuals. Gabriele D’Annunzio and Luigi Pirandello, two of the most famous Italian writers of the twentieth century, were both fascists from wealthy backgrounds.

Equally, the idea of the working class as some uncultured blob is also false. Working-class people not only appreciate literature but have produced a wealth of it; whether Elio Vittorini, anti-fascist resistance fighter and son of a rail worker, or the Proletarian Literature movement in Britain which produced writers like James Barke, Lewis Grassic Gibbon, James Hanley and George Garrett.

So what we have with Swift’s article is an academic who was pleasantly surprised by the “high-mindedness” of some fascists when he should know that the ‘high-minded’ (or at least a section of them) have always been drawn to fascism.

And when he imagined their ‘low-mindedness’, who do you think he was expecting? Not posh students with links to Rome’s political elite (a very real element of CasaPound’s demographic). No, he was expecting working-class men with sloping brows and dragging knuckles who could hardly string a sentence together let alone have opinions about poetry.

Ultimately, Swift seems to have really taken to CasaPound. He “warmly” shakes hands with Scianca after their interview and they agree to exchange copies of their books. Later, describing the farewells at end of his meal, he says,

Quote:

As we stand to leave I offer to shake hands with the waiter and he reaches out his right hand, with the tortoise on the forearm, and he grasps my arm just above the wrist, and smiles. We are close, this waiter and I; and for that instant bound in a frozen gesture, and even as it was strange and abrupt, it was also familiar. This is the Roman handshake I had read about.

It’s clear from these quotes that CasaPound’s activists are supposed to be sympathetic characters in Swift’s story; their benevolence has been amplified, their vices turned all the way down. The absolute wanton irresponsibility of an article like this when far-right nationalism is seeing a surge in popularity across Europe and North America is abundantly clear but perhaps some people need it spelt out for them: fascists are in a coalition government in Austria; they have entered German parliament for the first time since the war; they are killing people on trains and at demonstrations and have set up militias in America; their extremism is increasingly turning into the talking points and policies of mainstream politics. Now is not the time to be writing puff pieces about how charming they are and how interesting their take on Ezra Pound is.

At one point Swift declares, “I wanted them to like me.” After his glowing write up, I have absolutely no doubt they will.

http://libcom.org/blog/dead-fascist-poets-society-why-casapound-are-no-book-club-10112017

 

Congelate le sanzioni per lo smog all’Italia. L’Europa rinvia tutto a dopo le urne

Slitta il deferimento: altri sei mesi di tempo

I limiti giornalieri di particolato Pm10 risultano essere violati regolarmente in trenta zone di numerose regioni, fra cui Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto

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Pubblicato il15/11/2017
Ultima modifica il 15/11/2017 alle ore 07:38

marco zatterin

Il deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia Ue per le violazione delle norme comunitarie sulle emissioni di polveri sottili Pm10 è rinviato al dopo elezioni. Nel governo c’è chi è convinto che si tratti di un successo, come se lungo la penisola non morissero 250 persone al giorno per la tossicità dell’aria che respiriamo. La Commissione europea, clemente quando si approssima l’apertura delle urne, ha accolto il pressing del ministro Galletti e deciso di congelare il dossier. E’ una cautela apprezzata e apprezzabile che, però, è difficile da accettare sino in fondo quando in gioco ci sono migliaia di vite umane.

 

È un problema immenso che purtroppo non ammette soluzioni semplici. Esistono faldoni di piani e strategie, molte delle quali anche messe in pratica, eppure si diventa facilmente dei Don Chisciotte a furia di duellare col cambiamento climatico, i riscaldamenti da tarare, l’efficienza energetica da migliorare, il traffico folle delle città, le amministrazioni non sempre bersagliere nel rispondere alle emergenze e pure il pallet, star di fine decennio, pure accusato di effetti tossici. Fatto sta che in Italia il problema dell’aria resta drammatico. L’agenzia Ue dell’ambiente dice che il Belpaese nel 2012 ha registrato 84.400 decessi prematuri per colpa dello smog, su un totale continentale di 491 mila. Dati che al ministero della Sanità invitano a «prendere con le pinze» e in effetti la cautela è d’obbligo. Ma nascondere il problema non serve e non aiuta.

