Appello per la Costituzione. 100 costituzionalisti contro il lodo Alfano

Faccio mio l’appello dei 100 costituzinalisti contro il lodo-Alfano che sospende i processi delle quattro più alte cariche istituzionali e contro la norma blocca-processi. Il documento è intitolato “In difesa della Costituzione” ed è firmato da ordinari di diritto costituzionale e discipline equivalenti: tra essi gli ex presidenti della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia. A coordinare la raccolta di firme è stato Alessandro Pace, presidente dell’Associazione italiana costituzionalisti. Promosso da Micromega

Firma l’appello

Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008

I. Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in “migliori” e “peggiori” e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi.

II. L’umanità, non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture. Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.
III. Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.
IV. È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.
V. È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di cives romani. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti ”barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.
VI. Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come Nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze, é quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire ad una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.
VII. Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle Nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.
VIII. Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”. Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.
IX. Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei ed italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti ( nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità) sono sparsi per il Mondo ed hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi , popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra.
X. L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni. Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.

Enrico Alleva, Docente di Etologia, Istituto Superiore di Sanità, Roma
Guido Barbujani, Docente di Genetica di popolazioni, Università Ferrara
Marcello Buiatti, Docente di Genetica, Università di Firenze
Laura dalla Ragione, Psichiatra e psicoterapeuta, Perugia
Elena Gagliasso, Docente di Filosofia e Scienze del vivente, Università La Sapienza, Roma
Rita Levi Montalcini, Neurobiologa, Premio Nobel per la Medicina
Massimo Livi Bacci, Docente di demografia, Università di Firenze
Alberto Piazza, Docente di Genetica Umana, Università di Torino
Agostino Pirella, Psichiatra, co-fondatore di Psichiatria democratica, Torino
Francesco Remotti, Docente di Antropologia culturale, Università di Torino
Filippo Tempia, Docente di Fisiologia, Università di Torino
Flavia Zucco, Dirigente di Ricerca, Presidente Associazione Donne e Scienza, Istituto di Medicina molecolare, CNR , Roma

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30° Anniversario. SANDRO PERTINI Presidente della Repubblica

« Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. Se il prezzo fosse la libertà, io questa riforma la respingerei. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...] Questa non è la libertà che intendo io. »

Biografia ed elezione

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[PDF] “UNA NOTTE SENZA STELLE”, IL FUMETTO SULLA VITA DI PERTINI

Il presidente più amato dagli italiani

Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito)

Elsa Morante
Il disonore dell’uomo è il Potere. L’onore è la libertà dello spirito.

(SENZA CLASSE E SENZA PARTITO)

Ritrovato da Carlo Cecchi e Cesare Garboli tra le carte della Morante, questo testo aveva una precedente stesura, poi rielaborata, compresa in una lettera non spedita, scritta presumibilmente attorno alla Pasqua del ’70 o ’71. Essa iniziava così: “Caro Goffredo, da parte dell’amico nostro Bellarmino ti mando questo” e così terminava: “Firmato: Un commensale contenuto nel Dizionario e contenente il Dizionario nell’imminenza del Ta-ta-ta”. Elsa Morante si riferiva al romanzo di Ramòn Pérez de Ayala Bellarmino e Apollonio, ristampato dalla Sansoni, fattole leggere da Goffredo Fofi, il cui protagonista è un ciabattino filosofo che sintetizza la sua “visione del mondo” nella affermazione: “Chi mangia sta di fronte al Dizionario nel parapiglia fino al Ta-ta-ta”.

1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.

2. La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.

3. Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.

4. L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito. E non occorrerebbe precisare che qui la parola spirito (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari; ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo.
Questa libertà dello spirito si manifesta in infiniti e diversi modi, che tutti significano la stessa unità, senza gerarchie di valori. Esempio: la bellezza e l’etica sono tutt’uno. Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa. Così per esempio il Discorso sulla montagna, o i Dialoghi di Platone, o il Manifesto di Marx-Engels, o i Saggi di Einstein sono belli; allo stesso modo che sono morali l’Iliade di Omero, o gli Autoritratti di Rembrandt, o le Madonne di Bellini, o le poesie di Rimbaud. Difatti tutte queste opere (né più né meno delle tante possibili azioni che le equivalgono) sono tutte, in se stesse, affermazioni della libertà dello spirito, e di conseguenza, qualunque siano le contingenze storiche e sociali nelle quali vengono a esprimersi, esse non sono determinate essenzialmente da nessuna classe e appartengono finalmente a tutte le classi. Giacché per definizione esse negano il Potere, di cui la divisione degli uomini in classi è una delle tante pretese aberranti.

5. In quanto onore dell’uomo, per definizione la libertà dello spirito sia come espressione che come godimento, è dovuta a tutti gli uomini. Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito.

6. Tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo.

7. Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. Il solo fine della rivoluzione è di liberare lo spirito degli uomini, attraverso l’abolizione totale e definitiva del Potere.

8. Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà comune dello spirito attraverso il suo contrario. La rivoluzione, per attuare il proprio fine di liberazione, deve porselo anzitutto come inizio e principio. Chiunque schiavizza il proprio e l’altrui spirito con una promessa di una liberazione “mistica” e postrema è lui stesso uno schiavo, e in più un truffatore e uno sfruttatore. Né più né meno dei Gesuiti e controriformisti – di Maometto che mandava i suoi “fedeli” a distruggersi in vista del “Paradiso” delle Urì – di Hitler e Mussolini che sterminavano le nazioni in vista delle “glorie nazionali” – di Stalin che castrava e martirizzava i popoli in vista del “bene del popolo” ecc. ecc. ecc.

9. Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione. Nessun proletariato (né più né meno che se fosse una monarchia, o aristocrazia, o teocrazia, o borghesia, o via dicendo) potrà mai attribuirsi o attuare la rivoluzione, se non ha lo spirito libero dai germi del Potere. Nessuno infatti può comunicare agli altri quello che non ha, e non si può presumere di far crescere la guarigione coi semi della peste.

10. In una società fondata sul Potere (come TUTTE le società finora esistite e oggi esistenti) un rivoluzionario non può fare altro che porsi (foss’anche solo) contro il Potere, affermando (coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno. E questo, è suo diritto e dovere di farlo a qualunque costo: anche, in ultima istanza, a costo di creparci. E’ quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna D’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc. E’ quanto fa un bracciante che si rifiuta a un sopruso, un ragazzino che si nega a un insegnamento degradato, un insegnante idem, un fabbro che fabbrica un chiodo quadripunte contro gli automezzi nazisti, un operaio che sciopera per opporsi allo sfruttamento, ecc. ecc. ecc. Simili opere, o azioni, nell’affermare, ciascuna coi propri mezzi, la libertà dello spirito contro il disonore dell’uomo, sono tutte allo stesso titolo belle e morali. E per definizione, esse non sono distinzione e proprietà di una classe, ma dell’uomo assolutamente in quanto tale, secondo quanto è affermato ai paragrafi 2 e 4.

11. Se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita.

12. Qualunque rivoluzionario (foss’anche Marx o Cristo) che si riadatti al Potere (o assumendolo, o amministrandolo, o subendolo) da quel momento stesso cessa di essere un rivoluzionario, e diventa uno schiavo e un traditore.

13. Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino. L’uomo che (c.s. coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie la vera Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a sé stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e, in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto, il proprio spirito, si fa agente con questo del disonore dell’uomo. Doppiamente disgraziato è chi si adopera a diffondere il contagio fra gli altri e tanto più miserabile se lo fa in vista o per il gusto di un proprio potere personale.
Servirsi a fini di potere degli sfruttati (anche solo del loro nome) è la peggiore forma di sfruttamento possibile. Peggio per chi lo fa a proprio beneficio personale. Proclamare il proprio amore per gli operai può riuscire un comodo alibi per chi non ama nessun operaio, e nessun uomo.
Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi.

Elsa Morante

NUTOPIA [sergio falcone & co.]

Un piccolo paese

1936-2008: i nazi separati dalle opinioni?

Come nella Settimana Enigmistica! Divertente gioco per grandi e piccini!

Queste due copertine differiscono tra loro per dieci piccoli dettagli.
Ma io non riesco a vederne nemmeno uno e mi sembrano incredibilmente identiche. La prima (a sinistra) è la copertina de La difesa della razza, numero del gennaio 1936. la seconda, a destra, è la copertina di Panorama, luglio 2008. La matrice culturale è assolutamente identica, le motivazioni ideologiche le stesse, l’eleganza assolutamente paragonabile. 72 anni buttati nel cesso? La Difesa della Razza fu un periodico espressamente creato durante il fascismo per sostenere le teorie razziste e la supremazia della stirpe italica. Panorama è invece un newsmagazine edito dalla prestigiosa casa editrice del Presidente del Consiglio attualmente in carica in Italia. Certo ne abbiamo fatta di strada in 72 anni, eh!

www.alessandrorobecchi.it

Iraq: dopo aver finanziato la guerra, le multinazionali del petrolio si spartiscono il bottino

Hanno raggiunto lo scopo le multinazionali petrolifere, quelle impegnate nella ricostruzione o nei servizi di sicurezza già stanno fatturando da tempo. Se ancora per alcuni non erano chiari i motivi che avevano dato il via alla guerra in Iraq, ora ci sono i fatti che parlano: Il ministro iracheno del petrolio, Hussein al Shahristani, nella giornata del 30 giugno, ha definito i giacimenti prescelti “la spina dorsale della produzione petrolifera irachena”, dalla quale si affretteranno nel loro lavoro di estrazione le 41 multinazionali ammesse nei bandi per gli appalti, che dovrebbero svolgersi a breve (entro il 2009), per consentire poi l’inizio dei lavori nelle località di Rumaila, Kirkuk, Zubair, West Qurna Fase 1, Bai Hassan, e Maysan.

>> leggi l’elenco delle multinazionali del petrolio ammesse al primo round delle gare d’appalto

BP, Chevron, Exxon Mobil, Royal Dutch Shell e Total: sono queste le “punte di diamante” tra le multinazionali posizionate ai nastri di partenza. Cinque tra le azienda più grandi e produttive del mondo, a cui se ne devono aggiungere molte altre interessate al banchetto, come le italiane Eni e Gruppo Edison. Avrà avuto pur senso “portare la democrazia” a Nassiriya..?

