Pubblicato da: redvince su: Febbraio 14, 2009
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 13 febbraio.
Le disgrazie non vengono mai sole, lo sappiamo. Ad aprile scorso la vittoria di Berlusconi e la completa sconfitta delle forze politiche di sinistra. A settembre la crisi finanziaria che apre la più grave recessione mondiale da
settant’anni. Proprio quando più è necessaria una politica capace di governare la crisi, i vertici delle piccole formazioni di sinistra – nel frattempo divise in ogni possibile frazione – prospettano di presentarsi alle elezioni europee di giugno con tre o quattro liste diverse, sicure di non superare la soglia di sbarramento al 4%
imposta dal governo e da Veltroni.
Se i partiti non pensano a “saltare un giro”, come ha proposto il direttore del manifesto Gabriele Polo, certo ad astenersi ci penseranno gli elettori di una sinistra che nella società resta viva e vegeta, ma non trova un’espressione
politica degna di questo nome, mentre altri cederanno alle sirene populiste di Antonio Di Pietro o Beppe Grillo. Una via d’uscita, con un passo indietro dei partiti, è stata proposta sul manifesto, prima da Giorgio Parisi, il 22
novembre 2008, poi con la proposta di Rina Gagliardi del primo febbraio scorso. Proviamone la fattibilità, allora.
Che cosa c’è oggi di sinistra in Italia? Milioni di persone si sono date da fare da aprile in poi.
Gli studenti sono entrati in agitazione come mai da decenni, il sindacato ha organizzato decine di scioperi e le cento manifestazioni della Cgil, abbiamo avuto i cortei per la pace in Medio Oriente durante il massacro di Gaza, mille
iniziative antirazziste contro le nostre barbarie quotidiane verso gli immigrati, le idee del Forum sociale mondiale di Belem e migliaia di piccole campagne locali. Tutto questo non si è ancora tradotto in un protagonismo politico e le
esperienze migliori, come l’iniziativa per una Sinistra unita e plurale promossa dal gruppo fiorentino intorno a Paul Ginsborg, non hanno fatto la strada necessaria. Eppure, è sempre dalla democrazia come partecipazione che dobbiamo partire.
Se l’obiettivo è far vivere una sinistra – sociale e solidale, ambientalista e pacifista, plurale e unitaria – e portarne la voce a Parlamento europeo (e magari negli enti locali), diventa essenziale definirne le forme e i contenuti.
Paradossalmente, sui contenuti il lavoro è più facile: il tracollo del neoliberismo e la nuova presidenza Obama aprono l’opportunità per politiche contro le diseguaglianze e per i diritti dei lavoratori e delle persone, contro la
speculazione finanziaria e per uno sviluppo sostenibile e di qualità come risposta alla crisi, contro le guerre e per riduzioni delle armi e della spesa militare. E’ soprattutto sulle nuove forme di una politica che sappia esprimere le energie del paese che occorrono idee nuove. Ne proponiamo dieci, che possono tracciare la strada da oggi alle elezioni europee – e magari avviare un più lungo percorso di ricomposizione della sinistra. Le abbiamo
riprese dalle migliori tradizioni del movimento operaio, dai Verdi all’inizio della loro storia, dalle pratiche più avanzate di democrazia in giro per il mondo.
1. I partiti saltano un giro e si presenta una lista della buona politica, con al centro i diritti, la pace, l’ambiente, il lavoro, un’altra idea di sviluppo, la questione di genere. A governare quest’esperienza si scelgono sei “saggi” (che non si candidano), tre uomini e tre donne, che non siano politici di professione e con importanti esperienze di lavoro nei movimenti, nel sindacato, nella cultura (lo fecero i Verdi per le prime candidature negli anni ’80).
2. Associazioni, movimenti, sindacati, comitati locali, giornali come il manifesto, reti e voci della società civile che vi aderiscono diventano i “garanti” di questa lista, in accordo con i partiti che rinunciano a presentarsi con i loro simboli alle elezioni europee. Si stabilisce un “patto di consultazione” tra gli eletti e i movimenti per concordare in modo permanente politiche e iniziative.
3. Da questo mondo emergono le candidature alle elezioni. C’è incompatibilità tra candidature e cariche di partito (una tradizione degli albori del movimento operaio) e c’è un limite massimo di due mandati tra parlamento europeo, nazionale, consigli regionali. In questo modo si evita che la politica sia un lavoro a vita.
4. Si organizzano le primarie per la scelta dei candidati e per definire i contenuti del
programma politico. Una consultazione di massa sulla politica, una pratica di democrazia diretta
che ha dato buoni frutti perfino nell’Unione.
5. Le liste dovranno avere lo stesso numero di uomini e di donne, presentati in ordine alfabetico. E’ una lezione da imparare dal femminismo: riconoscere la dimensione di genere della politica e favorire la partecipazione di tutti e di tutte.