 

A fine aprile la Commissione Ue ha inviato a Roma una lettera con un parere motivato, seconda fase della procedura di infrazione avviata da tempo. La richiesta era perentoria: adottare «azioni appropriate» per comprimere le emissioni di particolato Pm10. I limiti giornalieri risultano essere violati regolarmente in trenta zone di numerose regioni, fra cui Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. La soglia annuale prevista dalle norme che l’Italia ha contribuito a definire, è superata gravemente soprattutto nella provincia di Torino.

 

Come impongono le regole dei Ventotto, l’esecutivo Ue ci ha chiesto di presentare un piano di azioni concrete «entro due mesi» (cioè fine giugno). E come insegna la consuetudine ci ha concesso più tempo. Tanto che la delibera sul rinvio alla Corte era attesa per inizio dicembre (quattro mesi in più, visto che agosto non si conta), con un parere tecnico che bocciava nel suo complesso l’Italia, riconosceva l’attività costruttiva di emiliani e piemontesi, lamentava quello che risultavano essere le troppe distrazioni del lombardo-veneto. «Portiamoli a Lussemburgo», era il verdetto scontato che apriva la possibilità che una condanna della massima magistratura Ue desse la stura a multe che potrebbero diventare miliardarie.

 

Il ministro Galletti, non in solitudine, ha negoziato il rinvio. Ha fatto pressing. A Bruxelles, riferiscono due fonti, hanno deciso di venirgli incontro, perché «non bisogna iniettare nuovi elementi di perturbazione della campagna elettorale». Il governo poteva magari incassare il deferimento e giocarlo contro le regioni a guida leghista; non è successo. Così ora la corsa al voto ha una rogna di meno (davvero?) e abbiamo altri sei mesi per fare quello che non si è fatto in anni e anni, allungabili se la cerca del nuovo premier dovesse andare per le lunghe. O almeno a cominciare a farlo. Intanto, se le statistiche con le pinze sono vere, ci saranno state altre 40 mila vittime che la nuova legislatura potrà commemorare. Uccise dall’aria cattiva. E da chi doveva salvarli ed è stato a guardare.

fonte:http://www.lastampa.it/2017/11/15/italia/cronache/congelate-le-sanzioni-per-lo-smog-allitalia-leuropa-rinvia-tutto-a-dopo-le-urne-AO98h0Be5lpDyNJDpuAT5M/pagina.html

«Aiutiamoci a casa loro», il caso Etiopia

[di Giulia Franchi] pubblicato su Il Manifesto del 9 settembre 2017

In Etiopia da due anni è in atto una tremenda stretta repressiva. Lo ha confermato lo scorso aprile, durante un’audizione parlamentare, la stessa Commissione Etiopica per i Diritti Umani, che ha indicato in ben 699 le persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle varie manifestazioni di piazza tenutesi per protestare contro l’operato del governo.

Ora c’è una situazione di calma apparente. Dopo dieci mesi è stato revocato lo stato di emergenza, tanto ormai il dissenso politico è stato cancellato, messo sotto chiave dall’applicazione della draconiana legge anti-terrorismo del 2009. In Etiopia, è bene ricordarlo, i mezzi di comunicazione sono appannaggio del governo e i giornalisti «dissenzienti» possono solo scegliere tra autocensura, esilio o arresto. L’esecutivo non si crea scrupoli a limitare l’accesso ai social media.

Insomma, uno di quei paesi, e non sono pochi, con i quali Palazzo Chigi non riesce a non fare amicizia. E gli amici, si sa, non vanno mai imbarazzati.

FACCIAMO UN PICCOLO salto indietro nel tempo. È il luglio 2015, Matteo Renzi è uno dei pochi capi di governo presenti ad Addis Abeba in occasione della Conferenza dell’Onu sul Finanziamento allo Sviluppo. Prima della fine del vertice, Renzi aveva salutato tutti ed era volato 400 chilometri più a sud, nella valle dell’Omo, per una foto ricordo sulla diga Gibe III, il mega impianto idroelettrico dell’italiana Salini-Impregilo, meritevole, secondo lui, di «portare in alto il Tricolore». Un viaggio, quello in Etiopia, bissato qualche mese dopo dal Presidente Sergio Mattarella. Proprio mentre nel sud dell’Etiopia contadini e pastori della Valle dell’Omo denunciavano il deterioramento delle loro condizioni di vita a causa della diga e dei furti di terra a essa collegati, il Capo dello Stato omaggiò il contestatissimo governo di Haile Mariam Desalegn, avallando l’indissolubile rapporto di amicizia che ci lega all’Etiopia. Amicizia che in gergo geopolitico significa condivisione profonda delle strategie di sviluppo del Paese, dai cui vantaggi l’Italia non intende rimanere esclusa.