L’Iraq apre sei giacimenti alle compagnie petrolifere straniere

Sono sei i giacimenti che verranno aperti alle compagnie straniere nel primo round di gare d’appalto che potrebbe segnare il ritorno delle multinazionali del petrolio in Iraq, 36 anni dopo la nazionalizzazione del settore, decisa nel 1972. Nel dare l’annuncio, il ministro iracheno del Petrolio, Hussein al Shahristani, oggi ha definito i giacimenti prescelti “la spina dorsale della produzione petrolifera irachena”, sottolineando che “con le sue enormi riserve accertate, l’Iraq non dovrebbe rimanere al livello attuale di produzione. L’Iraq dovrebbe essere il secondo o il terzo Paese produttore”. I sei giacimenti sono quelli di Rumaila, Kirkuk, Zubair, West Qurna Fase 1, Bai Hassan, e Maysan – quest’ultimo formato da tre giacimenti distinti: Bazargan, Abu Gharab e Fakka. Fatta eccezione per Kirkuk e Bai Hassan, si trovano tutti nel sud del Paese, e sono giacimenti cosiddetti “giganti” - cioè con riserve superiori a un miliardo di barili. Alle gare potranno partecipare 41 compagnie internazionali preselezionate dal ministero del Petrolio, dopo che alle 35 qualificate in un primo momento sono state aggiunte altre sei compagnie statali di Algeria, Angola, Pakistan, Thailandia, Turchia, e Vietnam. Nel corso della conferenza stampa di oggi, il ministro Shahristani ha detto che con i nuovi contratti si vuole aumentare la produzione nei giacimenti per complessivi un milione e mezzo di barili al giorno. Ha aggiunto che l’Iraq si pone l’obiettivo di arrivare a 4 milioni e mezzo di barili al giorno entro il 2013 – dagli attuali 2 milioni e mezzo. Oltre ai sei giacimenti petroliferi, le gare riguarderanno anche due giacimenti di gas – quelli di Akkaz e Mansuriya. “Questi giacimenti sono stati scelti perché è possibile aumentare la loro produzione in breve tempo e a basso costo”, ha spiegato il ministro..

Niente production sharing agreements

Shahristani ha sottolineato che i contratti assegnati con le gare saranno a lungo termine, ma saranno contratti di servizio, e non contratti di production sharing. L’Iraq, ha precisato il ministro del Petrolio, non ha intenzione di firmare questo tipo di contratti con nessuna multinazionale dell’energia. “Riteniamo che non ci sia alcun bisogno di dividere il petrolio iracheno con chiunque”, ha detto Shahristani, aggiungendo che le offerte finali presentate dalle compagnie dovranno essere approvate dal Consiglio dei ministri. L’inizio delle gare di appalto per i giacimenti prescelti verrà annunciato dal ministero del Petrolio in una conferenza che si terrà a Londra in settembre. La scadenza prevista per la presentazione delle offerte è marzo 2009, e i contratti dovrebbero essere firmati entro giugno. Tutte le compagnie straniere che intendono partecipare alle gare devono avere un partner iracheno e dare almeno il 25 % a compagnie irachene, ha detto il ministro del Petrolio. Dovranno inoltre aprire un ufficio a Baghdad.

TSA ancora in alto mare

Fumata nera invece per i Technical Service Agreements (TSA) - gli accordi tecnici di servizio che Baghdad sta negoziando da mesi con sei delle principali major petrolifere, e la cui firma sembrava imminente. Shahristani oggi ha detto che le trattative sono ancora in corso. I TSA, ognuno del valore di circa 500 milioni di dollari, hanno come obiettivo di aumentare la produzione in sei dei maggiori giacimenti del Paese, per complessivi 600.000 barili al giorno (100.000 barili al giorno per ogni giacimento). Anche se Baghdad non ha mai voluto divulgare ufficialmente i loro nomi, si sa che le compagnie internazionali con le quali l’Iraq sta trattando sono Royal Dutch Shell, BP, ExxonMobil, Chevron, Total, e un consorzio guidato dalla statunitense Anadarko. “Stiamo perdendo tempo”, è stato il commento del ministro del Petrolio. A detta di Shahristani, a ostacolare la conclusione delle trattative sarebbe il fatto che le compagnie interessate “volevano una quota del petrolio”, mentre “i TSA sono solo semplici contratti di consulenza per aiutarci ad aumentare la produzione nel periodo a interim”, prima che il ministero concluda contratti a lungo termine per lo sviluppo dei giacimenti.

Ornella Sangiovanni, Osservatorio Iraq


Sito Internet: www.osservatorioiraq.it

LA GLOBALIZZAZIONE IMPAZZITA

FONTE DEDEFENSA.ORG

Parliamo oggi di un lungo, lunghissimo articolo pubblicato su Newsweek (edizione del 12 maggio), messo in rete il 3 maggio. L’autore è Fareed Zakaria, direttore della redazione di Newsweek, e l’articolo è un condensato che anticipa la pubblicazione del suo libro The Post-American World (2008, edito da W.W. Norton & Company, Inc.).
Passato dalla direzione di Foreign Affairs a quella di Newsweek, Fareed Zakaria, cittadino USA di origine indiana, è un eminente membro dell’establishment di Washington filo-globalizzazione. L’articolo di Newsweek è un manifesto alla gloria della globalizzazione con uno sguardo desolato, se non disgustato, su cosa è diventata l’America riguardo a questa stessa globalizzazione.

