I COMPLOTTISTI e il ricordo di GIORGIANA

Roma, 12 Maggio 2008 – AgenParl – Da destra e dal centro Fabio Fazio e Marco Travaglio sono stati additati come ‘complottisti’ contro il nuovo compromesso storico. Lo stesso Renato Schifani ha affermato che i due giornalisti vogliono far fallire “lo storico incontro tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni”. Questa affermazione, che ha dato alla vicenda una proporzione certamente eccessiva, non è stata condivisa da Antonio Di Pietro e neppure dai vari settori della sinistra poiché si teme che da essa si voglia prendere lo spunto per un giro di vite sulla Rai. La quale, evidentemente, dovrebbe trasmettere sonnolenti programmi distraendo i suoi telespettatori. Pertanto, è stata chiesta la testa dei suoi attuali dirigenti per attuare uno spoil system, con l’effetto di scongiurare che in Italia prenda piede quel tipo di giornalismo che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna consente di rinvangare anche il passato di eminenti personaggi senza bisogno della loro immediata risposta. Ciò appare del tutto incomprensibile dal momento che anche nel nostro Paese si vuole introdurre quel modello politico-istituzionale, oltre che giuridico, che consente quella libertà dell’informazione e di critica. Questa contraddittorietà emerge dalla lapidazione di Travaglio e di Fazio da parte dei ‘riformisti’ delle due sponde assieme accomunati nella difesa del compromesso il cui obiettivo è quello di stravolgere la nostra Costituzione.www.agenparl.com

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Per non dimenticare:

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30 anni fa moriva la compagna Giorgiana. E’ bene ricordare sempre che sui campi di battaglia i primi a sparire sono i fiori.

Scheda a cura di Paola Staccioli
Il 12 maggio 1977, nell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali decidono di tenere un sit-in in piazza Navona, nonostante l’assoluto divieto di manifestare in vigore a Roma dopo la morte, il 21 aprile, dell’agente Passamonti nel corso di scontri di piazza. Il movimento e i gruppi della nuova sinistra aderiscono all’iniziativa, per protestare contro il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo, favorito dall’appoggio esterno del PCI al cosiddetto “governo delle astensioni”, il monocolore democristiano guidato da Andreotti. Per far rispettare, a qualsiasi costo, il divieto, il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga schiera migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, affiancati da agenti in borghese delle squadre speciali, in alcuni casi travestiti da “autonomi”. Fin dal primo pomeriggio la tensione è molto alta. A quanti difendono il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia rispondono sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Anche numerosi fotografi, giornalisti, passanti e il deputato Mimmo Pinto sono picchiati e maltrattati. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fa più decisa, e vengono lanciate le prime molotov. Mentre nelle strade sono in corso gli scontri, i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, fra gli insulti di quasi tutte le forze politiche. Mancano pochi minuti alle 20 quando, durante una carica, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimane ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, viene centrata alla schiena. Muore durante il trasporto in ospedale.

Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall’evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali - tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l’agente della squadra mobile Giovanni Santone - continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati. L’inchiesta per l’omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D’Angelo “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”. Successive indagini hanno tentato, senza risultati significativi, di individuare gli autori dello sparo mortale in un “autonomo” deceduto da tempo, oppure nel latitante Andrea Ghira, uno dei tre fascisti condannati per il massacro del Circeo. www.reti-invisibili.net

4 Responses to “I COMPLOTTISTI e il ricordo di GIORGIANA”

  1. ma quanti blog hai vin??
    prepariamoci a un altro editto…. =(
    p.s.: se magari fai un salto nel 3d che ho aperto sulle organizzazioni umanitarie non mi da fastidio…. =) =)

  2. L’hanno promulgato di fatto e con l’appoggio dell’opposizione
    http://it.wordpress.com/tag/finocchiaro-travaglio/

    ora ci faccio un salto….
    mi fa sempre piacere parlare con te…

    ciao Homer a presto.
    vin

  3. di Paolo Farinella, prete di Genova

    Genova 12 maggio 2008 – Sabato 10 maggio non ho visto l’intervista di Fabio Fazio a Marco Travaglio nella trasmissione «Che tempo che fa». L’ho recuperata successivamente su You-Tube . Nella nota che ho diffuso il 30 aprile 2008, ad elezione avvenuta in Senato, scrissi e divulgai queste affermazioni: «Il mafioso anziano Giulio Andreotti presiede il Senato e insedia a presidente del Senato della repubblica un altro mafioso di spicco, amico e sodale del mafioso di Villabate Nino Mandalà. Il nome del neo presidente del Senato è Schifani. Mai nomen fu omen .