EVIDENTEMENTE NON era bastata la poco onorevole storia della diga Gibe I sul fiume Omo, la cui costruzione nel 1999 a opera della stessa Salini aveva provocato lo spostamento forzato di circa 10mila persone. E neppure la «controversa» esperienza di Gibe II, costruita sullo stesso fiume dalla solita Salini, (e parzialmente crollata nel 2011 a meno di una settimana dall’inaugurazione) con un contributo di 220 milioni di euro di soldi pubblici, elargito in circostanze che suscitarono scandalo e stimolarono l’interesse della magistratura. E tantomeno la ormai tristemente famosa Gibe III, quella della foto-ricordo di Renzi, che sta affamando centinaia di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

IL BACINO ARTIFICIALE creato dallo sbarramento ha gradualmente sommerso i territori su cui le tribù della Valle dipendono per la coltivazione e l’allevamento e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno così a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Quando ci fu bisogno di trovare i finanziamenti per Gibe III, fu solo grazie ad una vincente campagna di pressione della società civile che l’Italia fu costretta a ritirarsi dal finanziamento, anche perché tutti i donatori multilaterali avevano fatto marcia indietro.

Oggi, dimostrando poca memoria storica, il nostro esecutivo si lancia in una nuova prova di forza: sarà ancora la Salini-Impregilo a realizzare la diga Koysha (nota come Gibe IV), l’ennesimo mega progetto sul già tormentato fiume Omo, in una saga destinata a non finire mai. A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere l’Italia attraverso la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro. Nel frattempo, in linea con il triennio 2013-2015, l’Etiopia si conferma il secondo maggior beneficiario dopo l’Afghanistan dei fondi della Cooperazione italiana, tramite cui sono stati finanziati progetti per quasi 100 milioni di euro, senza mai imbarazzare l’esecutivo locale con domande sulle violazioni dei diritti umani.

IN QUESTO MODO TUTTO torna: noi suggelliamo l’amicizia con un alleato strategico che ci aiuta nella guerra al terrorismo, il Sistema Italia si rafforza, la Salini-Impregilo conta gli utili e a mettere una toppa, se qualcosa va storto, ci pensa la Cooperazione Italiana, mentre i soldi veri li usiamo per «aiutare i migranti a casa loro». Merkel docet.

Poco importa che l’Etiopia sia di fatto una zona off-limits per chi prova a capire cosa si muova realmente al di là della narrativa ufficiale.

NEL DICEMBRE 2015, anche noi di Re:Common ci eravamo recati lì. Ma il viaggio si rivelò monco, perché ci fu impedito di avvicinarci alle zone «calde», di parlare con chi si oppone all’impetuoso «Piano di Crescita e Trasformazione», modellato su grandi infrastrutture e sviluppo agroindustriale intensivo, a discapito delle componenti più povere e fragili del Paese. Esperienza che ci portò a raccontare quanto accaduto nel rapporto «Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo?».

Del resto è dal 1500 che esiste la ragion di stato come politica dotata di regole proprie e ubbidiente a una logica tutta sua, in nome della quale tutto diventa sacrificabile, con buona pace di quanti si sono sforzati di conciliarla con etica e morale.

ECCOLE ALLORA SVELATE le ragioni di stato del nostro Paese: petrolio, gas, armi, grandi infrastrutture, a cui ora si aggiunge la necessità di stringere alleanze con chicchessia per dimostrare che siamo pronti a tutto pur di porre fine al «problema dei migranti». Al cospetto di ciò, ogni altra questione diventa poca cosa. Che si tratti della sorte delle migliaia di persone arrestate e cacciate dalle loro case dall’esecutivo dell’amico etiopico, degli oltre 4mila morti yemeniti sotto le bombe saudite (di fattura italiana) o della vita di uomini e donne imprigionati nei centri di detenzione in Libia. Così come del destino degli attivisti perseguitati in Azerbaigian o di quello dei 40mila prigionieri politici blindati nelle carceri egiziane.