Zakaria passa in rassegna lo stato dell’America e lo stato del mondo. E’ molto pessimista sullo stato dell’America al punto da scrivere, come se ne annunciasse la scomparsa dai nostri schermi radar: “In America discutiamo ancora sulla natura e l’estensione dell’anti-americanismo […] ma mentre argomentiamo sul perché loro ci odiano, “loro” sono andati oltre e sono adesso più interessati ad altre, più dinamiche, parti del globo. Il mondo si è spostato dall’anti-americanismo al post-americanismo.”

Il fondo dell’articolo è dunque un panegirico della globalizzazione, dove tutto funziona in maniera formidabile – tranne che in America .. (anche la Francia sfugge a questo giudizio terribile, salvo poi … si veda la conclusione). Si percepisce quasi un risentimento senza ritorno contro i propri concittadini d’adozione da parte di questo indiano naturalizzato cittadino USA e “americanizzato” a dovere …

Per portare altri in questo mondo, gli Stati Uniti hanno bisogno di fare chiarezza sul proprio impegno verso il sistema. Finora, l’America è stata abile in entrambe le cose. E’ colui che detta le regole globali ma non sempre gioca secondo le regole. E dimentica gli standard creati da altri. Solamente tre paesi al mondo non adottano il sistema metrico decimale – Liberia, Myanmar e Stati Uniti. Perché l’America continui a guidare il modo, bisogna per prima cosa che ci uniamo ad esso.

Gli Americani – particolarmente il governo americano – non hanno davvero compreso la crescita del resto [del mondo]. Questa è una delle avventure più entusiasmanti della storia. Miliardi di persone fuggono da una povertà degradante. Il mondo sarà più ricco e più nobile quando cominceranno a diventare consumatori, produttori, inventori, pensatori, sognatori e costruttori. Tutto ciò avviene grazie alle idee e alle azioni americane. Per 60 anni gli Stati Uniti hanno spinto i paesi ad aprire i loro mercati, liberare le loro politiche ed abbracciare il commercio e la tecnologia. Diplomatici, uomini di affari e intellettuali americani hanno esortato le persone di terre lontane a non temere il cambiamento, ad unirsi al mondo avanzato, ad imparare i segreti del nostro successo. Appena cominciano a farlo, noi perdiamo fiducia in tali idee. Siamo diventati diffidenti riguardo il commercio, l’apertura, l’immigrazione e gli investimenti perchè ora non sono gli Americani che vanno all’estero ma gli stranieri che vengono in America. Ora che il mondo si apre, noi ci chiudiamo.

Tra qualche generazione, quando gli storici scriveranno della nostra epoca, potrebbero osservare che al volgere del 21° secolo gli Stati Uniti erano riusciti nella loro grande, storica missione: globalizzare il mondo. Non vorremmo che scrivessero che strada facendo ci siamo dimenticati di globalizzare noi stessi.”

Ma questo umorismo disincantato non ci sembra la parte essenziale del tema. La parte essenziale sta nell’affermazione che la globalizzazione è qualcosa che funziona (tranne che per gli USA), che il mondo risuona di un’attività fruttuosa e laboriosa, che questa è la miglior cosa possibile nel migliore dei mondi possibili e via dicendo.

Questa analisi è molto simpatica ma ha la caratteristica di tenersi ai fatti, a fatti selezionati con cura e affermati in abstracto, ossia a cifre, e a cifre del solo campo economico, più precisamente del commercio e della produzione, e questi dati sono considerati come la misura di tutte le cose e nello stesso tempo il riflesso di una virtù quasi esclusiva. In breve, il nostro destino e la nostra felicità ci si trovano incapsulati, e stanno bene.

Così, per valutare le cose, abbiamo attivato la funzione di ricerca parole in questo articolo piuttosto consistente (5044 parole), per cercare qualche esempio di parole-chiave che riassumano le inquietudini escatologiche dei tempi attuali, per vedere cosa ne viene detto, come queste inquietudini si accordino con le trionfanti prospettive della globalizzazione. Bene, il problema viene risolto per eliminazione.

- “Food” (cibo), perché ci sembra che se ne parli molto e che la cosa sia indicativa di alcune realtà molto inquietanti. La parola viene citata una sola volta - dopotutto l’attualità lo impone - e per dirci che l’attuale penuria che scatena sommosse per fame sembrerebbe, a guardare bene, un segno di buona salute piuttosto che di altro, in quanto conseguenza della nostra abbondanza in tutto, e particolarmente in popolazione e attività di speculazione sugli stessi alimenti: “Il cibo, che solo alcuni decenni fa era a rischio di un crollo dei prezzi, è ora nel pieno di uno spaventoso aumento. Non dovuto ad un drammatico calo nella produzione. E’ la domanda, una crescente domanda globale, che rifornisce i prezzi …” L’autore ammette che si tratta di un problema grave, ma ha precisato in precedenza che è un “problema di alto-livello”, prova che siamo sulla buona strada (“Questi possono essere problemi di alto-livello, ma si tratta comunque di problemi seri.”).