    Schifani, discepolo dell’altro senatore Enrico La Loggia erano e forse sono ancora a libro paga della mafia. Andreotti è stato giudicato colpevole di favoreggiamento di mafia, ma non poté essere perseguito per prescrizione. Schifani è fautore del «lodo Schifani» che permise di mettere Berlusconi al riparo dalla sentenza di condanna che stava arrivando, al resto pensò la provvidenziale archiviazione per prescrizione di termini».

    Queste, come le affermazioni di Marco Travaglio, non sono considerazioni etiche o politiche, sono semplicemente la fotografia della situazione e ne prendiamo atto non per un pruriginoso bisogno di sensazionale, ma unicamente perché c’interessa in quanto ci coinvolge direttamente come cittadini che manteniamo questa gente al potere e anche perché questi figuri ci dovrebbero rappresentare istituzionalmente.

    Ho visto l’intervista a Renato Schifani, subito dopo «lo scandalo-Travaglio», organizzata dalla tv di Stato e ho notato che il giornalista, invece di chiedergli se era vero che il neo presidente del Senato, in sintonia con l’altro senatore della maggioranza Enrico La Loggia, avesse avuto rapporti con Nino Mandalà, boss mafioso di Villabate, gli ha chiesto «cosa risponde agli attacchi» che gli sono arrivati dal giornalista. Veramente, non c’è più religione!

    Tutti, destra (comprensibile) e sinistra (comprensibile anche questo) sono andati all’arrembaggio di Marco Travaglio, lamentando la mancanza di «contraddittorio» che ormai nella deontologia di molti giornalisti ha preso il posto della verità. Non può esserci contraddittorio tra un ladro e un derubato, uno stupratore e la sua vittima, tra un omicida e il corpo inerte della vittima. Se il neopresidente del Senato vuole rispondere, dica la sua versione, senza omettere nulla su questi punti: a) E’ vero che ha avuto rapporti con la mafia? b) Ha fatto affari con il boss mafioso? c) Oggi quali relazioni intrattiene con Nino Mandalà e il suo ambiente? d) Se anche un decimo di tutto ciò fosse vero, non sarebbe più dignitoso che si dimettesse? (anzi, non sarebbe stato meglio non eleggerlo?). Se Berlusconi e Dell’Utri proclamano in fine di campagna elettorale «eroe» dell’anno il mafioso Vittorio Mangano, ci viene il sospetto che abbiano scelto Renato Schifani con un progetto specifico. Sono io che penso male, o sono loro che mi obbligano a pensare che è proprio così?

    Se questo è il mattino…. figuriamo il buon giorno!

    A Marco Travaglio, per quello che può servire, tutta la mia stima e la mia solidarietà.

    Note a làtere:

    1. Berlusconi durante la campagna elettorale ha perso letteralmente la voce nel gridare che, in caso di vittoria, avrebbe chiamato Lucio Stanca, dirigente IBM, a digitalizzare l’amministrazione pubblica, anzi per la precisione lui ha detto «l’Italia». Vedo che ha mantenuto la promessa, travestendo Lucio Stanca con le sembianze di Renato Brunetta.
    2. Lo stesso ha accusato a tutto spiano il governo Prodi per avere raddoppiato i ministri e i sottosegretari, eseguendo la politichetta dei politicanti. Bene. Prodi ha varato una legge che riduce i ministri a 12 e i sottosegretari a non più di 48, per un totale di 60 nullafacenti ad alto tasso d’inquinamento legislativo. Berlusconi, il moralizzatore e l’antipolitico popularpopulista, ha portato a termine una estenuate trattativa per posti a sedere e posti semi in piedi, comunque tutti posti al sole. Ha raddoppiato i ministeri con l’escamotage del «senza portafogli», con la promessa che ad ottobre farà una mini riforma per aumentare i posti dei ministeri con apposita legge ad uso e consumo di una politica tutta indirizzata a salvaguardare la sua immagine, alla faccia dell’interesse della Nazione. Intanto non si è ancora insediato che sono schizzati all’in su gli aumenti di gas e luce. Come voleva dimostrare.

  4. da RAINEWS 24

    Giorgiana Masi, in quel fatidico 12 maggio del 1972 su Ponte Garibaldi, potrebbe essere stata uccisa da ‘fuoco amico’.