O, ancora, di scoprire la verità sull’efferato omicidio di un giovane ricercatore italiano al Cairo.

fonte:http://www.recommon.org/aiutiamoci-a-casa-loro-il-caso-etiopia/

Factory-Like Schools Are the Child Labor Crisis of Today

Most American children and teenagers wake early, maybe gulp down a quick breakfast, and get transported quickly to the building where they will spend the majority of their day being told what to do, what to think, how to act. An increasing number of these young people will spend their entire day in this building, making a seamless transition from the school day to afterschool programming, emerging into the darkness of dinnertime. For others, there are structured afterschool activities, followed by hours of tedious homework. Maybe, if they’re lucky, they’ll get to play a video game before bed—a rare moment when they are in control.

There is mounting evidence that increasingly restrictive schooling, quickly consuming the majority of childhood, is damaging children. Rates of childhood anxiety, depression, behavioral problems, and other mental illness are surging. Teenage suicide rates have doubled for girls since 2007, and have increased 30 percent for teenage boys. Eleven percent of children are now diagnosed with Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD), and three-quarters of them are placed on potent psychotropic medications for what Boston College psychology professor Dr. Peter Gray describes as a “failure to adapt to the conditions of standard schooling.”

Dr. Gray goes on to explain:

It is not natural for children (or anyone else, for that matter) to spend so much time sitting, so much time ignoring their own real questions and interests, so much time doing precisely what they are told to do. We humans are highly adaptable, but we are not infinitely adaptable. It is possible to push an environment so far out of the bounds of normality that many of our members just can’t abide by it, and that is what we have done with schools.

In the early twentieth century, concern about children’s welfare in oppressive factories was a primary catalyst for enacting child labor laws and simultaneously tightening compulsory schooling laws. Yet, for many of today’s children, the time they spend in forced schooling environments is both cruel and hazardous to their health. Gone are the oppressive factories, but in their place are oppressive schools. Where is the outrage?

In a New York Times Op-Ed article this week, author Malcolm Harris posits that young people are placed into these high-pressure, increasingly competitive schooling environments by corporate interests aiming to push job training to younger ages without having to pay for it.  He writes:

There are some winners, but the real champions are the corporate owners: They get their pick from all the qualified applicants, and the oversupply of human capital keeps labor costs down. Competition between workers means lower wages for them and higher profits for their bosses: The more teenagers who learn to code, the cheaper one is.

Harris’s solution is to encourage students to unite collectively, following a labor union paradigm, to demand better schooling conditions.  He asserts:

Unions aren’t just good for wage workers. Students can use collective bargaining, too. The idea of organizing student labor when even auto factory workers are having trouble holding onto their unions may sound outlandish, but young people have been at the forefront of conflicts over police brutality, immigrant rights and sexual violence. In terms of politics, they are as tightly clustered as just about any demographic in America. They are an important social force in this country, one we need right now.

While Harris and I agree that the conditions of forced schooling are untenable and rapidly worsening, we disagree on the solution. To suggest that students unionize to demand better compulsory schooling conditions is similar to suggesting that prisoners unionize to demand better prisons: It’s a fine idea but it’s completely futile. Children are mandated under a legal threat of force to attend compulsory schools.

The first step to addressing the oppressiveness of forced schooling and its harmful effects on children is to fight the compulsion. Rather than trying to improve the conditions of an inherently unjust, state-controlled system, the system itself must be overturned. After all, humans cannot be truly free when they are methodically, and legally, stripped of their freedom under the pretense that it’s good for all.

 


Kerry McDonald

Kerry McDonald has a B.A. in Economics from Bowdoin and an M.Ed. in education policy from Harvard. She lives in Cambridge, Mass. with her husband and four never-been-schooled children. Follow her writing at Whole Family Learning.

This article was originally published on FEE.org. Read the original article.