- “Oil” (petrolio), viene citato tre volte di cui due di passaggio e senza implicare giudizi sulla situazione. Il solo riferimento diretto alla situazione attuale è che il costo del petrolio è una conseguenza della situazione di attività e di prosperità (“La crescita spiega anche uno degli eventi tipici dei nostri tempi, l’impennata dei prezzi delle merci base. Il petrolio a 100 dollari è solo la punta del barile”[presumo che sia da intendersi che il petrolio a 100 dollari è solo la punta dell'iceberg della corsa generalizzata all'aumento dei prezzi, ndt]). Nessuno sviluppo né sulle conseguenze economiche di questi aumenti, né sulla nostra dipendenza dal petrolio con i suoi effetti sull’ambiente, né sulla questione dell’esaurimento delle riserve e così via.

- “Water” o “water shortage” (acqua o scarsità dell’acqua): nulla.

- “Global warning” (riscaldamento globale): nulla.

- “Climate change” (cambiamento climatico): una volta, en passant, come se si trattasse di un problema tra i tanti (“Se il problema è una disputa sul commercio o una tragedia dei diritti umani come il Darfur o il cambiamento climatico, le uniche soluzioni che possono funzionare sono quelle che coinvolgono molte nazioni”).

- “Immigration” (immigrazione): se ne parla ma solo riguardo alla formazione di ingegneri o altri quadri simili … “Gli studenti stranieri e gli immigranti contribuiscono per quasi il 50% ai ricercatori scientifici del paese. Nel 2006 essi hanno rappresentato il 40% dei dottorati di ricerca. Nel 2010, il 75% dei dottorati di ricerca sarà assegnato a studenti stranieri. Quando questi laureati si stabiliscono nel paese si creano opportunità economiche. La metà di quanto viene avviato nella Silicon Valley ha un fondatore che è un immigrato o un americano di prima generazione. Il potenziale per una nuova esplosione di produttività americana non dipende dal nostro sistema educativo o dalla spesa in Ricerca & Sviluppo, ma dalle nostre politiche di immigrazione. Se a queste persone è permesso di restare e vengono incoraggiate a farlo, allora l’innovazione avverrà qui. Se partono, la porteranno con sé.” E, poco dopo, sempre riguardo la stessa occorrenza: “Siamo diventati diffidenti riguardo il commercio, l’apertura, l’immigrazione e gli investimenti perchè ora non sono gli Americani che vanno all’estero ma gli stranieri che vengono in America.” Nulla su quello che è il vero problema sociale, umano, psicologico, sistemico, in una parola di questa altra immigrazione di popolazioni povere, che si spostano a causa di sconvolgimenti economici ed ecologici, e che portano con sé questi stessi sconvolgimenti.

Infine, un altro passaggio, più importante, merita di essere riportato. Riguarda gli attuali conflitti e le perdite che essi provocano, sulla base della considerazione che il numero di conflitti e le loro perdite rendano bene conto dello stato del pianeta e dello stato della condizione umana. Anche qui, un esuberante ottimismo è di rigore.

Lo so. Questo non è il mondo che la gente percepisce. Diciamo di vivere in tempi oscuri, pericolosi. Terrorismo, stati canaglia, proliferazione nucleare, panico finanziario, recessione, delocalizzazione e immigrazione illegale sono spesso minacciosamente presenti nei discorsi nazionali. Al Qaeda, Iran, Corea del Nord, Cina, Russia sono tutte in un modo o nell’altro delle minacce. Ma quanto è davvero violento oggi il mondo?

Un gruppo di studiosi dell’Università del Maryland ha studiato le morti causate dalla violenza organizzata. I loro dati mostrano che le guerre di ogni tipo sono andate declinando dalla metà degli anni 1980 e che siamo attualmente ai più bassi livelli di violenza dal 1950. Le morti per terrorismo sono aumentate negli ultimi anni. Ma, ad un più attento esame, l’80% di questi eventi vengono dall’Afghanistan o dall’Iraq, che sono vere zone di guerra con continue rivolte, e il loro numero totale rimane piccolo. Stando all’evidenza, il professore di matematica di Harvard Steven Pilker azzarda che probabilmente stiamo vivendo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie.”

Perché non sentiamo in questo modo? Perché pensiamo di vivere in tempi spaventosi? Parte del problema è che mentre la violenza è diminuita l’informazione è esplosa. Negli ultimi 20 anni si è prodotta una rivoluzione dell’informazione che ci porta in ogni istante notizie e, ancora più importante, immagini da tutto il mondo. L’immediatezza delle immagini e l’intensità delle notizie a ciclo continuo si combinano per produrre una costante overdose. Ogni turbolenza atmosferica è “la bufera del decennio”. Ogni bomba che cade è una notizia dirompente. Poiché la rivoluzione dell’informazione è così recente, noi – giornalisti, scrittori lettori, spettatori – cerchiamo di capire come inserire tutto nel contesto.

Non potevamo vedere quotidianamente i filmati dei due milioni di persone morte in Indocina negli anni 1970, o i milioni che sono morti nelle sabbie della guerra tra Iran e Iraq dieci anni dopo. Abbiamo visto poco della guerra civile in Congo negli anni 1990 dove sono morti a milioni. Ma oggi ogni bomba che viene sganciata, ogni missile lanciato, ogni morte che ne consegue, viene documentata da qualcuno da qualche parte e rimbalza istantaneamente in tutto il mondo. Aggiungeteci gli attacchi terroristici che sono casuali e brutali. “Avrebbe potuto succedere a me”, pensate. In realtà, le probabilità di essere uccisi in un attacco terroristico sono poche per un americano, meno che di annegare nella vasca da bagno. Ma non viene percepito così.”