    A renderlo noto è l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno che in una nota risponde alle “ripetute intimazione di dire la verità”.

    Cossiga racconta infatti che “l’autorità giudiziaria ed i servizi investigativi non giunsero mai ad alcuna conclusione certa.

    Essi mi confidarono però un terribile dubbio, confermatomi, anche in tempi recenti, poi dal Prefetto Masone e che per primo fu formulato a me, ministro dell’Interno, da uno dei magistrati che conducevano l’inchiesta:

    che Giorgiana Masi fosse stata uccisa da ‘fuoco amico’, e cioè da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine.

    Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale, per motivi di carità”.

    Prima di ricostruire gli eventi che precedettero la morte di Giorgiana Masi e di rivelare che potrebbe essere stata uccisa da ‘fuoco amico’, Cossiga fa una premessa:

    “Ho ormai accettato come una punizione del Signore essere insultato ogni anno quale ‘assassino’ e ‘complice d’assassini’ nelle manifestazioni di piazza per le dolorose ricorrenze della strage della Stazione di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica, alla presenza di altissime autorità locali e dello Stato plaudenti ed opportunisticamente assenzienti e di alcuni che praticano squallidamente la professione di ‘amici e congiunti delle vittime’ “.

    Poi però l’allora ministro dell’Interno entra nel merito sottolineando di aver avuto “sempre comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorità di pubblica sicurezza, senza avere la possibilità di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona”.

    Cossiga ricorda che si trattava di “un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico”, tanto che lui stesso scongiurò Marco Pannella di disdire il comizio di Piazza Navona.

    “Egli non accolse il mio invito. Portai il problema al Ciis - ricostruisce Cossiga - che all’unanimità dispose che io convalidassi il divieto di svolgimento della manifestazione, che si svolse con l’infiltrazione di numerosi membri d’Autonomia e che culminò tragicamente nell’uccisione di Giorgiana Masi”.

    “Il reparto dei carabinieri che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorità giudiziaria fu disarmato - prosegue l’ex capo dello Stato - da elementi della Squadra Mobile:

    alla perizia, risultò che nessun colpo era stato sparato.

    Da parte mia, rimossi dalla carica di questore di Roma, un caro amico, che però mi aveva falsamente informato non esservi in piazza né poliziotti né carabinieri con le armi in mano, il che come documentò ‘L’Espresso’, non era vero.

    Ma neanche dalle armi di costoro risultò fosse stato sparato il colpo mortale”.

    “Sembra comunque - sottolinea Cossiga - che questo anno, essendo Sergio Cofferati sindaco di Bologna, non vi saranno più le solite manifestazioni, per rispetto a D’Antona e Biagi, uccisi per alcuni tragici giudizi ed invettive lanciate autorevolmente contro di loro in assemblee sindacali e che innescarono, tramutandosi le parole in pallottole, la loro barbara uccisione, che poi i ’sindacal-rivoluzionari’ d’accatto di Sergio Cofferati, a differenza delle Brigate Rosse e dei sindacalisti dell’aerea di Autonomia, specialmente bolognese, dei miei tempi di ministro dell’Interno, non hanno avuto il coraggio, pur essendone politicamemte e moralmente responsabili, né di difendere né di giustificare, dovendosi alcuni di loro - conclude Cossiga - mantenere liberi e candidi per candidature di parlamento e di governo nella prossima era del ‘cattolico adulto’ Romano Prodi, forse accanto al noto progressista ‘fiatiano’ , il “marchesino’ Luca Cordero di Montezemolo ed altro”.

    Pannella: continua a mentire

    “Francesco Cossiga, dopo avere in quella occasione clamorosamente mentito e fatto mentire dinanzi al Parlamento, adesso torna a mentire”.

    E’ questa la replica del leader dei radicali Marco Pannella alle rivelazioni fatte dal senatore a vita Cossiga, con particolare riferimento al fatto che l’allora ministro dell’Interno sostiene che scongiurò Pannella di disdire il comizio a Piazza Navona.

    Per il leader radicale, Cossiga torna a mentire “naturalmente per coloro che su questi temi, dalle responsabilità per l’assassinio di Giorgiana Masi a quello di Aldo Moro, sono disposti a credere che sia animato dall’amore della verità”.

    “In realtà - conclude Pannella - egli appartiene a una delle culture cattoliche (e comuniste) che fondano non solo sulla doppia ma sulla doppiezza della verità i propri comportamenti e intereressi nella vita civile e in quella istituzionale”.

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