Amnesia generale

Fulvio Vassallo Paleologo
In Italia i media scoprono soltanto adesso tutto l’orrore dei centri di detenzione in Libia e le violenze della sedicente Guarda costiera libica, argomenti tenuti nascosti durante la campagna di aggressione contro le Ong che operavano con azioni di salvataggio nel Mediterraneo. Intanto si ripropone uno scambio tra ius soli e accordi con la Libia. Malgrado tutto conosciamo benissimo i nomi di coloro che hanno fatto gli accordi con i libici. Le loro enormi responsabilità non si cancellano

di Fulvio Vassallo Paleologo*

Prima era stato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa,adesso arriva  una dura presa di posizione da parte delle Nazioni Unite sulle conseguenze degli accordi che gli stati europei hanno concluso in forme diverse con le milizie libiche e con alcuni sindaci, loro evidente espressione. Tutti i media del mondo documentano da tempo la condizione anche schiavistica dei migranti detenuti nei centri di detenzione in Libia dove nessun governo legalmente costituito è in grado di garantire la vita e i diritti fondamentali delle persone arrestate a qualunque titolo dalle milizie e dalle forze di polizia affiliate ai clan locali.

In Italia i mezzi di informazione hanno scoperto soltanto adesso tutto l’orrore dei centri di detenzione in Libia, e da ultimo i comportamenti illegali della sedicente Guarda costiera libica, argomenti tenuti ben nascosti per mesi durante la campagna di aggressione contro le Organizzazioni non governative che operavano attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale.

La Guardia costiera libica, comandata dal “brigadiere” Qassem, ha espressamente confermato che i migranti “soccorsi” in mare dopo l’arrivo delle prime motovedette restituite dagli italiani sono stati riportati “nel centro di detenzione di Zawya”. Un recente Rapporto delle Nazioni Unite chiarisce quale situazione trovano i migranti ripresi in mare e sbarcati in quel porto. Anche se si tratta di contrabbando di carburante non sembra che i corsi di formazione della Guardia costiera libica abbiano prodotto la fine dei traffici che sono denunciati da anni, traffici che oltre i carburanti hanno come oggetto anche le persone che sono riprese in mare e trattenute nei centri di detenzione. E il centro di detenzione di Zawia è uno di quelli in cui, secondo le testimonianze dei migranti, si verificano gli abusi peggiori.

“The report names Zawia’s coast guard as active participants in fuel smuggling and names a Zawia militia and its leaders. It also names people smugglers and details the involvement of sophisticated international cross-border smuggling and finance rings in the smuggling process”.

Sono mesi che la sedicente Guardia costiera libica, che in realtà corrisponde alle città di Tripoli e Zawia, si arroga il diritto di scambiare la zona SAR (ricerca e salvataggio) che si è attribuita unilateralmente dopo gli accordi con il governo italiano, con una zona di assoluto controllo territoriale, di piena sovranità, nella quale potere interdire il passaggio inoffensivo di navi private che operano per attività di soccorso.

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L’ultimo gravissimo episodio che è finito sui media di tutto il mondo, con una motovedetta libica che ha messo in moto le eliche con decine di persone in acqua, mentre era in corso un soccorso operato dalla nave Sea Watch III della omonima Ong, coordinata dalla Guardia costiera italiana, non è smentibile dalle fake newsche sono state diffuse da Tripoli e da alcuni organi di informazione italiani, comeil Giornale, in evidente collegamento con ambienti che garantiscono gli accordi italo-libici ed i rapporti economici sottostanti. Le immagini diffuse dalla Guardia costiera libica non si riferivano al soccorso operato da Sea Watch, ma ad un precedente abbordaggio di un gommone, in acque internazionali, sotto gli occhi di una nave della Marina militare italiana e della nave Aquarius della Ong SOS Mediterraneé. Episodi che si sono ripetuti in numerose occasioni, proprio per gli effetti degli accordi tra il governo italiano e la guardia costiera che fa riferimento al governo di Tripoli.