Una psicologia anti-globalizzazione

Questo testo brillante e logico è un esempio superbo, sbalorditivo, di brio e precisione ed estremamente convincente dell’abisso di chiusura mentale, di incomprensione della situazione mondiale, di ignoranza del funzionamento della specie in quanto fatta di individui che hanno bisogno nel contempo di un’identità e di un senso collettivo dell’esistenza. E’ una abbagliante dimostrazione che quando l’intelligenza si incatena in tutta libertà (insistiamo su questa parola terribile “libertà”) a una ideologia che perverte la ragione facendone uno strumento di giustificazione partigiana, è capace di offrire il contrario del buon senso in un quadro che descrive un mondo assolutamente contorto, apocalittico, spaventoso come una prospettiva quasi seducente. Il lungo passaggio sulla guerra è un buon esempio su cui esercitare l’osservazione critica.

Il passaggio in cui si dice che viviamo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie” ha un aspetto assurdo nella sua contraddizione – tra la tranquillità psicologica che implica un periodo di tempi pacifici e la straordinaria angoscia esistenziale che accompagna il nostro tempo e che viene effettivamente qui descritta. Sul fatto stesso, il giudizio si basa su dati statistici che si ritengono garantiti dall’esplosione delle informazioni, quando questa stessa esplosione è un concetto quantitativo e niente affatto qualitativo. Nessuno può ignorare che al momento in cui si contano così poche guerre “ufficiali”, vi è la possibilità di massacri e distruzioni dovuti a guerre che offrono poco interesse ai nostri mezzi d’informazione e quindi ignorati da essi, che sono forse in via di svolgimento. Gli anni 1990, citati da Zakaria come esempio di quando i conflitti non erano conosciuti, erano già descritti con giubilo da Clinton & Company come i tempi dell’”esplosione delle informazioni” e dove si sapeva tutto – d’altronde con le notevoli distorsioni che rendono affascinante la cosa (dai 100.000 morti kosovari massacrati dai barbari serbi nell’aprile 1999, ai meno di 4.000 scoperti sul campo a partire da agosto-settembre 1999, a “guerra umanitaria” conclusa, dopo qualche mese di “guerra delle informazioni” in Kossovo condotta sul fronte dalla NATO, a Evere); nello stesso tempo si ignoravano diversi massacri e liquidazioni in corso, oltre in Rwanda, in Congo e Sudan ad esempio, che si cominciano a conoscere adesso, con discrezione. Non c’è nessuna ragione, ma proprio nessuna, mentre ci si preoccupa per il Tibet, perché la stessa cosa non stia avvenendo anche in altri luoghi. Nell’immediato, quando Zakaria ci parla dei conflitti in Afghanistan e in Iraq per osservare, a proposito delle perdite umane: “… e il numero totale rimane piccolo”, - a cosa pensa per giustificare l’aggettivo “piccolo”, ad esempio per quanto riguarda l’Iraq? Alle perdite civili “ufficiali” (circa 30.000 morti)? Alle perdite civili ufficiosamente ufficiali (80.000-100.000 morti)? Alle perdite civili ufficiose ma calcolate minuziosamente (più di un milione di morti)? In realtà, noi viviamo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie” semplicemente perché la nozione di guerra tradizionale, con dichiarazione di guerra, grandi battaglie, ecc. non esiste più realmente e il nostro modo di fare è piuttosto “non teniamo il conto dei morti” (generale Tommy Franks nel 2003 a proposito dei morti civili in Iraq). Concludere che il livello di violenza si è abbassato costituisce una deduzione alquanto bizzarra.

[Fonte: http://www.warnews.it (dati riferiti al 2005)]