6. I candidati si presentano nel collegio dove risiedono o svolgono abitualmente la loro attività. Questo valorizza la dimensione comunitaria e locale, il rapporto della politica con il suo insediamento sociale.
7. Gli eletti avranno una retribuzione massima complessiva di 100mila euro lordi. La quota eccedente viene versata nei fondi della lista. Il rinnovamento della politica parte anche dalla sobrietà dei protagonisti.
8. La metà dei fondi della lista (finanziamento pubblico e quota delle retribuzioni degli eletti) viene destinata a un “Fondo per la politica diffusa” che sostiene le iniziative di movimenti, comitati, etc. E’ quello che facevano i Verdi
all’inizio della loro storia, utilizzando i soldi per progetti di natura ambientale.
9. I meccanismi di decisione all’interno della lista e nel “patto di consultazione” utilizzano forme di democrazia deliberativa, il metodo del consenso, il sorteggio di rappresentanti ove necessario, evitando la formazione di correnti e il voto a maggioranza.
10. Tra le attività della lista c’è l’organizzazione di una piattaforma web di e-democracy, utilizzata per informare i
cittadini, dare conto dell’attività politica e legislativa, effettuare consultazioni con i propri elettori, praticare nuove forme di partecipazione politica, dare visibilità ad esperienze locali. Le opportunità di democrazia offerte dalla rete devono essere utilizzate.
Rimaniamo convinti che la rappresentanza sociale non debba sostituirsi a quella politica e che il principio guida debba essere quello della “pari dignità” delle diverse forme della politica (partiti, movimenti, associazioni, etc.),
ciascuna con la sua specificità. Ma, in questo momento di emergenza – con partiti sempre più frammentati e autoreferenziali, incapaci di autoriformarsi – ci sembra necessaria una scossa, una forte discontinuità.
Queste dieci regole non rappresentanto certo un progetto politico complessivo – altri sono i momenti per discuterne – ma scegliere questa strada, da qui alle elezioni europee, rappresenterebbe una svolta, darebbe il segnale
che la sinistra è capace di provare a cambiare la politica e il suo modo di essere. E anche di avere successo alle elezioni.
Mario Pianta
Università di Urbino, mario.pianta@uniurb.it
un buon articolo. sono stati fatti riferimenti piu’ volte ai verdi, quelli veri, i primi. ecco, servirebbe una formazione politica di quel tipo, fresca, aperta e plurale, non una burocrazia di partito dove si concentra potere.
sia i verdi che la sinistra che verrà devono cambiare rotta definitivamente, perchè altrimenti moriranno. ma i dirigenti non lo capiscono, c’è poco da fare.
sono abbastanza deluso e disilluso, anche se la speranza è l ultima a morire.
Febbraio 14, 2009 a 6:23 pm
io non so se siamo giunti al punto di considerare inutile e anzi dannoso quel che resta della militanza e degli apparati dei partitini di sinistra. Non lo dico in senso retorico: proprio non lo so se fanno solo danno o hanno ancora una funzione in qualche modo positiva. Però è molto ingenuo lanciare un progetto/appello così senza essere sicuri di avere una sponda nella società che sia in grado di farlo camminare anche a prescindere dall’accondiscendenza dei gruppetti partito più o meno organizzati. Detto così è solo un progetto che va dal vertice alla base, mentre qualcosa di simile potrebbe funzionare solo all’inverso: se cioè, con i suoi tempi, ci fosse una diffusione capillare di gruppi autoorganizzati trasversali agli apparati che chiedessero fortemente un passo indietro ai partiti. Così non pare che sia perciò mi meraviglia -ma poi non più di tanto, negli ultimi tempi- che il manifesto abbia sponsorizzato questa proposta abbastanza inutile e che non ha nemmeno i tempi tecnici per la sua attuazione.
Ripeto: se si considerano le attuali aggregazioni non utili o addirittura dannose (perchè c’è il probabilissimo rischio andando divisi di non raggiungere la percentuale utile alla rappresentanza) si deve avere il coraggio di contestarle e agire indipendentemente da loro.
Insomma mi pare un progetto debolissimo e presuntuoso nel senso che si da ancora per scontato che l’unico problema sia la rappresentanza e non l’analisi della situazione e l’elaborazione di una risposta politica univoca, che purtroppo al momento non c’è. Invece, al punto in cui siamo, ci sarebbe bisogno di un progetto forte che almeno si ponga il problema di difendere dall’offensiva della destra le esperienze e i soggetti che vi si possano riconoscere.
Tutto questo con l’umiltà del cane sciolto, più pieno di dubbi di quello che potrebbe sembrare da quanto ho scritto.
Ciao.