Certo l’Unione Europea ha le sue responsabilità, soprattutto per non avere garantito una politica estera comune, con continui tentativi della Francia di Macron di instaurare un rapporto preferenziale con il generale Haftar e le autorità di Tobruk, sostenuti dall’Egitto, piuttosto che con il governo Serraj sostenuto dalla comunità internazionale e dall’Italia. Ma le responsabilità degli accordi con i libici, e del loro pesante costo in termini di vite e di abusi inflitti ai migranti intrappolati in Libia o bloccati in mare, ricadono in maggior parte sul governo italiano che prima ha lanciato il Processo di Khartoum e poi con le due conferenze di Malta (novembre 2015 e febbraio 2017) si è battuto perché fosse approvato il Migration Compact proposto proprio da GentiloniAlfano, Minniti e Pinotti. Il “Migration compact” era contenuto in una lettera del premier Matteo Renzi inviata il 15 aprile  2107 ai presidenti di Commissione e Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk.

Adesso in vista della prossima campagna elettorale si ripropone uno scambio “impossibile” tra ius soli e accordi con la Libia, ma nessuno potrà cancellare dichiarazioni e documenti che segnano una responsabilità storica del governo italiano e dei suoi componenti più significativi. Nessuna alleanza è possibile con chi continua a difendere gli accordi con i libici e sostiene che hanno prodotto un risultato positivo. La riduzione di alcune decine di migliaia di arrivi non è nulla rispetto al riprodursi della clandestinità  in Italia ed in Europa che deriva dalla mancata apertura di canali legali di ingresso (anche per lavoro) e dal numero esiguo di persone ammesse a fruire dei cosiddetti corridoi umanitari.

Certo occorre parlare di Europa. I campi di detenzione in Libia possono essere chiusi solo con un impegno coeso di tutta l’Unione Europea. Non si può parlare di Europa soltanto per scaricare responsabilità del nostro governo, ma per cominciare a capire come fare per contrastare l’ondata xenofoba e razzista che continua a montare. Una proposta in Europa si è fatta , da parte del Parlamento europeo ed è stata respinta. Non saranno gli accordi con i paesi terzi come la Libia, e prima la Turchia, a permettere una accoglienza più ordinata, una possibile convivenza e la risoluzione pacifica dei conflitti, sempre più estesi, nei paesi di transito. La società civile non cadrà in questa ennesima trappola.

Il 14 novembre 2017,  l’Asgi ha impugnato davanti al Tribunale Amministrativo del Lazio il Decreto 4110/47 con il quale il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha accordato al ministero dell’Interno un finanziamento di 2 milioni e mezzo di euro per la rimessa in efficienza di quattro motovedette, la fornitura di mezzi di ricambio e la formazione dell’equipaggio. Tutte attrezzature ed attività da destinare alle autorità libiche.

Sono anni che la società civile italiana denuncia il supporto economico e operativo offerto dall’Italia alla sedicente Guardia costiera libica. Vediamo se adesso ci saranno giudici in grado di rilevare le gravissime violazioni derivanti dagli accordi italo-libici e a sanzionare i responsabili.

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog di Adif

fonte:https://comune-info.net/2017/11/amnesia-generale-gli-accordi-libia/

16,000 scientists sign dire warning to humanity over health of planet

More than 16,000 scientists from 184 countries have published a second warning to humanity advising that we need to change our wicked ways to help the planet.

Giornalisti. Minniti fa primo passo per fermare attacchi

Giornalisti.

Minniti fa primo passo per fermare attacchi

Il Centro di coordinamento è una misura invocata da tempo da Ossigeno che perciò ringrazia FNSI, OdG e il Ministro dell’Interno

“Di fronte agli attacchi che hanno per bersaglio giornali, giornalisti, blogger, opinionisti, la creazione di un Centro di coordinamento per la difesa della libertà di stampa presso il Ministero dell’Interno è un grande passo avanti in un paese in cui ogni anno migliaia di attacchi di questo genere rimangono impuniti”, hanno dichiarato il presidente e il segretario di Ossigeno per l’Informazione, Alberto Spampinato e Giuseppe Federico Mennella.