Lo stesso passaggio ignora completamente il fattore psicologico che deriva dalla violenza, laddove questo aspetto ci parla con evidenza dell’incomprensione dell’autore riguardo lo stato di ansietà che caratterizza (specialmente) i cittadini americani. Le nostre “guerre” di oggigiorno, nel quadro generale che abbiamo delineato, sono avvenimenti nei quali la continua violenza viene spesso subita a livello psicologico piuttosto che a livello del fuoco delle armi. Se si esamina il bilancio dei suicidi dei veterani dell’Iraq, che avvengono nello stesso tempo della guerra stessa, come non considerarli vittime dirette di questa guerra, e allora s’impone la verità che oggi la violenza uccide anche mediante la psicologia, e in misura maggiore (si veda il nostro Bloc-notes di oggi [1]). … Ma non è forse il caso della globalizazzione in sé che, oltre a condizioni economiche spaventose dal punto di vista qualitativo, per la sua disparità nei rapporti e le sue degradazioni ambientali e sociali, costituisce una universale pressione psicologica che destruttura tutta la cornice della civiltà, della vita sociale – che è necessariamente il quadro stabilizzatore della psicologia – che sradica la speranza nella vita e il senso dell’esistenza, che massacra le culture e di conseguenza la psicologia, che distrugge la solidarietà, la memoria, le radici, tutto ciò che forma l’identità di un essere umano e tutto ciò per il quale vale la pena di esistere? E che, infine, nutre la disperazione nichilista che apre la prospettiva totalmente livellatrice dell’entropia finale … (Ancora non si prendono in considerazione le ricadute delle conseguenze della globalizzazione, genocidio generale in pieno sviluppo che si manifesta con l’aumento di crisi sistemiche di cui l’autore apparentemente non si preoccupa, come abbiamo già notato). Quindi, che gli Americani siano pessimisti e di umore così nero ci rallegra grandemente perché è senz’altro il segno che sono infinitamente migliori delle loro élites (nulla di cui stupirsi) … “Gli Americani sono al momento depressi. Intendo dire davvero depressi. In aprile, un nuovo sondaggio ha rivelato che l’81% del popolo americano pensa che il paese sia su una strada sbagliata”, constata, furioso, Zakaria. E di seguito: “Ma i fatti sul tappeto – disoccupazione, pignoramenti, paura di attacchi terroristici - non sono sufficienti a spiegare la presente atmosfera di disagio. L’ansia americana nasce da qualcosa di più profondo, dalla sensazione che grandi forze distruttive stiano imperversando per il mondo…” Giusto, yankees, su questo niente da dire. Questo terribile giudizio degli Americani, prime vittime o primi porta-bandiera di questa psicologia inconsapevolmente (o, a volte, consapevolemente) contestatrice della globalizzazione, ribelle all’insegnamenti delle proprie élites, si unisce a questa strana frase di Joshua Muravchik, noto neocon, nella sua prefazione a “The Imperative of American Leadership” del 1996 (AEI Press); frase enigmatica nel contesto e ad opera di questo autore, inserita nell’introduzione (pag. 2) e non spiegata in alcun punto del libro; una frase sibillina ma che, in fin dei conti, potrebbe riflettere una verità fondamentale: “A parte forse i Francesi, il solo popolo recalcitrante di fronte alla leadership americana è il popolo americano”.

[1] Dalla rubrica Bloc-Notes apparsa sul sito dedefensa .org il 6 maggio 2008:

Come uccidono le “nostre” guerre: la dimensione psicologica

Torniamo su uno scandalo latente negli USA, che torna sporadicamente in superficie ma non è ancora esploso sulla “stampa ufficiale”, secondo l’abituale tendenza che consiste nel documentare il meno possibile tutti i segni di sfaldamento del sistema. Si tratta del “caso” dei suicidi di veterani USA della guerra in Iraq. Alla fine di aprile sono apparsi molti testi sulla questione, portando conferme alle cifre rivelate da CBS News il 13 novembre 2007 e precisazioni sulle modalità con cui il Dipartimento degli Affari dei Veterani (DVA) aveva tentato di insabbiare gli sviluppi di queste rivelazioni. Le rivelazioni originano da diverse fughe di notizie (e-mail) da parte di dirigenti del DVA dove si mostra l’intenzione di insabbiare l’affare. Precisazioni sugli ultimi sviluppi si trovano particolarmente in due articoli di Jason Leopold sul sito OnLine Journal, del 22 aprile e 23 aprile e in un articolo sul sito WSWS.org del 26 aprile.

[Fonte:http://video.thinkprogress.org/2007/11/suicidevets.320.240.jpg]

Per ricordare e fissare l’ampiezza del fenomeno, che sta prendendo l’aspetto di un disastro sociale:

- Le precisazioni sui suicidi sono spaventose. L’attuale tasso medio di suicidi presso i veterani dell’Iraq è di 18 al giorno, 127 alla settimana, 6.570 all’anno. (Si tratta di suicidi di soldati che hanno terminato il loro servizio in Iraq e sono rientrati negli Stati Uniti, in accordo con la definizione di “veterano”). Si conviene, secondo i documenti del DVA divenuti pubblici, che vi siano 1.000 tentativi di suicidio al mese negli istituti dove i veterani vengono curati, e dove la sorveglianza dovrebbe per definizione impedire questo tipo di comportamenti.

- I danni psicologici generali causati dalla guerra sono altrettanto terribili. Jason Leopold precisa: “Questi [suicidi] sono ora supportati da uno studio comprensivo divulgato dalla RAND Corporation la scorsa settimana che indica in circa 300.000 i soldati USA, mandati a combattere in Iraq e in Afghanistan, che soffrono di depressione maggiore o PTSD [Sindrome da stress postraumatico] e in 320.000 quelli che hanno riportato danni da traumi cerebrali.”

Rimane molto difficile determinare il numero totale dei suicidi (quelli dei veterani tornati dalla guerra e quelli dei soldati al fronte) ma è palesemente manifesto che sia di molte volte superiore alla stima ufficiale dei soldati USA uccisi in combattimento in Iraq, poiché in un solo anno, secondo il ritmo attuale, si arriva a un numero di morti quasi doppio di tutte le perdite ufficiali USA dall’inizio del conflitto.

Sembrerebbe evidente che le morti per suicidio direttamente successive al conflitto, a causa delle circostanze e della simultaneità dei fatti, dovrebbero essere contate come perdite dirette del conflitto. Questa nuova regola permetterebbe di stabilire un fatto nuovo e senza precedenti nel caso di guerre importanti: le morti per gli effetti psicologici della guerra, tra le forze che hanno scatenato la guerra stessa ed invaso il territorio nemico, rappresentano la parte sostanzialmente maggiore delle perdite. Ciò porta a considerare questo nuovo fondamentale aspetto della guerra post-moderna, o guerra di quarta generazione (G4G), almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti (precisazione importante): questa guerra uccide più attraverso la psicologia che attraverso la violenza diretta (le perdite per cause psicologiche sono evidentemente il prodotto della particolare forma di violenza di questa guerra). Vediamo questo insegnamento di capitale importanza come una conferma dell’onnipresenza, al giorno d’oggi, del fatto psicologico nel fenomeno della violenza e la destabilizzazione della nostra epoca, dovuto alle varie forme di comunicazione, che si tratti di sovrainformazione, di sovvertimento dell’informazione, di virtualità, fino ai metodi di guerra determinati dalle preoccupazioni riguardo le pubbliche relazioni (anch’esse nel campo della comunicazione), dove tutto è sacrificato alla “protezione delle forze” (atteggiamento USA) al prezzo di spaventose violenze esercitate ciecamente contro l’avversario e contro le popolazioni civili. Queste violenze giocano un ruolo considerevole nei disturbi psicologici che riguardano i soldati. (Un film come “Nella valle di Elah” mostra bene il processo psicologico).

Il fenomeno della violenza e, di conseguenza, il fenomeno della “guerra” stessa, meritano oggi una ridefinizione completa, in conformità all’“era psicopolitica” in cui siamo entrati.

Titolo originale: “La globalisation à la folie

Fonte: dedefensa.org
Link: http://www.dedefensa.org/article.php?art_id=5103
6.05.08

Scelto e tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

La Croce rossa complice del razzismo

Va bene che non bisogna «sparare sulla croce rossa», ma c’è un limite a tutto. E il limite - dalla Croce Rossa italiana - è stato superato dalla decisione di partecipare insieme a forze dell’ordine e alla protezione civile alla schedatura dei bambini rom nei campi. La decisione di rilevare le impronte ai bambini rom è un’operazione - come ha già ricordato Famiglia Cristiana - indecente e razzista e questo giudizio un qualche peso dovrebbe averlo su chi rivendica come valore fondamentale il principio umanitario. Si tratta di una scelta sorprendente e che avvalla un’iniziativa gravissima. In questo modo la Croce Rossa italiana viene sostanzialmente meno al senso più profondo dei principi del Codice di condotta delle organizzazioni umanitarie internazionali, firmato dal suo comitato internazionale, ma diffusamente ignorato in Italia. leggi

MOVIMENTI Lunedì si raccolgono impronte. La Cgil invita all’obiezione di coscienza
«Schedateci, siamo tutti rom» Al via campagna antirazzista

«Prendetevi le nostre impronte, non toccate i bambini e le bambine rom e sinti». E’ l’iniziativa promossa dall’Arci per contrastare le «leggi razziste» del ministro Roberto Maroni e la sua proposta di far «sporcare» le dita d’inchiostro ai minori che vivono nei campi: «La destra ha superato il confine tra l’opinabile e la barbarie. E’ ora di dare un segnale». Con un tam-tam di contatti all’interno del terzo settore, la mobilitazione sta crescendo di ora in ora e sta registrando numerose adesioni: dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati) ad Antigone, dalla Cgil a Magistratura Democratica, dagli Ebrei per la pace ai Cantieri sociali, fino a parti del movimento lgbt (il circolo omosessuale Mario Mieli). Molti anche gli artisti, e questa è la principale novità, da Andrea Camilleri a Moni Ovadia, e poi Dacia Maraini e Ascanio Celestini. Un work in progress che vedrà in piazza anche molti esponenti dell’ex arcobaleno, i Radicali e singoli esponenti del Pd (Livia Turco, Rosy Bindi e Pina Picierno).
L’appuntamento è per lunedì dalle 17.30 alle 20 in piazza Esquilino a Roma, luogo multiculturale per eccellenza della capitale. Lì verranno prese, tra una performance artistica e l’altra, le impronte digitali dei presenti, che verranno poi mandate direttamente al Viminale. leggi

IL GRIDO DEI POVERI

luglio-agosto 2008

Scarica il mensile in formato PDF.
6 luglio 2008 - Matteo Della Torre (Casa per la nonviolenza, associazione di ispirazione gandhiana)

Il grido dei poveri, mensile d riflessione nonviolenta (luglio-agosto 2008) In questo numero:

1. Riccardo Staglianò - “Rifkin, l’energia fai-da-te. Così ci salveremo dal nucleare”..
(Le centrali nucleari sono una “soluzione di retroguardia” e non risolveranno il problema. Il guru dell’economia all’idrogeno spiega perché l’Italia sbaglia.)

2. Antonio Solla - “Tra silenzi e profezia”.

3. Luca Kocci - “Fuochi fatui”.
(Cattolici pugliesi scrivono al vescovo per ridurre le spese delle Feste patronali).

4. Giuseppe Baldessarro - “Ecco il paese senza cassonetti. Ricicla il 93% dell’immondizia”.
(Il comune di Piane Crati, in provincia di Cosenza sarà premiato da Legambiente per il “Riciclone 2008″.)

5. “50 agricoltori intossicati nel brindisino”.
(Agricoltura - Uso troppo “disinvolto” di pesticidi ed anticrittogamici).

Allegati

  • Matteo Della Torre - Fonte: Il grido dei poveri, mensile di riflessione nonviolenta
    Il grido dei poveri, mensile di riflessione nonviolenta (luglio-agosto 200 8)
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