“Questo Centro è il primo passo che si fa nella direzione giusta, al fine di creare – hanno aggiunto – una piattaforma pubblica attraverso cui sottoporre tempestivamente alle istituzioni pubbliche gli episodi di minacce, intimidazioni, aggressioni, ritorsioni di questo genere, in modo di impedire che violenze e abusi abbiano lo stesso effetto di un bavaglio. Ossigeno propone da tempo in ogni sede la creazione di un organismo di questo tipo e ringrazia perciò la FNSI e l’Ordine dei Giornalisti per avere fatto propria questa proposta. Ringrazia altresì il ministro dell’Interno, Marco Minniti, che ha avuto la sensibilità di accogliere la proposta. Per una efficiente protezione della libertà di stampa sarà necessario fare altri passi. È incoraggiante che oggi si sia fatto il primo”.

fonte:https://overthedoors.it/in-evidenza/giornalisti-minniti-fa-primo-passo-per-fermare-attacchi/

Education Is the State’s Greatest Tool for Propaganda

In chapter 10 of The Road to Serfdom, Hayek describes how some of the worst people always end up rising to the top of the political heap. Continuing to touch on this theme in the eleventh chapter, Hayek digs even deeper and discusses the control of information and the very basis of truth in a planned society.

In a society where totalitarianism reigns, truth is found not in objective principles, but in a government’s desired ends. Once these ends have been established, all other forms of information are tailored to reinforce that “truth.” Reason is henceforth thrown out the window and the state’s version of truth is beyond contestation. As George Orwell wrote:

Nazi theory indeed specifically denies that such a thing as “the truth” exists. … The implied objective of this line of thought is a nightmare world in which the Leader, or some ruling clique, controls not only the future but the past. If the Leader says of such and such an event, “It never happened” – well, it never happened. If he says that two and two are five – well, two and two are five. This prospect frightens me much more than bombs.

But this on its own is not enough to sway entire nations. Instead of the people merely accepting these “truths” it is important that the state convince them that these truths are their own. When individuals begin to tie their interests to the state’s interests a terrifying unity occurs, the likes of which can be seen in almost every deceptive dictatorship throughout history.

As Hayek says:

The most effective way of making everybody serve the single system of ends toward which the social plan is directed is to make everybody believe in those ends. To make a totalitarian system function efficiently, it is not enough that everybody should be forced to work for the same ends. It is essential that the people should come to regard them as their own ends.”

There is no greater tool for propaganda than a nation’s education system.

 

In order to do this, all propaganda is orchestrated to reinforce these ends in order to push individuals in the desired direction. Common themes and slogans are repeated over and over again in order beat these goals into the minds of the people. Anything contrary to the end goal must be squashed immediately. Anyone speaking out against them must too be destroyed in the name of national security. As Hayek says, “But the minority who will retain an inclination to criticize must also be silenced.”

And while most people associate propaganda with political posters and multimedia, there is no greater tool for propaganda than a nation’s education system.

State-Controlled Education

No matter how intelligent an individual may be, almost every person is susceptible to propaganda. This is because, in many instances, most are unaware that they are falling prey to it. It seeps into our lives through all forms of entertainment but most especially through state-sponsored education.

In Nazi Germany, indoctrinating the youth was one of the easiest ways to ensure the fervent support of future generations. Adolf Hitler himself said, “He alone, who owns the youth, gains the future.” Children were forced into youth groups where their role in the Third Reich was reinforced continually. Germany even tailored toys, games, and books towards the desired ends of the Reich, ensuring that children would believe whatever they wanted them to believe.

Hayek writes:

If all the sources of current information are effectively under one single control, it is no longer a question of merely persuading the people of this or that. The skillful propagandist then has power to mold their minds in any direction he chooses, and even the most intelligent and independent people cannot entirely escape that influence if they are long isolated from all other sources of information.”

And this was the aim of the Third Reich. If the German people were to not only accept but condone the acts of their government, there was no better way to do it then to teach them young, and lead them to believe that this has always been the case.

Touching on this, Hayek says:

The most effective way of making people accept the validity of the values they are to serve is to persuade them that they are really the same as those which they, or at least the best among them, have always held, but which were not properly understood or recognized before.”

No matter how intelligent an individual may be, almost every person is susceptible to propaganda.

 

Or, to pull from Orwellian speak, the goal is to make these children believe that, “we have always been at war with Eastasia.”

But this deliberate molding of minds does not only occur in young students. In fact, once these children’s minds have been sufficiently indoctrinated, they are passed off to institutions of higher education where a belief in intellectual elitism is then instilled.

The Educated Elite

Trained to learn by rote methods rather than critical thinking, young adults, eager to assert their independence, were thrown into colleges and universities and told that they are now part of the intellectual elite. But from this comes the dangerous tendency to stop questioning the information that is presented to you. After all, your professors are highly regarded for their intellect. Why would they steer you in the wrong direction?

But when these professors begin to present state opinion as unquestioned truth, this is where the real problems arise.

The field of eugenics, for example, was once taught as if it were doctrinal truth. If racial superiority could be “scientifically” proven, or, rather, if the state could assert that this was fact, then questioning this doctrine became heresy.

As Hayek says:

The need for such official doctrines as an instrument of directing and rallying the efforts of the people has been clearly foreseen by the various theoreticians of the totalitarian system. Plato’s “noble lies” and Sorel’s “myths” serve the same purpose as the racial doctrine of the Nazis or the theory of the corporative state of Mussolini. They are all necessarily based on particular views about facts which are then elaborated into scientific theories in order to justify a preconceived opinion.”

And, as has been seen throughout history, once a theory becomes part of the scientific narrative, it contributes to the direction of all societal ends. Hayek comments on this saying, “Thus a pseudoscientific theory becomes part of the official creed which to a greater or lesser degree directs everybody’s action.” While the eugenics example may seem rather extreme, it was very applicable to the time that Hayek was writing.

And while it is not easy in hindsight to understand how an entire population could fall for theories this callous, Hayek reminds us, “It is not difficult to deprive the great majority of independent thought.”

It may be easy to cast blame on the media and the entertainment industry for being natural propaganda machines, but history tells a different story. As we have now seen, state-controlled education is one of the worst and most effective propaganda tools that has ever existed.

 


Brittany Hunter

Brittany Hunter is an associate editor at FEE. Brittany studied political science at Utah Valley University with a minor in Constitutional studies.

This article was originally published on FEE.org. Read the original article.

Cosa sono i “Paradise Papers” e chi è ICIJ, il più grande consorzio investigativo al mondo

[a cura di Andrea Zitelli]

Dopo i “Panama Papers”, una nuova inchiesta giornalistica internazionale dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) rende pubblici gli investimenti milionari in società offshore di importanti politici, sportivi, personaggi dello spettacolo, imprenditori, manager e anche reali.

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Una mappa interattiva della sequenza di Amatrice-Visso-Norcia

INGVterremoti

Ad un anno dall’evento sismico di magnitudo 6.5 del 30 ottobre 2016 la sequenza sismica di Amatrice-Visso-Norcia continua a far registrare numerosi terremoti ogni giorno nell’area. Una quarantina in media, ad esempio, gli eventi giornalieri registrati in questi ultimi giorni, tutti di magnitudo molto bassa con pochi terremoti superiori a magnitudo 2.0.  Dal 24 agosto ad oggi il numero di eventi ha ormai superato la quota di 78.500, la maggior parte di magnitudo inferiore a 2.0. Infatti se consideriamo solo gli eventi al di sopra di questa soglia sono poco più di 12.000.

Numero giornaliero di terremoti localizzati dalla Rete Sismica Nazionale e cumulata del numero degli eventi sismici nell’area della sequenza (aggiornamento 30 ottobre 2017).

La sequenza di Amatrice-Visso-Norcia è stata anche caratterizzata da diverse importanti fasi temporali a partire dal 24 agosto 2016 fino ai primi mesi del 2017. Queste fasi, ben evidenziate anche nei picchi…

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Ägypten: Das Schicksal eines Menschenrechtsverteidigers beunruhigt Diplomaten.

Ägypten: Das Schicksal eines Menschenrechtsverteidigers beunruhigt Diplomaten Von Eleanor Abou Ez (mit afp) @ GeopolisAfrica | Veröffentlicht am 07.11.2017 um 14 Uhr Ein ägyptischer Polizeibeamter bringt Tahrir am 25. Januar 2017 nach Kairo.© STRINGER / AFP Das ägyptische Außenministerium hat am 5. November 2017 die Einberufung von Botschaftern aus fünf westlichen Ländern nach der Veröffentlichung einer Erklärung angekündigt, […]

via Ägypten: Das Schicksal eines Menschenrechtsverteidigers beunruhigt Diplomaten. — nz